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CINEMA
3 Giugno 2024 - 20:13

DIARIO VISIVO

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Alcuni film degli anni passati recuperati: Buena vida; Prisoners; L'ordine delle cose
DIARIO VISIVO

Buena vida è un film del 2004 ed è l’unico film diretto dall’argentino dalle chiare origini italiane Leonardo Di Cesare. Si tratta di una commedia in cui un “home invasion” parentale rovina la vita del protagonista Hernan, un giovane fattorino senza grandi pretese dalla vita. Vive nella casa ereditata dal padre con il fratello e la di lui moglie. Ad inizio film vediamo questi ultimi partire per la Spagna. Hernan resta così in casa solo e può invitare a stare da lui la ragazza del distributore YPF (principale product placement del film) che gli piace. Ad un inizio felice segue un proseguimento da incubo quando nella casa prendono piede i genitori e la figlia della ragazza. Apparentemente sono di passaggio ma, quando cominciano ad installare macchinari per produrre churros e a far entrare in casa lavoratori per produrne in gran quantità e per poi andare a venderli, si capisce che invece lì vogliono restare. Hernan impotente chiederà aiuto ma non ha i soldi per fare azioni legali e gli tocca sopportare la convivenza che porta anche alla rottura con la ragazza che non si capisce se sia vittima o complice dei propri genitori. Una commedia amarognola girata con pochissimi soldi che mette il dito nella piaga della mancanza di lavoro e delle difficoltà di vivere in un’Argentina sempre più povera, argomento che è un refrain nei film che arrivano da quel paese. Pellicole povere che raccontano di gente povera che si barcamena per sopravvivere. Quando Hernan richiede l’intervento di un delinquente per cacciare gli ospiti indesiderati scoprirà che la decisione è un boomerang e che forse l’idea di produrre churros casalinghi non è un’attività poi da non prendere in considerazione… (voto 6+) Oltre a YPF abbiamo un auto Volkswagen, uno scooter Honda, magliette Adidas e carburante Elaion tra le marche.

Nell’eclettica filmografia di Denis Villeneuve, dieci anni prima dell’esplosione galattica di Dune, vi è anche un ottimo thriller fincheriano, Prisoners (2013) sorretto da un trio di attori indubbiamente carismatico, “Wolverine” Hugh Jackman, “Donnie Darko” Jake Gyllenhaal e “L’enigmista” Paul Dano. In un quartiere della media borghesia vivono i Dover e i Birch, due famiglie speculari (hanno figli più o meno della stessa età) seppur una wasp ed una di colore, durante una serata felice le due graziose bambine più piccole scompaiono improvvisamente. Vicino alla casa vi era un camper sospetto, che siano state rapite? Inizia così questo filmone (due ore e mezzo di durata) che vede protagonisti il padre di una delle due bimbe, Jackman/Keller Dover (uomo dal passato da alcolista e reso rabbioso dal dolore della perdita), il riflessivo ed implacabile detective Gyllenhaal/Loki e il disturbato Dano/Alex Jones, subito incolpato del rapimento. Rilasciato dalla polizia per mancanza di prove della sua colpevolezza, Jones viene imprigionato e massacrato di botte da Keller che vuole da lui sapere dove sono le sue figlie. Mentre quest’ultimo tiene in cattività Jones, Loki continua le indagini che lo porteranno verso varie ramificazioni che non si sa quanto si intersechino. L’andamento narrativo è sincopato, tra la pioggia e la neve che creano un’atmosfera plumbea si avanza a strappi e quiete, l’obiettivo di Villeneuve è quello di esplorare i comportamenti umani, quello rabbioso e illegale di Keller (basta la motivazione della bimba rapita per agire così?) e quello pieno di dubbi e empatico fino al dolore psicologico di Loki, quello della moglie di Keller rinchiusa in se stessa fin quasi alla follia, quello della coppia di amici che sanno del comportamento di Keller e che, se da una parte non lo condividono, dall’altra fanno finta di niente sperando di arrivare alla loro figlia tramite lui, quello di Jones dal passato traumatico e dalla follia evidente e della matrigna di lui perennemente turbata dal rapimento del proprio di figli avvenuto anni prima. Insomma un thriller non banale, tutto da seguire che si prende tutto il suo tempo per dare densità ai propri protagonisti (voto 7+). Lunga opera con pochissimo product placement, in evidenza Acer.

Corrado è un alto funzionario di polizia incaricato dallo Stato italiano, con la supervisione della Comunità Europea, di far funzionare l’accordo con la Libia per fermare le barche di migranti e metterli in un hot spot nella terra che fu di Gheddafi. Inviato sul posto si accorge delle condizioni tragiche in cui versano i migranti, scopre una morte sospetta e corruzione dilagante che porta anche ad accordi sottobanco con i trafficanti di uomini. Incalzato dal Ministro (che più che altro è interessato al fatto che le barche non vengono fermate) si impone denunciando un potentato locale e minacciando una personalità della Marina libica perché non fa il suo dovere. Nel frattempo entra in contatto con la sorella del morto trovato nel ricovero per migranti scoprendo che questa non è altro che una povera donna somala in fuga dalla guerra la quale vuole solamente andare in Finlandia dove vive il marito “per potersi sedere senza paura a leggere tutti i libri del mondo”. Colpito dalla vicenda della donna ha il pensiero di aiutarla, ma per farlo dovrebbe andare contro le disposizioni del Ministro e agire illegalmente. Non gli passa neppure per la mente che anche le altre persone “imprigionate” nel campo profughi abbiano storie simili e che non siano criminali da rinchiudere. Alla fine, per non compromettere la propria posizione, decide di non aiutare la donna lasciandola in mano ai corrotti libici. Torna sereno nella sua Padova dove può riunirsi alla famiglia in un desco serale mangiando pasta e pastarelle, un brav’uomo che ha fatto il suo dovere per cui “l’importante è che il Ministro sia contento”. Ristabilito L’ordine delle cose come raccontato nel bel film di Andrea Segre (un regista italiano poco citato ma che dovrebbe essere più considerato) del 2017, uno dei pochi film di fiction che parlano della situazione italo-libica prima di Io capitano di Garrone che ci aggiorna su come non sia cambiato nulla dal 2017 in fatto di corruzione e trattamento disumano dei profughi. “Una generazione di stronzi con i soldi che gli escono dalle tasche ed è tutto merito nostro” dice il referente libico del protagonista al nostro ed è ciò che realmente è successo e continua a succedere laggiù. Un film che parte dal Veneto, regione rifugio per le brave persone così lontane dalla realtà (anche il sottosegretario del governo pensa di trasferirvisi per ritirarsi in dorata pensione), per arrivare a Roma e alla Libia. Segre si prende il suo tempo per illustrare la vita del protagonista e per dargli un background, anche psicologico, non banale. Un uomo a cui la figlia chiede, non hai mai ucciso nessuno? La risposta è no… ma solo con la pistola aggiungiamo noi (e fa capire il regista raccontando il dietrofront che porterà alla vita rovinata della povera somala)… Come in ogni cast veneto che si rispetti troviamo Paolo Pierobon, Giuseppe Battiston e Roberto Citran, gli assi del cinema di questa regione. (Voto 7). Product placement per Mac Apple, Audi, Mercedes e Range Rover tra le auto, Skype e Google per il web.

STEFANO BARBACINI

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