Sembra tutto così semplice ed invece oggi, a qualche mese di distanza dall’attuazione del Decreto sul product placement, sono tante le ingenuità che emergono nel nostro circuito cinema.
Tanto per cominciare, rimane forte (e non capiamo perché!) lo scetticismo di molti addetti ai lavori che, come nelle grinfie della più temibile e sinuosa sirena, cercano di sfuggire al suo canto ammaliatore.
Registi che rifiutano l’idea di degradare e sporcare le proprie opere d’arte con commerciali prodotti da bancone, dimenticando quanto l’intervento di un’azienda potrebbe invece sostenere il peso di budget troppo spesso ingombranti, nonché una più concreta contestualizzazione della trama nella realtà odierna. In più i novelli Kubrick, Godard o Allen dimenticano che proprio questi autori sono stati utilizzatori di questa tecnica riuscendo a creare i loro capolavori anche grazie alle marche.
Produttori che dal canto loro, avendo intuito l’importanza di risorse maggiori da destinare all’opera, cercano “inspiegabilmente” di ovviare alla presenza di intermediari, preparati e forti di studi passati sull’argomento, pensando di poter da soli provvedere anche a questa atipica attività. Non sarà forse eccessiva questa presunzione? O forse sono i soldi che parlano?...??!
A tutto questo vadano poi ad aggiungersi i dubbi di quanti guardano con nostalgia all’ormai compianto cambio merce o comodato d’uso gratuito che dir si voglia, senza capire le reali motivazioni di questo cambiamento: le garanzie.
E’ una garanzia per il produttore poter contare non solo sulla disponibilità di mezzi, prodotti e materiali utili nella scena del film, ma anche – per contratto - su maggiori risorse finanziarie da destinare ad una migliore qualità del prodotto finale (o almeno così dovrebbe essere!).
E’ una garanzia per l’azienda sapere che i propri prodotti, il proprio brand non saranno solo utilizzati ma godranno – per contratto - di una visibilità studiata in accordo con le caratteristiche del film e del suo eroe di turno.
Possibile aver perso di vista tutto questo? Crediamo piuttosto ad una ostinata reticenza.
Di vere e proprie ingenuità, al limite dell’errore, parlerei invece guardando ad alcuni nostri ultimi prodotti cinematografici in programmazione nelle sale nelle festività.
Si parla dell’ultimo nato in casa Vacanze di Natale, dove compare a tutto schermo il logo di una nota casa di telecomunicazioni: Tre. Se di product placement si tratta, si sarebbe forse dovuto ovviare all’utilizzo contestuale di Vodafone, in quanto suo diretto concorrente e comunque appartenente alla stessa categoria merceologica.
Errore simile nel film di Aldo, Giovanni e Giacomo dove, nei titoli di coda si ringrazia la Motorola mentre in diverse scene del film si vedono i protagonisti fare bella mostra di mobile targati SonyEricsson e Nokia. Nonché il vetro di una Bmw che si frantuma in mille pezzi come fosse di cristallo, cosa pericolosissima per un auto: vogliamo credere che la casa automobilista non abbia pagato per offrire di sé questa immagine!
All’estero non sono da meno anche se rimangono casi isolati quelli come Ocean’s Twelve dove si è fatto largo uso di componenti Philips ma non se ne è data alcuna visibilità. Rimane comunque la loro straordinaria capacità nel sapere utilizzare il product placement nei loro prodotti da grande schermo senza rinunciare alla qualità né tantomeno alla quantità: saranno forse più intelligenti o forse più lungimiranti?
Un consiglio: più fiducia e meno ipocrisia…gli americani non sembrano avere di questi problemi!