Viso adolescenziale, occhi svogliatamente aperti, sguardo dubitativo. Bocca da coniglietto con labbra semiaperte, bocca famelica di cibo. Spaghetti al sugo, ostriche. Mangia di tutto bucce, croste. Ebbra di birra e di vita. Piccolo sedere ben tornito costretto in jeans attillati. E poi nudo abbandonato sul letto. Bocche avide di altre bocche, corpi aggrovigliati, sesso esplicito e sugo rosso che cola. Così come il moccio, le lacrime. Adele non trattiene nulla ma è bulimica di vita, d’amore fisico, non platonico.
La vita di Adele è il compimento di un percorso artitistico di un regista che da promettente con la consacrazione di Cannes è ora riconosciuto come “maggiore”.
Abdellatif Kechiche è autore curioso di mischiare culture, corpi, arti nei propri film. Filosofici e corporali al tempo stesso sono le sue opere. La sua camera sta sempre a ridosso dei corpi, dei volti. Siano quelli abbondanti e sensuali delle arabe di Cous Cous, quelle impudiche della Elodie Bouchez, quelle esagerate della nera cubana Yahima Torres.
Ma con questa sua ultima, compiuta, opera porta agli estremi il suo linguaggio, il suo interesse di cogliere la vita, le sensazioni attraverso i dettagli del viso e del corpo.
Adele, il personaggio, ma anche la magnifica Adele (Exarchopoulos), l’attrice, sono assediate per ore dagli operatori comandati da Kechiche che con il suo sguardo digitale vuole cogliere l’essenza di una vita, di una donna. Ne riusciamo a percepire le emozioni attraverso i dettagli del viso, con quelle sue smorfiette, sorrisini ingenui e naturali; financo ne percepiamo i piccoli tremuli movimenti della mascella quando è colta a mentire.
E’ questo stile se vogliamo estremo, eccessivo nel suo voyeurismo ostentato (che ricorda gli esperimenti godardiani sulla sua prima musa Anna Karina ma soprattutto sul corpo di Macha Meril in Una donna sposata) che rende coinvolgente una storia di per sé banale (una ragazza si innamora, va a convivere con un’artista, felice nella sua normalità di insegnante ai bambini, poi l’incomprensione, la rottura. Fine), eccentrica solo perché le due amanti sono donne, ma non siamo più negli anni ’50 e quindi non c’è certo da stupirsene più di tanto, tirata alla lunga per tre ore.
Ma sono tre ore talmente intense che non possiamo staccarci dagli appetiti della dolce ed insaziabile Adele.
Con lei temiamo di essere risucchiati nella noia di una vita fotocopia di quella dei suoi genitori che non dialogano più assorbiti da lavoro e televisione o nell’apatia di un’esistenza che altri conducono (come quella della precedente protagonista di Kechiche, la Venere nera).
Con lei siamo affamati e golosi.
Con lei vogliamo riempire quel cuore a cui manca sempre qualcosa.
Con lei ci addentriamo in un milieu non nostro, quello degli artisti un po’ snob della provincia nordica di Lilla, dove Adele si trova inadeguata e spaesata, ma felice e completata dall’amore della donna dai capelli blu, la pittrice Emma (una Lea Seydoux attrice ben più rodata ma che mai si è così spesa per intensità ed esposizione).
Con lei ci sentiamo dolorosamente disperati nel momento della rottura, una scena di una densità eccezionale, e ci sentiamo feriti da quello schiaffo ricevuto.
Con lei non vorremmo rassegnarci alla fine di una storia che sappiamo sarebbe potuta durare ancora, fino alla disperata ricerca di Adele di un ravvicinamento che culminerà in un’altra scena riuscita e di intensità superiore, quella dell’osceneo avviluppamento delle due all’interno di un bar.
Con lei ci allontaniamo tristi che tutto sia finito ma certi di aver avuto molto come spettatori.
Sapere che il film avrebbe vinto la Palma d’oro avrebbe certamente procurato più product placement di quello presente. A parte una FNAC inquadrata di sbieco, la Volkswagen di un amante di Adele e la curiosa presenza di una pentola ROSSETTO, abbiamo solo brand di bevande, tutte atte a caratterizzare i contesti in cui vengono bevute. La birra CORONA tra gli adolescenti, la KRONENBURG quando si fanno adulti e la GOUDALE definita “la birra delle lesbiche”. Poi champagne, prima il VEUVE CLICHOT ma in un’inquadratura secondaria, poi il PIPER per la festa degli artisti. Se volete un caffè in La vita di Adele vi propongono il KIMBO.