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CINEMA
1 Aprile 2017 - 00:52

DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI)

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La roue (Abel Gance, Francia, 1923)
DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI)

“Rotaie, ruote, fumo, come è tutto tetro! Questa frenetica vita moderna è così esasperante” didascalia delle parole di Elie, il figlio liutaio del protagonista di questo lungo romanzo cinematografico di Abel Gance e di cui potrebbero essere perfetta introduzione. “La roue” è, prima di Napoleon, il grande film di Abel Gance che già agli inizi del secondo ventennio dimostra di conoscere alla perfezione la macchina cinema, tra soluzioni impressionistiche e innovazioni avanguardistiche (montaggio rapidissimo che anticipa gli esperimenti Clair e Leger) è già in grado, già quattro anni prima del suo capolavoro dedicato al grande condottiero, di destreggiarsi tra trucchi e inquadrature per restituire ad un pubblico, immagino meravigliato, immagini stupende. Il film è lungo, molto lungo, 4 ore e venti di ferrovie, locomotive, montagne innevate, amori strazianti e impossibili, autodistruzione e morte. Disastri fisici e dell’anima dovuti al troppo amore, ad un amore ritenuto sbagliato.

L’opera di Gance è divisa in due parti che potrebbero essere tranquillamente due film a sé stanti.

All’inizio un disastro ferroviario (che ci delimita le possibilità della tecnologia di fronte all’errore umano di cui resta dipendente) ci dà i prodromi della vicenda. Una bambina viene ritrovata dal tecnico di prima classe delle ferrovie locali e, visto che ha perso la madre nell’incidente, viene da lui portata a casa e messa nella culla assieme al suo figlio naturale.

Passano quindici anni e la camera di Gance si fionda all’interno del fumoso locale “L’horloge des gueules noirs” ritrovo di ferrovieri e inquadra visi anneriti, cappelli di traverso, abiti disortinati, mani e volti rugosi e tanto, tanto liquore che si incanala lungo le gole di questi lavoratori con poche altre gioie. Qui troviamo Sisif, il protagonista, in condizioni psicologiche degenerate rispetto all’aitante persona che era nell’introduzione. E’ rabbioso, pieno di acredine, solitario e propenso all’ubriachezza. Perché dato che a casa i suoi figli, Elie e la sorellastra Norma, la trovatella, ormai ragazzi, sono gioiosi e spensierati e tutto sembra andar bene.

Scopriremo prima delicatamente, con dettagli, poi più esplicitamente il vero problema di Sisif: è innamorato, di un amore impossibile, quasi incestuoso, della figliastra. Per lui è una vera ossessione e non gli permette di vivere. Geoloso di tutti, anche del figlio, diventa rissoso e insopportabile.

Tutta la prima parte del film verte su questo dolore e questo rovello dell’uomo che si complica quando un ricco personaggio chiede in moglie Norma, la Rosa delle rotaie (è questo il titolo italiano del film) che accetta di andarsene con lui, nonostante sa che la attenderà una vita di infelicità per inadeguatezza al nuovo ambiente sociale e per mancanza d’amore verso il marito, perché capisce che il padre ha problemi e pensa di esserne una delle cause (immagina problemi finanziari). Quando la ragazza se ne va scopriamo che anche il figlio Elie è innamorato di Norma, amore non dichiarato perché la credeva una sorella naturale. I due uomini corrono verso l’autodistruzione con tentativi di suicidio, alcolismo e ossessione. Fino a che Sisif non subisce un incidente che progressivamente lo porterà alla cecità e i due vengono trasferiti sul Monte Bianco a badare al trenino che porta in cima alla montagna.

La seconda parte è, al contrario della prima più intimista e impressionista, melodramma allo stato puro, Griffithiano. Si inizia con l’esplosione del dramma, i due uomini confinati sui monti continuano a vedere il volto della figlia/sorella ovunque e Elie disperato scrive una lettera dove confessa il suo amore e la scoperta di non essere il vero fratello per Norma e la nasconde in un violino appena costruito che manda in regalo alla donna. La lettera è scoperta dal marito che furioso e a conoscenza dell’amore ossessionato di Elie, corre sul monte armato di pistola per regolare i conti. In una collutazione su di un picco montano entrambi gli uomini moriranno. La tragedia sconvolge Sisif che ormai è completamente cieco che incolpa Norma e le ordina di non farsi più vedere da lui. All’anniversario della morte di Elie, Norma torna sul luogo dove abita il padre e lo trova in condizioni preoccupanti, cieco e non in grado di badare a se stesso, con la casa che cade a pezzi e in completa disperazione. Allora, nottetempo, lei entra in casa e senza farsi notare da lui comincia ad aiutarlo finchè, una volta scoperta la sua presenza, il padre la accetta e si va verso una tenera riconciliazione, ahimé tardiva, finale. Anche su tutta questa seconda parte aleggia un senso di morte imminente e un’atmosfera cupa di un film disperato.

L’opera di Gance avrebbe guadagnato assai di un taglio di almeno un’oretta (il regista si attarda in flashback ripetitivi e spesso non necessari e appesantisce il tutto con didascalie poetiche spesso tratte da frasi di scrittori quali Baudelaire, Kipling, Cendars, Claudel, Sofocle) ma restano le immagini magnifiche, le soluzioni emozionanti e un film che giustamente è restato nella storia dell’arte cinematografica.

Una versione “ridotta di La Roue oggi potrebbe sembrare un’anticipazione dei “multipli” di certe opere plastiche contemporanee” scrive Dominique Paini in ‘La fine del mondo prima di “La roue” e “Ballet mecanique”’ articolo che compare su Cinegrafie (Le Mani) n. 14 da cui traiamo anche questa considerazione sul film di Gance di Ezra Pound: “Grazie, presumo, a Blaise Cendrars, vi sono momenti interessanti ed effetti che appartengono, forse, soltanto al cinema (…) Gli ingranaggi delle macchine, i cambiamenti di velocità, i trucchi della cinepresa vengono mirabilmente sfruttati secondo concetti pittorici che derivano dall’arte astratta contemporanea… Questi particolari sono inseriti in una storia (per così dire), mentre il resto dello spettacolo appartiene allo stupido farneticamento sentimentalista.”

Product placement presente in alcuni dettagli, mai in primo piano. Abbiamo bottiglie di CINZANO evidenti sugli scaffali del bar, il giornale immagino dei ferrovieri CHEMINOTS, parti tecniche di marca FLAMAN, il PALACE HOTEL citato.

STEFANO BARBACINI

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