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CINEMA
4 Maggio 2012 - 13:04

LA CASA NEL VENTO DEI MORTI

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Quando la passione non basta...
LA CASA NEL VENTO DEI MORTI

LA CASA NEL VENTO DEI MORTI – Francesco Campanini (2012)

Eccoci a riparlare, ormai succede con una buona frequenza, di un film di genere italiano a basso costo distribuito nelle multisale, sintomo di un rinnovato fermento cinematografico nella palude Italia.

Il prossimo passo sarà riuscire anche a raggiungere una qualità media decente da questi tentativi ma per ora non lamentiamoci…

Il buon Francesco Campanini già autore del “noir” non certamente memorabile ‘Il solitario’ ci riprova con molti mezzi, tanta passione e solito protagonista (purtroppo…).

Il film comincia con richiami ai soliti ignoti per proseguire sguazzando tra gli innumerevoli esempi di “banditi in fuga con bottino da dividere” e trasformarsi nel finale in una specie di ‘Texas Chainsaw Massacre’ virato al femminile.

Come si vede la voglia di rimestare l’immaginario cinematografico è tanta e capiamo anche quel che Campanini (con la collaborazione di Barilli) avrebbe voluto fare. Purtroppo tante buone intenzioni restano sulla carta.

Il film è ambientato nel 1947, quindi subito dopo la guerra, quattro banditi sono in fuga dopo una rapina finita male (uno dei quattro è stato ferito a morte) e i tre supersiti si perdono tra le colline in provincia di Parma per evitare i controlli di polizia.

Tutta questa prima parte è piuttosto lunga e quasi imbarazzante per approssimazione recitativa (a Luca Magri si può adattare la famosa frase di Leone su Eastwood ‘ha solo due espressioni, con il cappello e senza’ solo che lui non porta neppure il cappello…; di Francesco Barilli si può dire tutto il bene che si vuole come pittore, regista di cult passati, documentarista, curioso intellettuale, colonnista di Nocturno ma non che il recitare è il suo forte; Marco Iannitello, il migliore dei tre, se la cavicchia e niente più) e povertà di dialoghi (uno per tutti, quasi scult: ‘Tu hai ucciso tua moglie!” “Era una poco affidabile” “Eh… chi lo è di questi tempi”).

Non riesce ad interessare nemmeno il contesto storico ed il riferimento al cinema del periodo fascista (il protagonista è un attore che ha lavorato con la Ferida e Valenti) con tanto di ricostruzione di un possibile spezzone di film d’epoca davanti alla Reggia di Colorno (ah quanta passione in Campanini e Barilli ma quanto lontano il risultato pratico…) in cui il Magri brilla per inadeguatezza. Da salvare soltanto l’ambientazione insolita sull’Appennino emiliano purtroppo meritevole di miglior utilizzo.

Va un po’ meglio la seconda parte quando le tinte dal noir passano all’horror.

I nostri finiscono ospitati in un casale isolato in cui abitano quattro donne, una madre, due figlie e una zia apparentemente demente. Le quattro, sopravvissute alla guerra con tutti i mezzi e desiderose di denaro per riprendersi una vita dignitosa, circuiscono i nostri con manicaretti e vino (drogato) per poi sopraffarli e, intascati i soldi, ucciderli con metodi quasi da torture porn.

Con l’apparire delle donne la recitazione ha un deciso scatto in avanti (soprattutto nelle interpretazioni di Sara Alzetta e Paola Crecchi che utilizzano il loro mestiere teatrale per dare una sufficiente aurea malsana al loro “acting”) e la lunga scena attorno al desco notturno ha un suo perché. Poi però la mancanza di soldi evidenzia tutti i problemi per la realizzazione di una pellicola di questo tipo ma c’è da dire che Campanini (o Barilli?) riesce ugualmente a cavicchiarsela con qualche soluzione non stupida e non tutto è da buttare.

A proposito de ’l’argent’ non so quanto la produzione, realmente indipendente, sia riuscita ad ottenere dai vari comuni del territorio parmense ringraziati nel finale (e a cui hanno fatto una buon lavoro di interesse turistico) ma non capisco perché non abbiano cercato di inserire anche product placement di prodotti locali (penso ad esempio: perché non mostrare un salame, richiesto durante il desco, con il suo bel marchio del salumifico produttore e farsi dare qualche soldino sicuramente utile a migliorare tutto il prodotto?).

Stefano Barbacini

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