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CINEMA
3 Aprile 2024 - 23:51

DIARIO VISIVO (Ingmar Bergman 2)

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Da La Prigione a Donne in attesa
DIARIO VISIVO (Ingmar Bergman 2)

La prigione (Fangelse 1948 ndr) è un film di grande importanza anche al di là del suo valore intrinseco, perché apre la strada a quello che sarà tutto il cinema di Bergman. Anticipa gli interrogativi esistenziali: il conflitto tra realtà vera e realtà rappresentata, il gioco della lanterna magica, l’allegoria della comica, la ricerca della felicità, le difficoltà della coppia, il sogno come specchio con cui confrontarsi”. Così scrive Sergio Trasatti nel suo “Castoro” su Ingmar Bergman. Il film è da tutti riconosciuto come il film che ha iniziato il vero percorso autoriale di Bergman nel cinema (ne scrive soggetto e sceneggiatura e lo stesso Bergman nella conversazione con Olivier Assayas e Stig Bjorkman, Lindau Edizioni, alla domanda “quando ha avuto la sensazione di aver imparato a conoscere il cinema?” risponde “Credo sia stato durante le riprese di Prigione”). Il film è costruito con struttura metacinematografica che mischia realtà e finzione e meccanismi simbolici e psicologici a sviluppi sentimentali. Inizia con l’arrivo di un vecchio professore di matematica sul set di un suo ex-alunno, che ne è il regista, che propone un soggetto con protagonista il Diavolo il cui piano è quello di lasciare il mondo esattamente come è perché, essendo ormai Dio completamente sconfitto, le sue finalità sono perfettamente raggiunte, concludendo che l’unica soluzione per l’umano è il suicidio. “La vita è un arco crudele e sensuale che ci racchiude dalla nascita alla morte” dichiara. Altro personaggio tormentato (interpretato da Birger Malstem in un altro dei dieci film girati con Bergman) è lo sceneggiatore Thomas, amico del regista, che propone un soggetto su una prostituta che ha conosciuto e intervistato. Thomas è un ubriaco cronico che sta facendo crollare il rapporto con Sofie, la donna che lo ama, arrivando per disperazione a chiederle di suicidarsi con lui. Il “soggetto” proposto da Thomas diventa il film girato da Ingmar Bergman e una voce fuori campo, su una lunga carrellata per la via della città dove abita Birgitta Carolina (la prostituta), ne scandisce i titoli di testa citando regista, operatori e interpreti. Birgitta Carolina è sfruttata dal fidanzato Peter e dalla sorella di lui, costretta ad andare con uomini a pagamento. Quando lei dà vita ad un bambino, Peter e la sorella glielo tolgono e lo uccidono. Lei fugge e nella sua vita entra Thomas (che così in pratica entra nel film che avrebbe voluto sceneggiare), i due si amano e il loro rapporto diventa per Bergman il viatico per poter inserire le proprie passioni cinematografiche e per poter dare sfoggio di virtuosismi visivi. Lo fa girando una comica lapstick muta che viene proiettata da Thomas come fosse un film realmente esistente e, soprattutto, con il sogno psicologico-avanguardistico, compendio di Freud e surrealismo, di Birgitta ancora sconvolta dalla perdita del bambino. I rapporti di coppia costruiti tutti con dipendenza, sopraffazione, passione e lacerazione finiscono male per Birgitta che torna nelle mani di Peter e si suiciderà, un po’ meglio per Thomas che torna a cercare di ricucire un rapporto con Sofie e torna al suo mondo “fittizio” cinematografico. Incomprensibilmente valutato solo un asterisco e mezzo dal Mereghetti nel suo Dizionario dei Film (ed.Baldini e Castoldi 1996) che nel commento non è così cattivo “Piuttosto tortuoso nell’intreccio (…) ma pervaso da una insospettabile ironia, Prigione è il primo film importante di Bergman: anticipa alcuni suoi temi fondamentali (…), sperimenta riprese lunghe (dettate da esigenze economiche) (…) e inaugura la poetica del volto femminile indagato fino a diventare un <<autonomo mezzo espressivo>>”. I due asterischi del Morandini 2011 (Ed. Zanichelli) sono invece accompagnati da un commento negativo “6° film di Bergman, poco riuscito per il contrasto tra le incertezze del linguaggio (un ibrido realismo espressionistico) e la semplicità schematica della tesi, in bilico tra Strindberg e Sartre, ma piuttosto importante perché anticipa molti temi dei suoi film successivi”. Mi par di capire che essere arrivato in Italia con un ritardo tale da porlo come visione dopo i primi capolavori di Bergman lo penalizzino a posteriori. Guardandolo come film visto al tempo a mio parere va giudicato meglio e il mio voto è 7 pieno.

“L’immagine infernale della coppia in conflitto e il loro viaggio nelle terre di una Germania devastata dalla guerra, il film inteso come dissidio coniugale e la realtà delineata come oggetto di rappresentazione (un finestrino di treno equivalente al grande schermo) identificano Sete (1949)” (Jacques Mandelbaum ne I maestri del cinema, Edizioni Cahiers du Cinema, dedicato a Ingmar Bergman). E’ un film sulle donne, sul loro bisogno di amore e libertà. E’ un film sulla coppia, sul rapporto che nonostante finisca spesso in una lacerazione per entrambi, è comunque l’unica soluzione per uomini e donne. Il protagonista maschile Bertil (il solito Birger Malmsten), dopo aver sognato di uccidere la moglie con una bottiglia di birra, dichiara: “Essere solo ed indipendente è molto peggio del nostro inferno. Almeno noi ci apparteniamo”. E’ evidente (e lo sarà nei suoi capolavori come Il silenzio e in Scene da un matrimonio) che i rapporti difficili, infernali del matrimonio sono una necessità e al contempo un’impossibilità di conciliazione a meno che di non far sparire totalmente il proprio ego e tutto ciò è evidentemente autobiografico da parte di Bergman che ha vissuto più esperienze matrimoniali e, come lui stesso dichiara, si è innamorato di quasi tutte le sue attrici. Il film è incentrato sulla coppia Bertil e Rut (la “nervosa” Eva Henning), i due stanno lasciando l’hotel di Basilea in cui hanno finito le vacanze e prendono il treno verso la Svezia passando per la Germania dove è in svolgimento un dramma ben più pesante che non quello che può causare un rapporto di coppia, ovvero la popolazione dopo i disastri della guerra muore di fame. Dalla travagliata storia dei due protagonisti si dipanano tramite flashback e racconti paralleli, le vicende di altri personaggi che sono tutti legati a loro. Rut è stata l’amante di un uomo che ha una moglie e tre figli e, una volta incinta, ha scelto l’aborto per poi pentirsene e subirne un tarlo mentale quando l’atto ha portato alla sua sterilità. Bergit invece si è lasciato con Viola, una donna con problemi psicologici che lo psicologo che la segue vorrebbe amare ma lei gli sfugge e si ritrova tra le braccia di una ex ballerina (a sua volta compagna di ballo e di fallimenti di Rut) in un rapporto lesbico e alcolico (“è l’unico modo che ha una donna per sentirsi libera” le dice la tentatrice) che la porta ad un tracollo psicologico e al suicidio. Un film pessimista e fatalista, un film per questo bergmaniano. A Mereghetti è piaciuto più di La Prigione e gli dà 2 asterischi: “un kammerspiel in movimento (…) sul tema della sete d’amore insoddisfatta, ricco di azioni parallele e sguardi retrospettivi. L’intreccio nell’insieme risulta un po’ tortuoso, ma la macchina da presa si muove con una certa agilità nello spazio ristretto e lo stile di Bergman guadagna in sicurezza e vitalità”. Anche Morandini lo preferisce al precedente con addirittura tre asterischi: “In questo 7° film l’influenza di Strindberg nel giovane Bergman è determinante (…). La Rut di E. Henning è forse la prima di una grande galleria di personaggi femminili. Non manca di difetti né di squilibri. E’, con La Prigione, uno dei suoi film più “neri”.” Personalmente preferisco il precedente, voto 6,5. Nei precedenti film di Bergman il product placement è stato quasi nullo e anche in questo non è certo abbondante. Vi troviamo però l’Hotel di Basilea Krafft, il quotidiano National Zeitung e la rivista per signore delle edizioni Bonnier.

Verso la gioia (1949) mette in scena un artista (suonatore di violino) decisamente ambizioso ma con capacità limitate (“abbandona l’idea di essere un solista, sei un buon musicista d’orchestra. Noi “secondi” siamo ugualmente necessari. Niente api operaie, niente alveare” gli dice il saggio direttore d’orchestra Sonderby interpretato dal maestro di Bergman, il grande regista svedese Victor Sjostrom che fa pensare al rapporto tra direttore e violinista a quello tra i due registi e a come probabilmente si sentiva Bergman allora anche se lui smentì) che, frustrato, non riesce ad essere felice nonostante abbia accanto a sé una compagna ideale, innamorata, comprensiva, artista e intelligente. La sua scontrosità e il suo orgoglio mettono in serio pericolo il loro rapporto di coppia (non certo strano in Bergman…) e noi sappiamo fin dall’inizio che al momento in cui i due riescono a trovare un punto d’incontro e una serenità con i due piccoli figli, lei morirà. Come se il registra (qui anche sceneggiatore) non voglia dare speranze ad una convivenza tranquilla e sentimentalmente appagata. Il regista parlerà della sua opera in questi termini (Conversazione con Ingmar Bergman, di Olivier Assayas e Stig Bjorkman, Lindau Edizioni): “è un film della giovinezza, molto immaturo, che cerca di esprimere troppe cose insieme. Devono esserci due o tre belle scene, ma è sentimentale… un po’ pazzo (…) La protagonista è nobile e bella, ha talento, molta personalità, mentre lui è un disgraziato, un mediocre, un debole, un porco… (…) Questa non comune, meravigliosa, bella, promettente, intelligente e affascinante giovane donna, dovevo ucciderla (risa). Per poi potermi sentire infelice e malinconico e… Dio mio quanta confusione… (…) basta parlare di questa robaccia…”. Bergman esagera, il film in verità è piaciuto a molti, ad esempio a Godard e su imdb il pubblico lo gratifica di un 7 pieno, e non è certo la “robaccia” che il suo creatore vuol far credere (voto 6).

Ciò non accadrebbe qui è la traduzione letterale di Sant hander inte har (1950) il film probabilmente meno visto e meno considerato di tutti quelli girati da Ingmar Bergman. Pochi critici se ne sono occupati approfonditamente e anche Sergio Trasatti nel suo “Castoro” gli dedica solo qualche riga: “è dedicato (…) ai problemi di una profuga che tenta di sfuggire al pedinamento delle spie comuniste nella Stoccolma della seconda guerra mondiale. E’ un film profondamente anticomunista, un film “a tesi” piuttosto insolito per Bergman, che però qui non firma né soggetto né sceneggiatura.” Lo stesso Bergman lo ha disconosciuto è fece di tutto per non farlo più proiettare. Nel libro di memorie Immagini Bergman spiega che avendo conosciuto dei veri esuli baltici, un intreccio di genere come quello del film poteva rappresentare un insulto alle loro esperienze di vita. Il film è stato però riscoperto dalla Cineteca di Bologna che, grazie all’apporto di Peter Von Bagh, storico del cinema apprezzatissimo e direttore artistico del festival, che ne era entusiasta, fu proiettato al festival del Cinema Ritrovato del 2018. Ora lo si può facilmente trovare anche su Youtube in una versione purtroppo non molto ben definita. Questo è il link in cui potete trovare una recensione del purtroppo scomparso Peter Von Bagh che lo rivaluta completamente https://festival.ilcinemaritrovato.it/proiezione/sant-hander-inte-har-2/. L’opera è in effetti del tutto estranea al resto della cinematografia di Bergman, è un film di spionaggio con venature noir che ricorda l’Hitchcock “inglese” degli anni Trenta. Grande fotografia di Gunnar Fischer, prima parte nerissima da film anni ’40 americano e seconda parte come detto hitchcockiana con qualche caduta nei momenti di azione. Vi è però una curiosa costante lungo il film (a partire del titolo) che è una critica sarcastica ai connazionali svedesi accusati di interessarsi solo degli affari loro, condurre una tranquilla vita borghese senza avvertire il pericolo esterno che corrono (si rivolge sicuramente al pericolo sovietico e comunista ma ricorda anche come con Hitler è stato fatto lo stesso). Monito da portare ai cittadini europei odierni che sono in una situazione analoga non accorgendosi troppo del pericolo dittature, sovranismo e guerra che ci sta circondando. (voto 6). Sas Scandivania, l’Hill Motel e la Chrysler citate nel film.

Sempre nel 1950 Bergman gira un film decisamente migliore, quello che lui stesso dichiara essere il primo film in cui comincia a sentirsi veramente in grado di esprimersi. Struttura a flashback (era di moda in quel periodo dirà il regista sempre nella Conversazione con Olivier Assayas e Stig Bjorkman), segue il racconto di una ballerina, ormai nella fase discendente della sua carriera, che si reca sull’isola dove passò un’Estate d’amore anni prima con il giovane Henrik (ancora una volta Birger Malmsten). Nel flashback vediamo come al termine dell’estate l’amore dei giovani esplode dopo che Marie (Maj-Britt Nilsson) in precedenza aveva preso tutto come un gioco. E questa caratterizzazione della giovane aspirante ballerina, aperta alla vita e ancora titubante dal farsi ingabbiare in una relazione sentimentale, è la parte migliore di questo spezzone importante (circa tre quarti della pellicola). Il carattere solare e spensierato della ragazza trova il giusto contraltare nella natura, mare e costiera, inno alla libertà. Ma proprio la natura sarà fatale per i due innamorati quando Henrik gettandosi dalla scogliera trova la morte. Da questo momento la vita di Marie, che pure troverà successo nel ballo, diventerà quella gabbia che la giovane sé stessa avrebbe voluto evitare. La critica ha in generale lodato il modo in cui Bergman ha risaltato la bellezza della natura come paradigma dell’anima libera e amorosa, in realtà dove secondo me il regista riesce visivamente e registicamente ad essere prodromo della sua grandezza posteriore è proprio quando questo idillio ameno viene meno. Una visionaria e memore del miglior cinema muto è, ad esempio, l’inquadratura di Marie vestita di nero che si avvia verso l’uscita dell’ospedale e lungo il corridoio è “minacciata” dall’ombra dello “zio” che sta per decidere in negativo il suo futuro, come un dottor Mabuse sta per prenderne le redini approfittando della sua debolezza psicologica per coinvolgerla in una relazione malata che questa sola inquadratura esplica magistralmente (la relazione è solo accennata da questa sequenza e da parole di disprezzo di Marie in seguito). Oppure memorabili sono le inquadrature nel camerino di Marie (ah, l’amato teatro che ritorna continuamente nei film di Bergman) con i primi piani del viso spezzato in due della donna oppure il gioco di specchi nel monologo finale del clown triste interpretato da Stig Olin, il padre di Lena Olin, attrice che diventerà importante interprete per il teatro e il cinema di Bergman prima di sfondare a Hollywood. Due asterischi e mezzo per il Mereghetti (“L’amore, la tragedia e il tempo: Bergman racconta una breve e intensa passione, dilatata nel ricordo e nella realtà dal suo drammatico epilogo fino a provocare un blocco emotivo che sfocia in amare riflessioni sull’amore e sul destino.”). Tre e mezzo invece per Morandini che pare aver apprezzato di più (“10° film di Bergman, il più risolto del primo periodo: gli aprì la via al successo internazionale. Malinconia struggente nel mito di un’estate irripetibile, caducità dell’adolescenza, erotismo lirico, polemici accenti contro la divinità: il giovane Bergman mette il suo cuore a nudo.”) (Voto 6/7). Product placement inesistente se non vogliamo considerare il disco della Columbia records sul cui involucro prende vita una piccola animazione, momento bizzarro e anomalo del film.

Donne in attesa dei loro mariti sono le 4 donne più una ragazza che si ritorvano in casa e si raccontano le difficoltà di rapporti e che l’amore ormai esiste solo come bisogno di stare insieme. Annette (Aino Taube) inizia la conversazione dicendo che col proprio marito non c’è più nulla, solo cordialità e abitudine. Le altre tre invece cominciano un racconto in flashback su vicende del loro passato che divide questo film di Bergman del 1952 in un prologo, tre episodi e un epilogo. Il primo episodio riguarda il racconto di Rakel (Anita Bjork) e del suo tradimento con un amico di gioventù di cui il marito si fidava. E’ questo probabilmente il primo vero spezzone di cinema puramente “bergmaniano”, come si è abituati ad etichettare chi fa cinema che si ispira a lui. Sia la cura dell’immagine sia la freddezza e la crudeltà di esposizione di sentimenti e passioni trattenute sono tipiche del regista nella sua maturità. Il secondo racconto, quello di Marta (Maj-Britt Nilsson) è il più lungo e contiene un flashback dentro al flashback. La donna sta per partorire e ha appena “cacciato” l’amato Martin (Birger Malmsten) pittore con cui sperava di avere una vita diversa per poi capire che l’uomo non è altro che una pedina di una famiglia borghese a cui appartengono tutti i mariti di questo film essendo fratelli tra di loro. Poi si rassegnerà e lo sposerà comunque. Questa seconda storia è più simile ai film precedenti del regista, con molto sentimentalismo, cura del luogo (una Parigi da cartolina) e amore in barca con cascate che scrosciano, insomma ancora si guarda al cinema del realismo poetico anche se poi il segmento è spezzato da un incubo che assomiglia a quello della protagonista di Musica nel buio con sovrapposizioni e ricerca visiva qui più alla Epstein che non alla Bunuel, in verità. Infine l’ultimo, quello raccontato da Karin (Eva Dahlbeck), sketch comico piuttosto acuto con lei e il marito rinchiusi in un ascensore che si raccontano i propri tradimenti e ritrovano la passione tra di loro. Nel film Bergman (al momento in difficoltà sia economiche che sentimentali avendo una moglie e un’amante con cinque figli a carico da mantenere) ribadisce il concetto già incontrato in opere precedenti ovvero che “il peggio non è tradirsi ma vivere in solitudine”, che i rapporti di coppia “tutto sommato sono una sporca faccenda” e che “la vita è un compromesso”. Da tutto ciò cercano di fuggire i giovani amanti nell’epilogo ma Paul, il marito di Annette, commenterà: “lasciateli fuggire, vedrete che torneranno” senza lasciar loro molta speranza di sfuggire dalla vita “borghese”. Inquadrature curatissime, soprattutto nel primo episodio, e il solito magistrale bianco e nero della fotografia di Gunnar Fischer ma ancora Bergman non pare totalmente emancipato dagli influssi del cinema precedente che ha amato e da cui ha difficoltà a staccarsi. Lo farà magnificamente in seguito trovando la sua via personale. E’ questo anche l’ultimo film di Bergman in cui Birger Malmsten ha un ruolo di primo piano (verrà poi richiamato solo anni dopo per Il silenzio e Immagine allo specchio in ruoli secondari). In realtà (sempre prendendo dalla Conversazione con Assayas e Bjorkman già citata) il regista non ne aveva un gran opinione: “Nel cinema svedese, all’epoca, era una grande star (…) era una persona che si faceva voler bene, forse non tanto intelligente, ma molto gentile, umanamente ricca e piena di calore (…) Gli dicevo sempre: <<bisogna che studi dizione>>, per usare un eufemismo, perché era un dilettante assoluto. Non aveva mai studiato. (…) un attore dotato sprovvisto di tecnica, è completamente perduto, perché ha tante cose da dare ma non sa come darle. (…) Questa mancanza di tecnica gli ha distrutto la carriera.” Malmsten diventa così metafora del cambiamento bergmaniano. Abbandonato il suo attore “feticcio” appartenente alla sua prima stagione in cui ancora non aveva pienamente trovato la sua strada cinematografica, inizia la vera carriera che ha fatto grande il regista svedese, cominciando dal film successivo, il suo primo capolavoro. (voto 6,5) Al solito poco product placement, per lo più quotidiani (qui il Stockholms Tidingen) e un’inquadratura o due dedicate all’Hotel Le pont tournant di Parigi con la pubblicità della Tigerbier.

STEFANO BARBACINI

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