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CINEMA
4 Giugno 2017 - 23:51

DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI)

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Un chapeau de paille d'Italie (René Clair, Fra,
DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI)

Nel campo della commedia il periodo degli anni venti del cinema muto francese raggiunge il suo apice con “Un chapeau de paille d’Italie” di René Clair tratto da una commedia popolare di Labiche/Michel poi portata sullo schermo cinematografico e televisivo almeno una mezza dozzina di volte. Il grande regista quando gira questo film si è già fatto conoscere con film sperimentali e avanguardistici come Paris qui dort (1923) e Entr’acte (1924), pietre miliari della storia del cinema. La sua carriera sarà caratterizzata da commedie delicate con elementi sovversivi e grandi film.

Il cappello di paglia d’Italia, raro oggetto alla moda, è la miccia che scatena questa farsa dal ritmo in progressione fino a diventare indiavolato nel finale. Ecco cosa succede. Alla mattina del suo matrimonio il protagonista Fadinard mentre sta andando verso il posto del matrimonio in calesse ha un incidente (perde la frusta) e lascia solo il cavallo che si mangia parte di un prezioso cappello di paglia abbandonato su una siepe. Da dietro la siepe escono un tenente e una signora in evidente flagranza “di reato”. Fadinard se ne va ma è rincorso dal tenente e dalla donna fino a casa sua dove si prepara al matrimonio. Qui il tenente gli dice che, dato che la donna è sposata e tornare a casa senza il cappello potrebbe rappresentare l’evidenza del tradimento agli occhi del marito, se non gli procura un cappello simile gli distruggerà casa pezzo per pezzo e poi lo sfiderà a duello.

Questo è il preambolo che poi svilupperà la trama. Durante la cerimonia matrimoniale lo sposo cercherà a più riprese di assentarsi senza essere notato per procurarsi il cappello che scoprirà però essere  pezzo quasi unico. Nelle sequenze dedicate alla cerimonia in chiesa, al pranzo di nozze e al ballo finale Clair dà il meglio di sé con la sua nota satira antiborghese. Infatti tutti non vedono l’ora di andarsene dalla chiesa a causa dei simboli della normale vita di società che gli si rivoltano contro: lo sposo per via del tenente che a casa sta buttando (in stile surrealista) gli oggetti di casa sua fuori dalla finestra mano a mano che il tempo passa, la sposa ha il vestito bianco che la tormenta a causa di un ago che la punge, lo zio di lei ha problemi con il cornetto acustico che si è inceppato, un cugino è bacchettato dalla moglie perché non tiene a posto il cravattino, un altro ospite ha problemi a mostrare le mani perché ha perso un guanto bianco, il padre della sposa ha le scarpe nuove troppo strette e un continuo dolore ai piedi…

Nel finale il ritmo aumenta parecchio perché la farsa, la commedia degli equivoci, esplode: lo sposo ha una dritta su chi possiede un cappello uguale a quello della fedifraga, si reca a casa di questa e incontra il marito per scoprire che questo è proprio… il marito cornuto della donna nascosta a casa sua; cercherà di evitare una tragedia dovuta alla vendetta ma riuscirà a far credere a tutti, suo malgrado, di essere lui l’amante della donna e rischia di essere abbandonato dalla novella sposa; gli invitati che credono all’infedeltà di Fadinard pensano solo ad andarsene non senza essersi ripresi tutti i regali fatti ma cadono anch’essi in un equivoco perché la polizia pensa che siano ladri e li porta in massa in gattabuia! Tutto finirà però bene perché tra i regali apparirà un cappello di paglia d’Italia del tutto uguale a quello rovinato e le cose si rimetteranno magicamente al loro posto: lo sposo e la sposa possono ritrovarsi in camera da letto con i loro regali, il cornetto acustico ritorna a funzionare, il cravattino del cugino torna a posto per la tranquillità della moglie, il guanto perso viene ritrovato e le scarpe dolorose vengono sostituite da uguali ma più comode. Lo status quo è ipocritamente ristabilito (con un tradimento “senza prove” per la gioia di amante, moglie e marito…).

Scrive Giovanna Grignaffini nel “Castoro” dedicato al regista: “(…) i suoi film si strutturano su trame lineari e attraverso nuclei discorsivi il cui carattere fondamentalmente visivo non contraddice certo, e anzi accentua, la loro immediata leggibilità. In questo senso l’incontro con Labiche, o più in generale la ripresa di certi elementi feuilleton, non rappresenta una deviazione o un’involuzione ma una specificazione di alcuni tratti già presenti nel suo lavoro. Con una semplice distinzione di funzioni: nei film sino al 1927, prevale il  loro carattere di modello rispetto al loro carattere di opera.”

Insomma commedia popolare sì ma con stile avanguardistico. Ad esempio possiamo citare il racconto di Fadinard dell’incidente dell’inizio al marito inconsapevole che viene ripresentato non con le immagini già viste in precedenza ma con una “ricostruzione” scenica teatrale in cui i protagonisti diventano “attori” che la ripresentano in modo stilizzato tra cavalli e siepi di cartone. Sullo stesso “Castoro” leggo una dichiarazione al proposito di Clair: “Quando cominciai ad adattare Un chapeau de paille, diedi libero sfogo all’esagerazione, inserii un gran numero di elementi inverosimili, al modo delle farse di Mack Sennett” (Charensol-Regent, Un maitre du cinema: Renè Clair, La Table Ronde, 1952).

Per  finire, entrando in campo Dy’s, noctiamo che il regista sembra voler evitare di mostrare insegne e marche reali e tutti i negozi inquadrati hanno il nome generico, quindi il parrucchiere si chiama Parrucchiere, la casa di mode Mode, la drogheria Drogheria ecc. (naturalmente in francese). Tranne il ristorante del banchetto di nozze che ha un’insegna non verificabile (J.Eon). Peccato perché dato che l’oggetto principale del film è un cappello d’alta moda sarebbe stato facile un product placement con una marca produttrice o mostrare il nome di un negozio di cappelli compiacente.

STEFANO BARBACINI

Un cappello di paglia di Firenze

Regia: Rene Clair
Data di uscita: 01/01/1928
Location: Parigi
Cast:
Marie Maia

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