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CINEMA
1 Aprile 2017 - 11:02

DIARIO VISIVO (Speciale Janet Agren 3)

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Il giovane normale (Dino Risi, Italia, 1969)
DIARIO VISIVO (Speciale Janet Agren 3)

Finalemente la ventenne Janet Agren ha l’occasione di partecipare ad un film di un grande regista. Infatti nel 1969 viene chiamata da Dino Risi per una parte importante ne Il giovane normale film la cui narrazione è in qualche modo in contrasto con lo spirito sessantottino e con la romanità imperante nel cinema (all’estero verrà spesso chiesto al protagonista se è romano facendolo irritare: “mica esistono solo i romani in Italia”). Il protagonista è Lino Capolicchio che rappresenta un giovane milanese in partenza per una vacanza in autostop e viene raccolto da uno strano terzetto di americani, una coppia con lui molto più vecchio di lei (Janet Agren) e un amico di loro un vecchio gay. Ingaggiato per fare da autista e poi anche da addetto alla soddisfazione sessuale della bionda moglie lasciata libera dal marito di andare con chi vuole (in spirito da amore libero che mette in difficoltà psicologica il personaggio di Capolicchio), il nostro viene trascinato con loro in Tunisia e qui diventerà ben accetto da tutti e gli verrà fatta anche la promessa di futuri sviluppi per la sua vita professionale. Poi però verrà abbandonato dal terzetto come fosse un giocattolo ormai usato e fuori moda.

Il personaggio principale per tutto il film esplica i suo pensieri con voce fuori campo utilizzando un gergo tipicamente milanese e spesso anche con flash visivi. Il suo monologo interiore ci fa capire come non siamo di fronte ad un giovane del suo tempo ma, appunto, ad un giovane normale che “non è giovane ma solo nato tardi” per come non riesce a lasciarsi andare a vivere alla giornata con spensieratezza.

Il film è solo a tratti divertente e non è certo il migliore di Risi (“tenta di cogliere i mutamenti di costume, ma il risultato è approssimativo e superficiale” dal Mereghetti), Capolicchio è bravo ma alla lunga stufa, quindi non resta che Janet Agren qui finalmente al massimo del suo splendore.

Si presenta seducendo protagonista e spettatori togliendosi gli occhiali da sole e mettendo in mostra i suoi occhi da tigre poi al primo distributore si cambia e ci si presenta in short e camicetta scollata sul rigoglioso seno (“Urca, questa qui ha due angurie…”) con tra le mani un PAIPER ALGIDA (lanciato proprio nel ’69…) che, per chi non se lo ricorda, è una specie di Calippo ma con gelato alla panna, e, insomma, quando esce fallicamente e viene leccato dalla nostra fa il suo bell’effetto provocante…

Uno splendore biondo anche per il milanese che tra sé e sé commenta: “Un’americana che se mi capita sotto le faccio fare caì caìn…”.

Janet durante la pellicola si cambia praticamente ad ogni nuova inquadratura e sta sempre benissimo, sia in short che in bikini, così come con il costume intero (in realtà piuttosto generoso), in minigonna o vestita da turista con sandali antierotismo. La vediamo pure accompagnare una ballerina di danza del ventre e vestita da imperatrice romana.  Ci concede anche il suo primo nudo parziale (intravvediamo il suo seno durante un amplesso con il giovane in cui abbiamo la miglior battuta del film: incalzato da lei che lo trova amante non certo focoso, Capolicchio le si getta addosso e alle sollecitazioni di lei “insultami, dimmi parolacce” lui grida. “porca capitalista!”).

Il film inizia su un’inquadratura di pubblicità CAMPARI e questo sarà il principale product placement riproposto assieme a MARLBORO e PUNT E MES in vari momenti del film. All’inizio abbiamo anche ESSO ma poi i distributori che incontriamo durante il viaggio sono SHELL. Già detto di ALGIDA, nel film troviamo anche MERCEDES, CORRIERE DELLA SERA (giornale con cui si capisce che uno è di Milano…) e citiamo due frasi che utilizzano brand: nella prima il giovane confessa a Janet di non amare le rovine storiche “le rovine a me non piacciano, mi piace più guardare il grattacielo PIRELLI”; nella seconda il padre di Capolicchio ne blocca le aspirazioni intimandogli “tu entri alla INNOCENTI come fattorino!”

STEFANO BARBACINI

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