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CINEMA
3 Settembre 2011 - 10:56

BARBA E DINTORNI

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Bunuel e la pubblicità (7)
BARBA E DINTORNI

EL BRUTO – Luis Bunuel (1953)

Stranamente bypassato con poche parole nell’autobiografia di Bunuel (e ancora più stranamente liquidato in due righe dal Castoro a lui dedicato), El bruto è invece un film che contiene parecchie delle ossessioni e degli interessi del regista manifestati nelle opere successive (e in alcune precedenti).

Assieme a “Subida al cielo” è opera di commissione che comunque comincia a contenere idee personali e a non essere mero compito da eseguire, mettendo in evidenza l’occhio lacerato bunueliano anche in un contesto di cinema popolare.

Niente a che spartire insomma con “Una mujer sin amor” o “La hija del engano” dell’anno precedente.

Già dall’ambientazione iniziale ci sembra di ripiombare in un contesto da “olvidados” (non per nulla Bunuel torna a lavorare ad una sceneggiatura originale con il fido Alcoriza, già con lui nel film su “I figli della violenza”), con l’azione che si svolge all’interno di case povere, in un quartiere periferico e tra le carcasse degli animali in un macello in cui incontriamo in tuta da lavoro il protagonista del film, il gigantesco “Bruto”(Pedro Almendariz, rozzo e ignorante al punto giusto, niente influenza actor’s studio nonostante le frequentazioni hollywoodiane).

La storia in breve vede il ricco Don Andres (Andres Soler a rappresentare il solito personaggio di borioso possidente messicano dalla limitata apertura mentale costante nelle opere in terra sudamericana di LB) furioso per non riuscire a sfrattare i pezzenti affittuari di sue case, per lo più insolventi, con lo scopo di mettere in opera una bella speculazione edilizia.

Per raggiungere i suoi obbiettivi  assolda il facilmente manipolabile “Bruto” (corto di mente e con debito di riconoscenza nei confronti del vecchio) per dare una lezione a Carmelo, il leader della protesta degli affittuari che non vogliono essere sfrattati.

Un po’ la malattia di Carmelo (probabilmente affetto da TBC) e un po’ la forza esagerata di “Bruto” che usa le mani come vanghe, causano la morte del poveraccio.

Quando le cose sembra comincino a girar bene per Andres si verificano cose imponderabili che hanno a che fare con la lussuriosa voglia della moglie del ricco signore nel momento in cui mette gli occhi sui bicipidi del “Bruto” e i sentimenti di quest’ultimo per la figlia, Meche, di Carmelo.

In pratica succede che l’animalesca sposa Paloma (Katy Jurado già apparsa in una notevole parte in “Mezzogiorno di fuoco”) voglia assolutamente espletare pratiche sessuali con il forzuto e ci riesca convincendolo senza mezzi termini quando gli addenta un pettorale dentro l’apertura della camicia (se non è Bunuel questo!, inoltre sia il tipo di donna che la sensualità ruspante messa in mostra dall’attrice richiamano decisamente il personaggio della madre di “Los olvidados” interpretata da Estela Inda).

Succede però anche che il “Bruto” abbia un animo sentimentale e cada come una pera cotta ai piedi di Meche (la carina Rosa Arenas) implorandola di sposarlo come un Frankenstein affascinato dalla purezza della bimba in riva al fiume…

Succede, infine, che Paloma scopra il rapporto tra Meche e il “Bruto” e si infuri per il giocattolo strappatole dalle mani raccontando, livida,  a Don Andres di una violenza sessuale, inesistente, subita: il marito in perfetto stile ottuso-borghese-macho-messicano decide di far uccidere il povero “Bruto” preso a fucilate in un angolo come un King Kong impotente.

Carne e sangue dal macello alla strada, società umana come branco animale.

Tutti i partecipanti a questa tragica commedia umana agiscono solo per interessi personali senza alcuno scopo superiore. Mangiare, placare istinti sessuali, accumulare ricchezza.

Dall’ultimo dei poveracci che cerca di approfittare dell’elemosina di un Don Andres (elargisce monetine quale imperatore di un regno di straccioni) ai danni degli altri poveri, al Don Andres stesso che vuole radere al suolo gli appartamenti per affari edilizi, al padre del riccastro impegnato ad escogitare continui espedienti per mangiare cioccolato proibitogli dai medici, a Paloma che vuole assolutamente “Bruto” per i propri desideri erotici. Sarà proprio quel poco d’amore, di sentimento che ancora resiste, l’ingenuità dei poveri amanti a far crollare il “patto sociale” e a far esplodere gli eventi.

E alla fine (ancora un rimando a “Los olvidados”) sarà di nuovo la gallina, la morte, a trionfare su tutto, nonostante il “Bruto” avesse cercato di farla tacere tirandole il collo…

Tra le perle del film, scherzaccio bunueliano, annotiamo la scena nel macello in cui Don Andres incontra il “Bruto” con gli addetti al lavaggio che continuano ad inzaccherare le scarpe del vecchio possidente mentre questo si scansa saltellando schifato…

Difficile dire se il negozio di tal MORENO che si intravvede con una certa chiarezza sullo sfondo di una strada della città possa considerarsi product placement o mera insegna a far da scenografia, mentre già più sospetta la bottiglia di liquore (vodka) bevuta dai protagonisti girata dalla parte dell’etichetta e che, per i problemi di immagine non chiarissima dovuti al DVD, non riusciamo a distinguere, tutto sta a capire se anche per gli spettatori del cinema messicano la cosa fosse ben più chiara o meno.

Stefano Barbacini

Il bruto

Regia: Luis Bunuel
Data di uscita: 01/01/1953
Cast:
Katy Jurado

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