Thriller dell’olandese Paula Van der Ost, una delle registe più apprezzate in patria visto che ben per tre volte un suo film è stato nominato per l’Oscar del film internazionale, La baia del silenzio (2020) si svolge tra Liguria, Italia (incontro d’amore tra un’artista vedova moglie di due gemelli e un architetto più che benestante), Inghilterra (dove l’architetto abita e l’artista partorisce) e Normandia, Francia (dove scopriamo un passato traumatico della donna). La donna si chiama Rosalind (Olga Kurylenko) e ha un incidente cadendo dal balcone di casa, in ospedale partorisce comunque ma, parto ancora gemellare, uno dei feti nasce morto. La cosa fa andare fuori di capa Rosalind e il film sembra si incanali sul binario del trauma post parto che sta diventando uno dei topoi del thriller e dell’horror. Poi però arriva una strana valigia dalla Normandia e Rosalind sparisce con le gemelline e con il neonato… a questo punto finiamo in un mistery-thriller psicologico con parecchie pecche. Il film risulta farraginoso e a tratti incredibile (grosso errore per un genere come quello psicologico che dovrebbe curare bene tutti i passaggi per essere inattaccabile e per permettere allo spettatore di perdervisi dentro) senza considerare l’insopportabile prima sequenza, quella dell’incontro dei due nella Baia del silenzio davanti a Sestri su cui eravamo passati sopra sperando nello svolgimento successivo. (voto 5) Nel product placement sicuramente Toyota primeggia, poi solo Leica viene mostrata.
Una lieta scoperta su Netflix, un film arabo (Arabia Saudita) del regista esordiente Mesha Al Jaser (un youtuber conosciutissimo in patria), Naga (2023). Per raccontare la situazione della donna nel paese mediorientale e le sue paure: quella del padre (devi rientrare alle 21,59 non un minuto prima non un minuto dopo!), quella della vita fuori di casa nella metropoli e nella solitudine del deserto accompagnata da un amico inetto e drogato, quella del maschilismo imperante per cui una donna ad una festa è oggetto raro continuamente importunato, quella dello scoprirsi troppo il viso, quella del continuo imbarazzo del suo sesso, del dover passare in secondo piano in famiglia anche nei confronti del fratellino maschio…, Al Jaser racconta un tutto in una notte che inizia con Sarah (Adwa Bader, sorprendente artista saudita-americana anche poetessa e cantante oltre che attrice) che esce di nascosto con un amico e con lui si inoltra nel deserto alla ricerca di una festa “clandestina”. Durante la sera, più che la notte (si va dalle 17 alle 23,30), si drogherà con l’amico, incontrerà un fuoristrada Toyota da cui sbuca una pistola minacciosa, i due investiranno con la loro auto una cammella (naga) vendicativa che poi assedierà la donna tipo cammella-zombie costringendola a nascondersi sotto l’auto, Sarah litigherà con le poche donne presenti alla festa, fuggirà nel deserto mandando a quel paese l’inutile compagno, incontrerà altri tizi bizzarri finché, in clamoroso ritardo, si troverà in mezzo ad una folla festante per una vittoria della squadra nazionale di calcio e ad un enorme incendio scoppiato in un centro commerciale. Tribolazioni non indifferenti per una normale uscita serale che difficilmente resta “normale” in un paese dove, mostrato nell’incipit del film, un marito uccide un ginecologo perché ha fatto nascere il figlio vedendo le pudenda della moglie! Al Jaser sente, al suo primo film per il cinema, di dover metter tutto quello che ha visto sullo schermo in gioco: passaggi tarantiniani, giochi sul tempo reale e cinematografico, montaggio a tratti rapidissimo e ipnotico, inquadrature mai classiche tra riprese capovolte, dall’alto, in campo e controcampo lunghissimi con grandangoli esagerati, luci stroboscopiche e colori brillanti… insomma vuol far vedere che il cinema lo ha masticato e rimasticato, esagerando un po’ con alcuni passaggi velleitari. Comunque decisamente da vedere. (voto 6,5) Oltre alla citata Toyota, Google maps e Samsung completano il product placement del film.
Pierre Creton è uno che in Italia penso pochissimi conoscano. E’ un autore e regista, come se ne trovano parecchi al di fuori del mainstream, che si tiene appartato dalla scena cinematografica e che fa film molto liberi, tra il poetico e l’autobiografico. Potremmo paragonarlo al nostro Silvano Agosti per dirne uno. Qualche anno fa uscì un cofanetto con alcuni suoi film (di cui prima o poi parlerò) ed oggi ho visto Un prince del 2023, un film in cui riversa sue peculiarità autobiografiche (l’agricoltura, il giardinaggio, l’apicultura, la vita in mezzo alla natura, il dolore del passaggio del tempo e della morte di persone vicine, l’omosessualità) ambientandolo in una scuola di giardinaggio poi in una fattoria in cui il protagonista, Pierre-Joseph, inizia da apprendista giardiniere a vivere. Creton racconta senza troppi peli sulla lingua, vi sono costanti voci fuori campo dei vari personaggi (ma volutamente recitate da attori differenti da quelli che recitano per evidenziare come la voce interiore è differente da quella esterna) che raccontano di amori, affetti, desideri inconfessabili. Pierre-Joseph è ossessionato dal sesso che fa con altri uomini (il vecchio padrone della fattoria, il contadino che li aiuta anch’esso non giovanissimo, l’amico Alberto, l’amante Mino…) anche in threesome omosessuali senza troppa pudicizia. Girato con piani fissi e montaggio secco, sorprende per l’innesto di un personaggio favolistico, il giovane sedicente principe indiano Kutta, oggetto di desiderio di Pierre-Joseph e che gli appare con un pene multiplo, tipo medusa, in un finale misteriosamente surrealista. Personaggio fantasioso ma anche concreto che “guarda tutte le stagioni de Il trono di spade e video BDSM e vorrebbe avere a disposizione un giardiniere da frustare”… Che Creton sia dentro questa storia con le sue ossessioni lo dimostra la scena in cui l’attore che intepreta Pierre-Joseph, il giovane Antoine Pirotte, lascia il letto in cui dorme con due uomini e vi ritorna invecchiato di decine di anni ed è interpretato da… Pierre Creton stesso. Una magistrale idea di mostrare il passaggio del tempo personale. Vi sono anche espliciti omaggi al cinema come la costruzione da parte di Pierre-Joseph, che vorrebbe fare un film, di una struttura chiamata Black Maria e come la presenza di Françoise Lebrun, icona della nouvelle vague e del cinema indipendente francese (voto 6) Una bottiglia di liquore “Cheat King” è inquadrata in una lunga scena ma non ne conosco l’esistenza, sarà fittizio? O product placement?
Un racconto di amore e morte, di incomprensioni, separazioni e infelicità. Ma anche un inno alla vita, allo strappare da questa tutto quel po’ di piacere che si riesce. Questo in definitiva quello che ci racconta la catalana Isabel Coixet, una regista di cui mi tocca ammettere non ho mai visto nulla anche se era nella lista delle giovani autrici più promettenti apparsa anni fa sui Cahiers, nel film Tre ciotole (2025), tratto da un romanzo di Michela Murgia ed è difficile non trovarvi tutto il dolore e l’amarezza di una donna che convive con una malattia che non dà speranze. Portato sulle spalle dalla sempre affidabile Alba Rohrwacher ci narra di un’insegnante di ginnastica di mezza età, Marta, lasciata per piccole incomprensioni dal compagno Antonio (Elio Germano) e in crisi esistenziale per questo. Quando scoprirà di avere un tumore allo stomaco, questa notizia invece di abbatterla le fa affrontare la vita con un altro piglio, quello di una donna che vuole prendersi tutte le soddisfazioni che può, magari viaggiare verso la Corea che ama e avere un altro amore, “un corpo caldo a cui dormire a fianco”. Fino a che la malattia lo permetterà… Dolente racconto ben condotto dalla Coixet che utilizza la grammatica cinematografica con grande perizia. Il montaggio è “psicologico”, utilizza soluzioni video sgranate da filmino amatoriale per i flashback, ci sorprende con immagini liquide e spezzate, ci colpisce al cuore con sequenze mai pietistiche ma commoventi (su tutti il passaggio dai baci, ultimo sprazzo di vitalità, al party funebre con il sottofondo della voce dolente di Nina Simone in I get along without you very well) con l’utilizzo suggestivo delle canzoni. In tutto questo, però, anche lei riesce a momenti a cadere nell’errore di voler aggiungere troppo. O per lo meno ad aggiungere parti non necessarie e a non approfondirne altre (troppo poco ci dà delle due ragazze con problemi psicologici che si tagliano in bagno, mentre del tutto inutile la presenza della sagoma di cartone del cantante sudcoreano a cui la protagonista parla: se regge sulle pagine del libro qui è quasi imbarazzante; pure insopportabili alcuni dialoghi filosofico/poetici a mo’ di metafore da liceali). Peccato perché la Coixet sa rendere cinematografico ciò che è letterario, utilizzando appropriatamente la differenza dei due linguaggi. (voto 6+) Dato che di cibo si parla molto nel film, il product placement riguarda quasi esclusivamente nomi di ristoranti: il Cambio a Trastevere e Terrazza sul Tevere. Poi possiamo aggiungere una bici Atala.