Brad Harris e Mario Dionisi sono due galeotti in fuga. Sono saltati dal treno che li portava all’ergastolo della prigione San Simon in Africa dopo aver assalito i poliziotti che li scortavano. “Sarà la giungla ad essere la loro trappola” dichiara lo scorato poliziotto che desiste dall’inseguimento dopo esser stato graziato da Harris mentre l’altro voleva ucciderlo. Nonostante una visione della vita diametralmente opposta (Harris è innocente e ingiustamente condannato mentre il compagno è un ex soldato poi diventato assassino senza scrupoli) i due sono costretti a restare insieme ma per poco. Infatti Perkins morirà di stenti. Ormai agli estremi anch’egli, Harris viene salvato da una tribù locale. Tre anni dopo il nome di Zambo, il re della foresta, l’uomo bianco che vive nella giungla, è sulla bocca di tutti e una grossa taglia pende sulla sua testa. Zambo sgomina a pugni e schiaffoni la banda di schiavisti di Mr. Morris e libera un gruppo di giovani africani, guarisce uomini e animali e diventa sempre più un mito tra gli indigeni. L’esploratore Perkins, l’etnologo Woodworth e la figlia giornalista, Grace, ingaggiano il trafficante Juanez per fare loro da guida per rintracciare Zambo a cui affidare il compito di portarli sulle tracce di un’antica città perduta. Juanez accetta ma il suo obiettivo è principalmente quello di incassare la taglia per la cattura del re della foresta e per questo entra in combutta con Morris desideroso di vendetta. L’incontro con il gruppo di Perkins avviene con Zambo che salva la bella giornalista da un gorilla. Grazie all’aiuto di Zambo viene scoperta la città perduta con i suoi tesori, cosa che renderà ancora più avidi Juanez e Morris pronti ad agire. Juanez rinchiude il professor Woodworth in un tempio e cerca di uccidere Zambo senza riuscirci e viene da lui fatto prigioniero. Corre in aiuto del compare Morris con i suoi uomini. Durante la lotta Juanez uccide un bambino e prende in ostaggio Grace e fugge. Ma Zambo lo raggiunge e uccide dopo una breve disputa a… pugni. Mentre arriva dai giornali la notizia che Zambo è stato riconosciuto innocente dell’omicidio imputatogli in patria per la confessione del vero assassino, Perkins non vuole andarsene dall’Africa senza portarsi con sé i diamanti celati nell’antica città ritrovata e progetta una nuova spedizione contro la volontà di Zambo. Il film si chiude con Grace e Zambo che si dichiarano amore ma lei deve tornare per forza in America con Perkins e il padre, lui decide di restare nella libertà della sua foresta.
Albertini ripresenta Brad Harris (per l’ultima volta invero) come eroe muscolare in questo tarzaneide sui generis che inizia come un buddy movie di due uomini in fuga e finisce come un avventuroso, recuperando una tradizione del cinema americano prima della moda degli Indiana Jones e dei sottoprodotti di Margheriti. L’inizio è, come spesso avviene nelle opere di Albertini, girato con professionalità e del tutto all’altezza dei suoi prototipi cosa che fa pensare che le doti registiche del nostro siano decisamente al di sopra dei suoi prodotti dai fini alimentari e di diffusione popolare. Poi diventa un buon prodotto di artigianato di serie B con l’utilizzo delle solite scene “documentarie” di animali africani e danze tribali, effetti così e così (vedi la lotta con il gorilla) e comunque senza mai annoiare. La storia antecedente alle vicende del film sull’accusa di Zambo di omicidio vengono raccontate a spezzoni in tanti flashback che non chiariscono nel dettaglio la vera storia, capiamo solo che c’è di mezzo una donna che l’uomo non vuole coinvolgere. Vi sono poi alcuni punti lasciati in sospeso (sembra quasi che il film sia stato limitato e che era previsto diventare più lungo…) come ad esempio la scoperta “mistica” del professor Woodworth all’interno del tempio degli antenati e la nuova spedizione architettata da Perkins, diventato avido, che vuol tornare per prendere le pietre preziose, quest’ultima vicenda fa pensare che fosse previsto uno Zambo 2.
Il film è anche un attestato di amore per l'Africa dove Albertini ha ambientato spesso i suoi film. Tra l'altro contiene un discorso del tutto a favore delle popolazioni indigene che va a riparare le scenette perlomeno discutibili presenti ne Cosa fanno i nostri Supermen tra le vergini della jungla?, facile umorismo da osteria sulle popolazioni locali. Ciò dimostra però che fare ironia su alcuni argomenti non significa necessariamente pensarla in quel modo, cosa che dovrebbe essere di insegnamento ai "woke" a tutti i costi odierni.
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