Una felicissima scelta controcorrente da parte della Cineteca di Bologna è stata quella di aprire (riaprire) un cinema storico della città rifacendolo tutto nuovo sotto piazza Re Enzo. Un cinema predisposto ad accogliere cinefili dalle 9,30 del mattino fino a tarda serata con ambienti modernizzati, un bar/ristorante, tavolini e una sala attrezzata per accogliere dibattiti e per fare musica d’accompagnamento a film muti (vi è installato un pianoforte vicino allo schermo). Oltre naturalmente alle proiezioni, 5 o 6 al giorno di film differenti, vecchi film e prime visioni. Il cinema si aggiunge ai sempre attivi “Mastroianni” e “Scorsese” nel bellissimo impianto del Lumiere, paradiso dei cinefili. Un’isola felice in quest’Italia immobile e sempre meno “cinematografica”.
Finalmente sono riuscito ad andare ad assistere ad una proiezione, ho scelto di omaggiare il recentemente scomparso William Friedkin rivedendo su grande schermo il suo Vivere e morire a Los Angeles, thriller violento e dark. In una Los Angeles “rappresentata come una terra di nessuno cinica e violenta, sotto un sole bruciante”, senza trascurare le magnifiche immagini notturne (fotografia di Robbie Muller, una garanzia), agiscono due agenti da tempo in coppia e che si occupano principalmente di acciuffare falsari di banconote. Uno dei due è a due giorni dalla pensione (e si sa che nei film quando ad un poliziotto manca poco alla pensione… non ci arriva mai…) e l’altro, l’ancora aitante William Petersen, Chance, un ardimentoso tutto azione che gioca con la propria vita come se fosse costantemente appesa ad una corda (come l’hobby in cui si diletta ovvero il “base jumping”). Tu non arriverai alla pensione gli dice l’anziano, e chi vuole arrivarci? Risponde Chance. Ma a non arrivare alla sua è proprio il collega che si fa sparare in fronte da un Willem Dafoe crudelissimo e noto falsario imprendibile dalla giustizia. Dafoe incarna Eric Masters artista dalle potenzialità ma che brucia i suoi quadri costantemente dopo averli realizzati, si specializza invece in un’altra arte, quella della riproduzione fedelissima di banconote in dollari che poi rivende ottenendo ricchi guadagni, tanto da comprarsi una Ferrari e circondarsi di donne bellissime. Bollente di rabbia e voglia di vendetta Chance viene accoppiato al giovane John Pankow/John Vukovich che cerca di limitarne l’irruenza e i suoi modi ai limiti della legalità (la parte di azione più elaborata, violenta e movimentata è quella in cui i due cercano di impadronirsi dei soldi per stanare Masters e per farlo rapinano una banda di trafficanti di diamanti). Violenza, sesso (donne bellissime e sensuali come Darlane Fleugel e Debra Feuer interpretano la donna di Masters e un’informatrice di Chance e i loro corpi splendono in pellicola, mentre pure Petersen non lesina nel mostrare le pudenda), inseguimenti pazzeschi (Friedkin già in Il braccio violento della legge aveva dimostrato di esserne maestro e qui, tra guide contromano e acrobazie in un canalone con pozze d’acqua, si conferma con una lunga scena da annali del cinema di genere girata “in sei weekend di fila, quattro ore al giorno” (*)), e un finale nerissimo in cui i personaggi secondari si riveleranno i veri vincitori e profittatori della situazione. Nella parte dei cattivi e degli ambigui troviamo anche John Turturro e Dean Stockwell che completano un cast memorabile. Il film nasce da un romanzo di Gerry Petievich vero agente dei servizi segreti poi diventato scrittore.
Il film non ebbe il successo meritato ma lanciò la carriera di Petersen e Dafoe mentre per Friedkin cominciava un periodo difficile dopo gli insuccessi anche di Cruising e Il salario della paura, tre opere, con questa, ora considerate grandi film. (voto 7,5).
Product placement vorticoso come tutto il film, l’auto dell’inseguimento è una Chevrolet Impala, nei bar brillano Lite, Bud e Miller tra le birre e Jack Daniel’s tra i liquori, poi Adidas, TWA, Camel, Western Union, Michelin…
(*) “L’’inseguimento’ è la forma più pura di cinema, qualcosa che non può essere fatto con altri mezzi espressivi che siano la letteratura, il teatro o la pittura” scrive Friedkin nella sua autobiografia “la vita e i miei film, Il buio e la luce” Bompiani editore, traduzione di Alberto Pezzotta (anche le altre frasi in corsivo sono prese da qui)