Facebook Twitter Canale Youtube RSS
CINEMA
4 Marzo 2024 - 20:28

DIARIO VISIVO (Altre zone d'interesse)

 Print Mail
Due documentari che riparlano di Shoah e di deportazione partendo da oggetti
DIARIO VISIVO (Altre zone d'interesse)

Grazie alla lettura di un numero dei Cahiers du cinema (796) vengo a conoscenza di due documentari che ritornano al periodo dei rastrellamenti degli ebrei in Francia. Il primo è girato per la tv ed è diretto da Jerome Prieur e trasmesso da France 3. Les suppliques (1922) porta sullo schermo il risultato delle ricerche dello storico Laurent Joly, ovvero le tantissime lettere di supplica, da qui il titolo, degli ebrei francesi che vedevano di giorno in giorno private le loro libertà (tra il 1941 e il 1942) sia lavorative che individuali. Con i rastrellamenti e l’obbligo di portare l’infamante stella gialla la situazione poi arrivò velocemente al punto di non ritorno. Nel film vengono lette varie di queste lettere in cui si chiede la restituzione di beni requisiti necessari per lavorare, la liberazione di parenti, il riconoscimento del fatto che si è eroi della prima guerra mondiale e tanto si è dato per la patria e che non basta essere di altra religione per essere vessati e privati delle libertà. Oppure vi sono vere e proprie petizioni a favore di ragazzi innocenti e giovanissimi o di professionisti esemplari e utili alla società. Le lettere sono dirette al Commissariat General aux questions juives e si appellano direttamente al Maresciallo Petain, a capo del governo di Vichy e totalmente sottomesso alle leggi naziste. Le risposte sono sempre le stesse, che non si può fare nulla perché le indicazioni da parte dei tedeschi e della Gestapo sono incontrovertibili. Intanto scorrono per il film immagini del tempo, cartoline e, soprattutto, immagini della propaganda petainista che vede ad esempio la produzione di statuette raffiguranti il Maresciallo di Francia, un Abecedario con le parole abbinate a foto sempre di Petain (mentre gioca con bambini, saluta gente), propaganda sui giornali, molti dei quali giustificano i provvedimenti contro gli ebrei. Insomma il documentario ci mette di fronte alla situazione piena di ambiguità, paura e opportunismo di buona parte delle istituzioni e della popolazione francese mentre migliaia di innocenti di fede israelita vengono incarcerati e avviati ad una morte quasi certa. (voto 7)

“Una fotografia è prima di tutto un atto e la traccia di un incontro” afferma Christophe Cognet in un’intervista rilasciata ai Cahiers du Cinema n. 796 parlando del suo film A pas aveugles (2021), documentario che parte da alcune decine di fotografie scattate di nascosto da prigionieri di campi di concentramento nazisti, per costruire una vera e propria ricerca storica e sul significato di resistenza e di sopravvivenza. Quello che conta non è tanto quello che vediamo (comunque importante perché non viene da fotografie fatte dai nazisti o dai liberatori, sempre a rischio speculazioni, ma da prigionieri che vogliono documentare una situazione estrema che riguarda cattività e sterminio), ovvero luoghi di cremazione, donne e uomini fatti denudare credendo di andare a fare una doccia invece che alla morte, cadaveri messi a bruciare in fosse dai componenti del Sonderkommando, bordelli a uso dei soldati, donne-cavia che mostrano i segni delle atroci sperimentazioni; ma il coraggio di procurarsi materiale non permesso e di fare foto che, se scoperti, significavano punizione o morte. Il regista quindi va a cercare i luoghi dove sono state scattate le fotografie e fa una ricerca su come si sono procurati le macchine fotografiche e come le hanno usate senza farsi vedere. “E’ essenziale che tutto il film parta dalla possibilità materiale di queste immagini: come trovare una macchina fotografica, come far uscire la pellicola dal campo ecc.” (sempre dall’intervista citata prima). (voto 7)

STEFANO BARBACINI

© www.dysnews.eu