Level Five è una docufiction in cui Marker mette le sue esperienze passate (la fotografia, il lavoro sulla memoria, il video) e future (le opere su computer, i cd-rom, le installazioni) della sua carriera.
Il film è anch’esso diviso in “livelli”, come un videogame, il primo dei quali vede l’attrice Catherine Belkhodja ripresa in primo piano davanti ad un computer mentre cerca di completare un videogioco sulla battaglia di Okinawa. Il lavoro sarebbe il completamento di quello del compagno morto di cui sta elaborando il lutto. I suoi ricordi di vita passata con il compagno e il suo dolore si intrecciano inevitabilmente con la memoria e il dramma della quasi dimenticata e comunque mistificata battaglia di Okinawa verso la fine della seconda guerra mondiale. Il videogioco fa da pretesto e analisi psicologica delle vicenda personale della donna ma permette anche l’avvio di una ricerca documentaristica sulle vicende drammatice svoltesi sull’isola. Secondo lo stesso Marker “i giochi video dicono più sul nostro subconscio che non le opere complete di Lacan”!
Un secondo livello dell’opera di Marker è quello del racconto degli eventi della battaglia vera e propria che avviene tramite found footage, foto, interviste a sopravvissuti e a personaggi che sull’evento hanno lavorato come Nagisha Oshima. “La battaglia di Okinawa era una battaglia persa in partenza che l’esercito giapponese non aveva nessuna intenzione di vincere” dato che doveva servire per dimostrare il valore giapponese nella sconfitta e la ferocia dei nemici statunitensi. Da qui uno dei più sconvolgenti avvenimenti della storia in cui, a colpi di propaganda, di demonizzazione del nemico, di fanatico nazionalismo e cieco orgoglio dei militari, la pacifica popolazione di Okinawa viene convinta che non è possibile cadere viva nelle mani del nemico da combattere con il sangue e con il ferro. Così nel momento in cui la sconfitta è evidente e gli americani stanno ormai arrivando sulla popolazione civile, gli abitanti dell’isola danno vita ad un suicidio di massa e cominciano ad uccidere i propri cari (mogli, figli, sorelle) per impedire loro di essere catturati dai nemici dipinti come feroci torturatori e violentatori. Una follia che ha portato alla morte di 150.000 civili, un terzo dell’intera popolazione in maggior parte per mano di loro stessi!
Vi è poi un livello “artistico” in cui vengono analizzate le immagini in maniera teorica (ricordando il lavoro dell’amico di un tempo Godard) e il potere positivo e negativo di queste. Interessante ad esempio tutto il ragionamento che riguarda il momento in cui una donna che sta per suicidarsi buttandosi da una rupe e viene ripresa da una cinepresa. La domanda è: la donna che sembra avere un ripensamento, se non sapesse di essere ripresa (quindi non più in grado per vergogna e paura del disonore di fermare il suo atto) si sarebbe comunque suicidata? Le immagini che pure tanta importanza hanno come testimoni di eventi altrimenti a rischio di rimanere nascosti, possono diventare… criminali?
Infine vi è la parte in cui il documentario si svolge sui luoghi della battaglia visti al giorno d’oggi (alcune di queste insieme a quelle che riprendono Catherine Belkhodja sono le uniche “girate” da Marker e non prese da archivi) che ci portano ad esempio sui luoghi in cui si sono suicidati facendosi esplodere con delle bombe molti abitanti dell’isola oppure scendendo nella caverna dove vi era un ospedale improvvisato in cui sono asfissiate 46 donne dopo aver vissuto tra i cadaveri in decomposizione e le urla sia dei feriti amputati senza anestesia che degli affamati che per non morire di fame chiedevano che fossero bolliti gli arti stessi degli altri pazienti per potersene cibare. Luoghi riproposti tramite gli occhi non troppo sconvolti dei turisti in visita nonostante celino un’apocalisse che solo le successive vicende di Hiroshima e Nagasaki hanno reso quasi sconosciuta per la portata drammatica di questi altri massacri epocali.
Tra vidoarte, teoria cinematografica, poesia, Marker ci restituisce la memoria di un evento di cui pochi sono a conoscenza almeno nella sua folle dinamica.