LOS OLVIDADOS – Luis Bunuel (1951)
Avevamo detto che El gran calavera sarebbe servito a Bunuel per sperimentare soluzioni adatte a portare le proprie idee nel cinema normale. E così fu.
Finalmente dopo Las Hurdes (33) il regista spagnolo emigrato in Messico riesce a tornare a girare un film personale e 17 anni dopo è capolavoro.
Los olvidados, in Italia I figli della violenza, sviluppa alcune idee che già erano nel film commerciale precedente, i quartieri poveri di Città del Messico vengono stavolta mostrati con l’occhio documentale del Bunuel di Las Hurdes e non più con il filtro della commedia per il grande pubblico con una povertà da esibire ma senza troppo disturbare. Stavolta si parla di violenza, di cattiveria, di sopravvivenza in mezzo ad una situazione di miseria e disperazione.
Il cappello introduttivo della voce fuoricampo ci preannuncia la storia di ragazzi lasciati per strada e spesso senza cibo da genitori che non sanno come tirare avanti, alla mercé di delinquenti e pederasti.
Pedro è un ragazzino di buona volontà che vorrebbe riuscire ad uscire da una situazione di difficoltà economica e di miseria per aiutare la madre che invece non ha più alcuna speranza ne in se stessa ne nel figlio che maltratta. Il ragazzino però viene osteggiato e mal consigliato da El Jaibo, un adolescente scappato dal riformatorio, prepotente e presto assassino.
Infatti El Jaibo ucciderà a mazzate un ex-amico accusato di essere la causa del suo internamento nella prigione giovanile e da quel momento ci si avvierà su di una strada senza ritorno di violenza e morte.
Il film è soprattutto un accusa all’indifferenza degli adulti verso questa situazione di sbando della gioventù dei quartieri poveri e gli adulti, quando non sono pedofili che approfittano della miseria, sono padri a cui interessano i figli solo per il profitto che possono produrre, madri che non sanno più a che santo votarsi e facili a deragliamenti sessuali oppure, metaforicamente, vecchi ciechi e avidi che con risentimento sbottano in sentenze qualunquiste (“uno di meno, uno di meno finiranno tutti così. Dovrebbero ucciderli prima di nascere.” È il commento del vecchio cieco dopo la morte di uno dei ragazzi).
Emblematico il dialogo tra il commissario di polizia e la madre di Pedro quando quest’ultima si rifiuta di rivedere il figlio destinato al riformatorio:
- Forse dovremmo punire i genitori per come agite verso i vostri ragazzi. Non gli date ne affetto ne amore e loro lo cercano da altre parti. – l’accusa del poliziotto.
- Sarà come dice lei ma ne ho abbastanza di lavorare come una negra tutto il giorno per mantenerli.
Non conosco suo padre, mi violentò quando ero una ragazza. – la difesa della donna.
Bunuel non ha passato i quindici anni di semi-inattività senza guardarsi attorno. Il neorealismo italiano e il realismo poetico francese vengono presi e centrifugati con il linguaggio bunueliano fatto di movimenti di macchina continui, panoramici e implacabili, zoom per estrarre emozioni. Come se Bunel ci accompagnasse dicendoci: “venite con me che vi mostro”. Il commento iniziale da vocale si fa visivo.
Anche il passato surrealista del regista uscito dalla porta rientra dalla finestra con sogni in cui sovraimpressioni raccontano speranze deluse e anime che si allontanano dai corpi. Oppure ritorna con il simbolismo come quando Pedro ruba due uova e le mangia avidamente e poi uccide in un raptus le galline che le hanno prodotte. Scacciare la fame e la paura della morte inghiottendo l’uovo, simbolo di resurrezione, e uccidere le galline, simbolo psicopompo del passaggio nel regno dei morti. Proprio le galline alla fine del film passeggeranno indifferenti alla situazione sul cadavere di Pedro.
Terribile il finale con le morti di El Jaibo e di Pedro.
Il primo avrà un ultimo incubo e delirerà di un “cane rognoso che viene da te mentre stai cadendo in un pozzo nero”, mentre il secondo verrà buttato senza pietà in un burrone.
“Pensavo che invece di rinchiudere i ragazzi bisognerebbe rinchiudere la miseria” commento finale.
Ritornando a El Calavera, vi ricordate del piano sequenza che mostrava il quartiere povero andando ad impattare su di un pannello pubblicitario? Ebbene, proprio perché Bunuel non butta via niente delle esperienze seppur su commissione dei film precedenti, ve ne è uno uguale anche in questo film ed è proprio quello che ci fa incontrare prima GOODYEAR bello grosso in testata ad un’officina e poi COCA COLA in una pubblicità.
Troveremo ancora COCA COLA sulla vetrina di un bar e per quel che riguarda il location placement due negozi probabilmente realmente esistenti si stagliano nel quartiere, AFILADURIA JUAN FERRUZCA e il SALON DE BELLEZA ADORACION.