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CINEMA
2 Maggio 2021 - 14:17

VITA NOMADE TRA AMAZON E UNA LATTA DI CAMPBELL'S SOUP

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Nomadland (Chloč Zhao, USA, 2020)
VITA NOMADE TRA AMAZON E UNA LATTA DI CAMPBELL'S SOUP

Il problema della mancanza di lavoro, di un lavoro sempre più lasciato al precariato, le problematiche sempre più gravi, per i giovani sicuramente, ma anche per quelle persone che hanno età avanzata ma non ancora tale da avere una pensione decente, non sono certo causate dal Covid, sono preesistenti a questo e dovute alle leggi del mercato libero che non dà più spazio alla solidarietà. La pandemia lo acuirà certamente e la crisi finanziaria metterà ancora più in difficoltà il welfare costringendo le persone come Fern, la protagonista di Nomandland a scelte radicali per sopravvivere.

Vedova, restata disoccupata dopo la chiusura della miniera a Empire dove lavorava e dove ha passato tutta la sua vita col marito, si ritrova a dover vivere in un Van (scordatevi il camper di Schmidt/Jack Nicholson, altra roba) e a cercare lavori a tempo determinato come ad esempio presso il magazzino Amazon che diventa così via di rifugio per chi non ha lavoro ma anche “demiurgo” in grado di dettare leggi e condizioni lavorative. Fern è cosi costretta ad una vita “nomade” lungo gli Stati Uniti (ed è già “fortunata” di essere americana e quindi potersi spostare senza problemi, le fa notare una conoscente), ad aggregarsi ad altri nelle sue condizioni, ad adattarsi alla vita scomoda e incerta del viandante (con tutti i rischi connessi, mancanza di denaro, incidenti meccanici, paesaggi e climi difficili). Ma per Fern questa nuova vita è anche una nuova libertà e una nuova consapevolezza, nonchè l’occasione per incontrare varia umanità e subirne i conseguenti strappi sentimentali (gente che se ne va, che racconta il proprio passato drammatico, che affronta la morte imminente) e a fondersi piano piano con la natura, diventando una piccola parte di questa nei maestosi paesaggi americani (deserti, foreste, ghiacci, oceano...).

La voglia di libertà e di viaggiare diventa imprescindibile per lei che continua ad accettare lavoretti come donna di pulizie o in fast food per avere il minimo sostentamento ma sempre vagando libera, tanto che rinuncerà per questo ad una nuova possibilità di legame sentimentale e ad una vita stabile a casa della sorella. Però in contrasto continuerà ad avere nel cuore e nella mente il ricordo della casa aziendale lasciata ad Empire, la perdita dell’amore dopo  la morte del marito e la miniera. La “fabbrica” rimane la sua Rosebud. “Troppo tempo della vita passiamo a ricordare...”.

E’ proprio su questo contrasto tutto umano tra il bisogno di stabilità e attaccamento al nostro vissuto e quello di avventura e libertà che gioca l’importante film di Chloé Zhao la quale riesce a darci un affresco “antropologico” dell’umanità post-edonista (siamo tutti sotto la tirannia del dollaro le dice il guru della vita nomade) utilizzando tecnica documentaristica (spesso ci sembra di assistere ad una versione mainstream di alcuni documentari di Minervini), land art mista a poetica rimbaudiana e narrazione on the road malinconica che ricorda il Lynch di Una storia vera. Il tutto tenuto magnificamente insieme dall’interpretazione di Frances McDormand ii cui viso è ormai uno splendido bignami dei deserti rocciosi americani.

Amazon, va da sé, è il product placement principale del film (ma la nostra lavorerà anche in un Wall Drug del South Dakota) in cui abbiamo anche citazioni per Facebook, 7 eleven e una latta di Campbell’s soup scaldata a scopi “curativi”. Stavolta la lotta Pepsi-Coca Cola non ha vincitori dato che l’unica immagine dove appaiono sono messe una di fianco all’altra.

Stefano barbacini

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