La rivolta degli apaches (l’originale Apache drums rende decisamente meglio l’idea…) è un western allucinato e imprevedibile nella sua prevedibilissima trama… un ossimoro che nei film di Fregonese (visti nella personale a lui dedicata al Festival de Il cinema libero di Bologna in questa sua XXXVI edizione) non è così infrequente.
Protagonista è Sam Leeds, uno dei tipici personaggi cari a Fregonese, un balordo vagabondo e giocatore che piuttosto di condurre una vita “normale” di “schiavitù” legata al lavoro e alla famiglia preferisce guadagnarsi da vivere con metodi ai limiti, e oltre, la legalità. Innamorata di lui la bella del piccolo paese sperduto nell’arido New Mexico, Sally, non ne apprezza però l’incapacità di essere un uomo onesto. A contraltare di lui vi è Joe Madden, sindaco del paese e lavoratore instancabile che incarna tutto ciò che è retto e giusto ai limiti dell’ossessione. Il film sembra giocarsi tutto sui rapporti psicologici tra questi tre personaggi (rapporti che verranno ben meglio perfezionati nel trio di Blowing Wild) ma in realtà diventa poi un tipico western con lungo assedio finale degli abitanti del paese asserragliati in una chiesa mentre fuori si scatenano gli Apaches in lotta per la propria sopravvivenza, che con l’ossessivo suono dei loro tamburi creano tensione mortale tra i bravi cittadini americani tenendone ben vivo il senso di colpa collettivo.
Tutto ciò, seppur con questa divisione tra prima parte e seconda, sembra rispecchiare i canoni di un classico western se non che il nostro regista fa morire uno dei protagonisti ben prima della fine del film, un po’ a sorpresa, e ci regala un lungo finale allucinante che Dave Kehr sul bellissimo catalogo del festival così definisce: “Lungo tutto il film Fregonese ha continuato a sviluppare motivi visivi come soffitti bassi (alcuni interni fanno pensare a un western perduto di Orson Welles) e tettoie che rendono claustrofobici e soffocanti perfino gli spazi all’aperto (…). Quando l’azione si trasferisce all’interno della chiesa (…) non ci sono vedute esterne (…) solo i ritmi martellanti della danza di guerra (…)ma lo scioglimento della tensione sorprende per la sua originalità: i guerrieri si lanciano all’improvviso dalle finestre, i corpi dipinti in colori primari e illuminati da faretti colorati che creano accostamenti perfetti, idea ardita che prefigura l’audaciaa stilistica di Mario Bava”.
Non saprei dirlo meglio, non ci si interessa più molto delle sorti degli assediati ne dei rapporti tra Sally e i due uomini ma ci si lascia andare a questo folle gioco di colori saturi che ci ricorda il delirio visivo e cromatico di Maciste all’inferno di Freda e, appunto, i film più visionari di Mario Bava.
Nessun product placement.