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CINEMA
2 Aprile 2011 - 19:27

FROZEN

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Paura e una MARLBORO in una barzelletta...
FROZEN

FROZEN – Adam Green (2010)

Un weekend sugli sci e sugli snowboard, una vacanza spensierata sulla neve tra giovani (due amici d’infanzia e la ragazza di uno dei due) si trasforma in un incubo a causa di una distrazione da parte di un addetto alla sicurezza.

Costruzione simile a quella del film Open Water giovani sub volevano passare una giornata piacevole facendo immersioni e si ritrovavano davanti ad un pericolo mortale.

Mentre in quest’ultimo film l’incubo consisteva nell’essere abbandonati in mezzo all’Oceano, per i protagonisti di Frozen la situazione di abbandono alle forze della natura si ripete ma stavolta sono “dimenticati” su di una seggiovia ad un’altezza eccessiva per poter scendere, in un luogo isolato e freddissimo, fino al week end successivo.

Possiamo avventurarci in una definizione per questo nuovo filone di survival movie che potremmo definire “huis clos en plein air” utilizzando un ossimoro (in francese fa ‘culture’).

In pratica una situazione normale diventa un pericolo per la sopravvivenza con i protagonisti costretti a movimenti inutili in uno spazio sì immenso ma non affrontabile (acqua, neve, altezza) e quindi ristrettissimo.

Per quel che riguarda la storia mi fermo qui perché la forza del film è tutta nella tensione creata allo spettatore sempre in attesa di sapere come i tre se la caveranno in questa situazione in cui rischiano di morire congelati e…altro.

Basti sapere che l’opera del regista Adam Green (autore della minisaga horror di cui è prevista l’uscita ormai del terzo capitolo “Hatchet”) si lascia guardare proprio per la capacità di non annoiare mai e per essere in grado di farci trascorre un’ora e mezza senza aver voglia di guardare l’orologio, regalandoci anche qualche momento di puro horror. L’unico pericolo ora è che le varianti di situazioni rispecchianti lo schema “ragazzi si vogliono divertire ma restano soli di fronte alla natura in situazioni altrimenti normali e rischiano la vita” siano talmente tante da dar vita ad un filone per forza di cose destinato a diventare sempre meno interessante e stucchevole. Speriamo di no.

Concentriamoci invece su alcune considerazioni che ci sono venute alla mente durante la visione della pellicola, a dimostrazione dell’importanza dell’arte e della cultura a tutti i livelli, anche quella popolare e destinata al solo scopo di colpire lo spettatore e di provocargli emozioni senza fini politico-sociali, sempre e comunque in grado di far pensare la gente.

La situazione di pericolo di vita per i ragazzi creatasi nel film scaturisce dalla mancanza di attenzione dell’addetto alla sicurezza dell’impianto (abbandona il luogo per andare a rivendicare giorni di riposo nel week end successivo, riposo promesso dal datore di lavoro ma poi disatteso dallo stesso). La storia mette in evidenza la condizione di lavoratore sottopagato e non considerato come tutti quelli che devono svolgere mestieri di scarsa soddisfazione anche se con grosse responsabilità, cosa che non dà ovviamente giustificazioni per la negligenza ma mostra un lato debole di un sistema (chi non è in condizioni di lavorare tranquillo e con un minimo di riconoscimento non è affidabile). Vengono alla mente le polemiche che ci furono subito dopo i fatti dell’ 11 settembre (per altro citati nel film) riguardo al comportamento degli addetti ai controlli negli aeroporti soggetti alle stesse problematiche di scarsa considerazione e pessima retribuzione per svolgere un lavoro di grande importanza ma non sicuramente gratificante.

La seconda considerazione riguarda la piccolezza di noi umani che ci crediamo al di sopra della natura, potenti ed in grado di controllare ogni situazione senza renderci conto che invece al di là di ogni nostra sicurezza nel pianificare l’avvenire siamo in realtà legati ad un filo fragile, anche se d’acciaio come quello della seggiovia… I tragicamente spettacolari avvenimenti giapponesi di questi giorni ci mettono di fronte alla realtà: un’impotenza assoluta davanti ai capricci di una natura dalla forza inarrestabile.

Lato product placement il film inizia con un enorme cartellone di sfondo alle vicende dei ragazzi nella inesistente località di Mount Holliston nello Utah (ringraziamento comunque alla film commission dello stato) riportante la pubblicità del negozio di DVD e fumetti NEWBURY COMICS (facilmente rintracciabile anche via internet) con cui evidentemente il regista deve avere un feeling particolare dato che appariva anche su una t-shirt in Hatchet.

Abbiamo poi qualche marca di equipaggiamento sportivo invernale ma ciò che veramente è interessante è il posizionamento di marche di sigarette.

Come si sa negli Stati Uniti ormai il fumo è visto come il demonio e posizionare marche nei film non è più facile. L’escamotage del film è assolutamente da riportare. La fidanzata di Dan Walker infatti fuma parecchio e l’amico di Dan, Joe Lynch gli fa la morale ironizzando sul pericolo mortale che corre fumando. Tutto molto corretto. Le sigarette fumate dalla ragazza sono della marca BILSON, brand finzionale già utilizzata nel film horror May e che rischia di diventare come la ACME specificamente per questo tipo di prodotto, marca inesistente per non citarne delle vere. Tutto molto corretto. Il pacchetto di sigarette ha un look però familiare, sembra quello delle Marlboro. Poi Dan racconta una barzelletta che finisce così: “e lui gli disse, togliti da sopra che mi schiacci le MARLBORO”. Tutto molto astuto e un po’ meno corretto…

Stefano Barbacini

Frozen

Regia: Adam Green
Data di uscita: 02/05/2011
Cast:
Emma Bell
Brand:
Marlboro

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