MAD MOVIE. Per finire un anno abbastanza “di merda” non lasciatevi scappare Holy shit! (2022), purtroppo non ancora arrivato in streaming in Italia, tipico film da proiezione di mezzanotte ai festival di genere (infatti fu proiettato lo scorso anno al NIFFF) con effetti truci misti a demenzialità. Un architetto si ritrova prigioniero dentro ad un gabinetto chimico da cantiere con un tondino di ferro infilato in un braccio. Così immobilizzato non riesce neppure ad utilizzare il cellulare finito in mezzo alle deiezioni dei precedenti utilizzatori della toilette. Si scoprirà che il tutto ha a che fare con una lotta tra un imprenditore senza scrupoli, e candidato a sindaco, che vuol far saltare un edificio per costruire un hotel e un’ecologista che è riuscita a far rendere illegale l’esplosione per preservare l’ecosistema di un tipo di civette in via di estinzione. L’architetto è finito in mezzo a questa disputa fino alle estreme conseguenze. Praticamente l’esordiente regista tedesco Lukas Rinker lo ha girato tutto dentro alla toilette di plastica rovesciata, il film è pieno di sangue e merda, umorismo piuttosto grossolano e situazioni volutamente assurde. (Voto 5,5)
ANA KATZ. El perro que no calla (2021) è probabilmente la summa del cinema di Ana Katz fino a questo momento della sua carriera. Inizia come gli altri con la descrizione minimalista del protagonista, Sebastian (Danile Katz), e della sua vita. Il problema che deve affrontare piuttosto allibito è quello del suo cane che abbaia lamentoso facendo accorrere i vicini che lo redarguiscono. Sempre a causa del cane perderà il lavoro (spinto a portarlo in ufficio dai vicini, non è bene accolto dai capi…) e si darà all’agricoltura trasferendosi in campagna. Questa è solo la prima parte del film che è diviso in vari spezzoni con notevoli distanze temporali uno dall’altro. Quello che accade tra gli spezzoni non è dato a sapere tranne per qualche indizio dato da alcuni pannelli disegnati. Ad esempio ritroviamo il nostro disoccupato e apprendiamo dai disegni che il cane è morto. Poi, altra ellissi, lo ritroviamo sposato con figlio in un mondo in cui non si può respirare al di sopra del metro e venti, quindi o si cammina accovacciati o si devono indossare bolle per respirare (la regista tiene a precisare che questa distopia è stata concepita nel 2019 prima del Covid), poi lo ritroviamo professore di scuola, separato con il figlio da accudire, cosa che lo riporta ai problemi di inizio film. In pratica in un’ora e venti di film la regista, girando in bianco e nero, ci racconta buona parte della vita di un uomo e buona parte dei problemi della società, con semplici episodi di piccola ironia quotidiana, spaziando tra realtà, sogno e fantascienza. Il protagonista è un personaggio che si lascia trascinare nella vita, come buona parte dei cosiddetti uomini comuni, come un Hulot o uno Charlot moderni. “Con El perro que no calla la regista porta avanti un umorismo che lei stessa definisce “instabile” e in cui l’assurdo, portato all’estremo, agisce come un metronomo rotto” si legge nell’articolo a lei dedicato da Claire Allouche sui Cahiers du Cinema n. 296 del marzo 2023. (Voto 6,5). Product placement? Vediamo un Honda, cassette di una ditta di frutta e verdura Angelin srl e PC Apple.
WILLIAM WELLMAN. Nella sua iperattività dei primi anni Trenta, William A. Wellman dava la sensazione di licenziare qualche opera, pur sempre interessante e piena di “cinema”, in maniera frettolosa e poco curata. Non è il caso de L’angelo bianco (Night nurse, 1931), commedia con risvolti gotici di grande impatto sia visivo, sia registico, ma soprattutto, interpretativo. Dopotutto avere tra le mani Barbara Stanwyck è già di per sé un addendum e una solida base di partenza. Nella prima parte del film la vediamo volersi imporre nei corsi di formazione da infermiera, prima parte fondamentalmente da screw comedy con molte battute forti che permettono di mostrare il carattere di Lora Hart, il personaggio protagonista. Nella seconda parte vediamo Lora diplomata infermiera di notte, che dovrà accudire e curare due bambine nella casa di una ricca donna. Scopre qui che la malattia delle pargolette non è casuale ma pilotata dallo chauffeur di famiglia che ha architettato con un dottore senza scrupoli di lasciarle morire per un’eredità. Naturalmente Lora si metterà contro rischiando fisico e carriera. Nel film troviamo varie finezze registiche (ad esempio l’inizio con una carrellata, poi ripresa nel finale, dall’interno di un’ambulanza, oppure il soffermarsi su dettagli “espressivi” come il versamento del latte dalla vasca da bagno) e scelte narrative e di regia che vedremo difficilmente dopo qualche anno. Infatti il cinema ancora privo del codice Hayes ha permesso a Wellman di mostrare spesso le gambe con autoreggenti della Stanwyck e della Blondell, di mostrare una classe ricca completamente sbronza e immorale (in pieno periodo di proibizionismo, tra l’altro), di mostrare l’eroe positivo, poi amato da Lora, come un contrabbandiere e ladro che farà uccidere, da amici sicari, senza se e senza ma il personaggio negativo. Il cast è stupefacente per scelta dei ruoli secondari, Ben Lyon ha la giusta faccia da gaglioffo con una sua morale (tra l’altro regalerà una bottiglia di Whisky “proibito” alla Stanwyck), Ralf Harolde con tic ad un occhio interpreta il malvagio dottore, Vera Lewis perfetta nella parte di un acida capo-infermiera, ma soprattutto brillano le presenze di Joan Blondell con la perenne chewing gum tra i denti che conferma ancora una volta come avrebbe meritato maggior gloria a Hollywood e quella di Clark Gable, in una delle sue prime interpretazioni, di imponente cattiveria (in una scena colpice con un uppercut la Stanwick senza pietà). (Voto 7,5) Nel film viene citata la Austin come auto “pericolosa” perché troppo piccola in caso di incidente, evidentemente ancora il concetto di utilitaria non era molto… americano.