Esiste un mondo, la Barbieland, di pura perfezione e idillio rosaceo, il mondo di milioni di bambine che vedono nella Barbie stereotipo (ovvero quella standard) e in tutte le altre versioni una proiezione dei loro sogni di donne perfette ed indipendenti. Le tante versioni di Ken nella Barbieland sono semplici accompagnatori asessuati delle Barbie, non è permesso il sesso (siamo senza vagine e peni qui) e l’amore. Il Ken è solo un oggetto da ammirare, fico e splendido, ma la gioia è restarsene tra donne a ridere e cantare nei party delle bambole. Qui non si può parlare di morte, di depressione e di problemi fisici come la cellulite, altrimenti il mondo delle bambine con le case da sogno rischia di crollare. Tutto comincia ad andare storto e, colpo finale, i piedi notoriamente impostati nelle Barbie di tutto il mondo per indossare tacchi a spillo, si appiattiscono e vanno bene per lo più per mettersi le Birckenstock.
Questa prima parte del film piena di immagini fumettistiche e da pop art con la splendida Margot Robbie e il divertente Ryan Gosling ridotti a fantastiche caricature, sembra costruito da Wes Anderson con le sue visioni tra il favolistico e l’artistico d’avanguardia. Ma per non far crollare questo mondo nella depressione umana, Barbie e Ken piombano nel mondo reale. Il mondo dove invece le bambine e le donne in generale devono subire, un mondo dove uomini presuntuosi ed idioti le tengono in disparte, non le permettono di arrivare al potere e le trattano da “inferiori”. Tutto ciò al frustrato Ken piace e il nostro comincia a pensare ad una rivoluzione a rovescio per stabilire il patriarcato anche nella Barbieland e sottomettere le “ragazze”. Quando Barbie stereotipo ritorna alla terra delle bambole, dopo aver capito ciò che ha minato la sua situazione di “perfetta” (ovvero i disegni di una creatrice della Mattel in cui si insinuano i concetti di morte e depressione) ritrova tutti i Ken al “comando” con le bambole che hanno subito il lavaggio del cervello e diventate tutte della “Bimbos” al loro servizio. Margot Robbie/Barbie allora, aiutata da Barbie stramba (una bambola maltrattata da una bambina del mondo reale) ristabilisce l’ordine ricacciando i “bamboli” nella loro inetta condizione di belli ma scemi.
Tutto bene quel che finisce bene con la grrrl riot compiuta e la Barbie tornata splendida. Ma adesso, una volta conosciuto il mondo reale, lei non si sente più una Barbie e desidera di diventare una donna in carne ed ossa, una di quelle che hanno bisogno del ginecologo, pronta a lottare in un mondo “cattivo” ma reale.
Operazione intelligente quella del duo Greta Gerwig (regista e cosceneggiatrice) e di Noah Baumbach (cosceneggiatore) che prendono l’oggetto accusato di aver traviato milioni di bambine con lo stereotipo della ragazza dal fisico perfetto e dispensatrice del concetto di perfezione esclusiva, e ne capovolgono il senso facendolo diventare paladino di una rivolta tutta al femminile, l’affermazione della donna come essere umano e intellettualmente non inferiore a nessuno.
I due creatori sanno come portare dalla loro parte lo spettatore intelligente e colto nonostante si parta da una bambola che apparentemente contrasta con questi termini, e costruiscono un mondo dal gustoso aspetto visivo ma, come in tutte le loro opere, tendono sempre a far dei loro “scritti” qualcosa di snobistico, dietro alla brillantezza delle loro trovate e delle loro proposte ci sembra di notare sempre quel po’ di studentello saputello che vuol far capire quanto è bravo. (Voto 6+)
Inutile citare come product placement quello che è ovvio, ovvero la Mattel creatrice della bambola più conosciuta al mondo, allora concentriamoci sul ruolo della Birckenstock, prima additata come adatta all’imperfezione della bambola “umanizzata” poi simbolo di emancipazione dalla dittatura del tacco dodici. Altre marche sono nel parco auto la Chevrolet, la Porsche (citata) e l’Hummer, nell’abbigliamento Adidas, poi Casio e photoshop.