JACK REACHER – Christopher McQuarrie (2012)
Succede tutto in pochi minuti, montaggio svelto e ben governato, seguiamo un minvan FORD TRANSIT entrare in un parcheggio sotterraneo, pagare per il posteggio ed appostarsi con un fucile al di là del fiume che divide la parte sud della città dallo stadio da baseball dei PITTSBURG PIRATES. Lo seguiamo mentre prende di mira dei passanti e comincia a sparare, il classico american mass-murderer di cui le cronache anche ultimamente ci portano notizia?
Arriva la polizia, coppia di detective, nero e bianco, che esamina la scena del delitto in cui si trovano cinque cadaveri, si recupera la moneta usata dal killer al parcheggio, impronte digitali che appartengono ad un ex cecchino dell’esercito degli USA. Caso risolto.
Il tutto senza una parola, solo musica di sottofondo e immagini che ci fanno pensare al condensato di un poliziesco anni settanta più che al riassunto di un episodio di una serie televisiva.
Sappiamo subito però che c’è qualcosa che non va, perché lo spettatore ha visto il volto dell’assassino e non è quello dell’arrestato!
Interrogato il sospettato richiede solo l’assistenza di una persona, JACK REACHER.
Comincia il vero film.
Chi è Jack Reacher e dove si trova?
L’attesa è breve perché mentre la polizia si fa quaste domande ecco che arriva questo veterano di mille guerre, mezzo poliziotto, di cui non si conosce la residenza e null’altro. E’ lui che arriva con il suo fisico modellato dalla palestra e da mille lotte, è uno che picchia, che ha sempre lottato contro le ingiustizie, che non scende a compromessi, che ha il fiuto di Sherlock Holmes, la lingua tagliente e la perspicacia di un Marlowe, la forza fisica e la capacità di combattere di un tipico eroe di action movies.
Oltretutto non beve, non frequenta donne, non fuma.
Insomma l’uomo (troppo) perfetto.
Subito pare non voler immischiarsi del caso dell’arrestato, che si scoprirà essere stato con lui in Iraq, ma poi, davanti allo sguardo irresistibile di Rosamund Pike, il cui leggero strabismo di Venere la rende assai interessante almeno quanto ciò che si intravvede poco sotto il collo, e alle sue insistenze (è l’avvocatessa dell’accusato nonché la figlia del procuratore distrettuale che si occupa del caso), Jack Reacher prende in mano la faccenda e sarà determinato a portarla fino in fondo, fino a che non avrà scoperto chi è che vuole incolpare un innocente e chi vuole ucciderlo perché ha deciso di scoprirlo.
Jack Reacher è interpretato da Tom Cruise e probabilmente questo è il suo problema. Non perché l’attore reciti male o non abbia il fisico adatto alla caratterizzazione, ma perché Cruise è anche il produttore di questo film ed è assai probabile che sia stato lui a volere un personaggio principale che non si discosti dagli eroi da lui interpretati con riferimento principale all’Ethan Hunt di “Missione impossibile”.
Sembra invece evidente che le intenzioni del regista Christopher McQuarrie non fossero proprio quelle di fare un action movie con sparatorie, botte da orbi ed inseguimenti da Popcorn-Action.
Infatti lo stile del regista, molto old Hollywood, e le sue intenzioni di omaggiare il poliziesco anni settanta ed il noir anni quaranta (vedi la scena clou del finale che pare uscita da un libro di Chandler ed in parte rovinata dal fumettistico intervento di Cruise) nonché di riproporre le tematiche a lui care (non sempre quello che abbiamo sotto il naso è la verità, vedi “I soliti sospetti” di cui fu sceneggiatore) cozza evidentemente con la spettacolarizzazione e le trovatine scelte per mettere in mostra quanto è tosto e bullo il protagonista.
Non si può dire che non ci si diverta durante le due ore e un quarto del film ma l’abbassamento del livello verso una platea di teenager e alcune scene veramente fuori posto come la lotta a mani nude finale e il sodalizio con il tenutario del poligono (avvenuto solo perchè Jack ha accettato di superare una prova di tiro) sono da Comics Movie (non ho nulla contro i film tratti dai fumetti ma non c’entrano nulla in questo contesto) e tendono a nuocere alla coerenza stilistica del film.
Il talento di McQuarrie che mi sembra evidente (vedi anche la precedente prova da regista con “Le vie della violenza”) è continuamente messo in crisi da scelte monetarie dello stesso (vedi anche la partecipazione a “The Tourist”) ed il premio per lui sarà… “Mission: impossibile 5”.
Per lo spettatore resta un divertimento purtroppo troppo spesso di grana grossa con il rimpianto per ciò che poteva essere soprattutto grazie alla presenza di due coprotagonisti di superlusso degni da soli di riempire il film.
Mi riferisco al vecchio Robert Duvall nei panni di uno scentrato ex tiratore scelto che aiuterà Jack a sopravvivere e all’incredibile Werner Herzog che passa senza soluzione di continuità da documentari per pochi affezionati alle serate di Fuori orario a partecipazioni Hollywoodiane di cui rimarrà memorabile questa caratterizzazione di antagonista di cattiveria spropositata in grado in passato di staccarsi a morsi otto dita per sopravvivere ad un principio di assideramento nel duro inverno russo!
Product placement naturalmente abbondante in cui BUDWEISER, SONY e BLACKBERRY hanno ruoli predominanti mentre sono moltissime le marche d’auto in rassegna tra cui rileviamo soprattutto il ruolo di una CHEVROLET CAMARO (ma AUDI, VOLKSWAGEN, FORD e altre sono della partita) ed apprendiamo come si capisce che uno non è un poliziotto, “un poliziotto non può avere una CADILLAC”.