Edoardo Winspeare è uno di quei registi italiani che riescono a lavorare troppo poco e altrettanto poco vengono citati dalla critica, nonostante un’indubbia solidità registica, al contrario, ad esempio, a colleghi puricelebrati che ci danno un film decente ogni quattro nei momenti migliori, i quali continuano a sfornare film e a far presa sui media. Scrivo questo dopo aver visto Vita mia al Torino Film Festival 2025, il nuovo film di Winspeare dopo 8 anni di assenza dalla regia di un lungo, film che ha una sua dignità e discrezione che ti conquistano progressivamente durante la visione. Un’anziana duchessa di un paesino pugliese, di origini transilvane (quando la Transilvania era ungherese…) si trova ad aver bisogno di una badante, o meglio un’attendente che la sorvegli durante il giorno e che l’accompagni nel viaggio di ritorno alla terra natale, terra che ha lasciato alla fine della guerra mondiale, ancora bambina, per la commemorazione della morte del nonno. A questo compito provvederà Vita, madre con una figlia di poco aiuto che ha sposato un fancazzista e per di più ladro e una madre e un fratello disabile mentale sul groppone, costretta ad accettare a causa delle ristrettezze economiche. La popolana Vita e la nobile Duchessa troveranno punti in comune dopo i primi contrasti, anche perché entrambe sono circondate da parenti assenti o dannosi. Vita scoprirà un mondo completamente diverso dal suo ed aiuterà la nobildonna a superare i fantasmi del suo passato (cresciuta durante la dittatura di Antonescu e durante il nazismo, ha visto poi il padre ucciso dai comunisti russi ed è stata costretta a fuggire). La politica, il passato e il presente travagliato favoriscono il rapporto umano e l’interazione tra le due donne a cui Winspeare ci fa appassionare con discrezione e un po’ di ironia, anche grazie alle due eccezionali interpreti: l’ormai ultrasettantenne e indomita Dominique Sanda e Celeste Casciaro che mi ha ricordato la Sophia Loren dei film di mezza età. (voto 6,5) Tra le auto il gruppo Fiat con Seat e Jeep ma anche una Golf, Empire per l’abbigliamento e Dior per… la classe, sono le brand presenti nel product placement del film.
Nel mini-catalogo del Torino Film Festival 2025 il film Sound of falling, vincitore del Premio della giuria a Cannes, viene presentato citando Tarkovskij, Angelopoulos e Reitz. Che io invece ci veda più Haneke, Sokurov, un po’ di Bergman e riferimenti fotografici agli immaginari di Saudek e Witkin, vuol dire tutto e niente. Quello che conta e che è evidente è la cultura visiva della regista tedesca Mascha Schilinski (di cui mi spiace non aver ancora visto il film d’esordio Die Tochter che a questo punto cercherò di recuperare) è di altissimo livello. In un cinema dove ormai è difficile vedere opere totalmente originali (se non proprio impossibile), ovvero che non abbiano riferimenti specifici o soluzioni già viste, fa un gran lavoro chi riesce ad utilizzare questi riferimenti per completare un’opera che diventi personale mettendoci la propria visione e la propria passione. La Schilinski lo fa meravigliosamente e ci riempie gli occhi di splendide visioni che ricordano il cinema materico in pellicola (a tratti si sentono i frusci dell’ettrostaticità). In questo film trovo quello che più mi appassiona, l’immagine che acquista corporeità, il movimento di macchina che struscia con l’anima, la dolenza del tempo che passa, la forza delle inquadrature ponderate e mai tirate via. Il film racconta di quattro diverse famiglie con flebili legami famigliari che vivono nella stessa casa in epoche differenti lungo il Novecento e fino ai giorni nostri. Sul film aleggia un sentore macabro di morte, del tempo che tutto porta alla marcescenza, ai corpi assediati dalle mosche. Pensieri della fine che assillano tutte le giovani protagoniste delle varie epoche collegate alle loro prime pulsioni sessuali. Sesso e morte, il binomio da sempre indagato dalla miglior letteratura. I vari periodi storici vengono intrecciati senza soluzione di continuità passando dall’uno all’altro a volte con un unico piano sequenza ininterrotto e spesso richiamando oggetti o immagini che appartengono ad una delle altre epoche. Una regia corposa, densa che riporta a quando il cinema ancora non conosceva il digitale. (voto 7/8) Polaroid ha un momento di gloria nel film, product placement?
Prima dell’inizio del film una didascalia avverte che si vedranno scene di sesso esplicito e sequenza non adatte ad animi sensibili. E subito l’inizio ci catapulta, con una fotografia iperrealista, in una realtà di miseria, violenza, degrado. Nella periferia di Manila si è appena consumato un omicidio e due ragazzini “randagi” depredano il cadavere delle carte di credito per poi andare a cercare di rivenderle ad un capobanda. Il tutto in mezzo ad un contesto di droga, prostituzione di ogni tipo, ricerca di cibo tra i rifiuti, baraccopoli ed enormi discariche su cui vivono i dimenticati della terra. Poi si passa ad illustrare un’altra parte della città, quella degli alberghi a cinque stelle, del turismo di massa e del mercimonio sessuale. Questo contrasto tra i due mondi verrà messo in contatto tramite la figura di un turista olandese (come il regista Morgan Knibbe) giunto nelle Filippine alla ricerca di una donna conosciuta su internet e del suo figlioletto. La ricerca lo porterà a lasciarsi andare ai propri istinti verso indicibili e orribili “piaceri”. Un film volutamente sgradevole e duro che interroga lo spettatore occidentale sulla moralità e sull’etica di questo approccio, di questa indifferenza e di questo sfruttamento della miseria ai livelli più degradati della società. Un pugno nello stomaco. Il film Garden of the earthly delights è stato scelto dalla coraggiosa giuria del Torino Film Festival 2025 come miglior film (voto 7+). Viagra, Xanax e Cialis sono i prodotti di una società che ha bisogno di affrontare le proprie nevrosi, mentre i bambini di strada per dimenticare i loro dolori si limitano a sniffare colla… qui sono citati e vanno a far parte di un product placement che prevede anche Coca Cola, le auto Nissan e Toyota, l’I-phone, H&M, KFC, Johnnie Walker e la ditta Molina & Bianchi.
Rifacendosi ad immagini che illustrano i Dieci quadri del mandriano di buoi, che rappresentano la ricerca dell’illuminazione e dell’annullamento del sé, Black ox del giapponese Tetsuichiro Tsuta è un film quasi completamente in bianco e nero che segue un montanaro costretto da nuove leggi ad andarsene dal suo villaggio e a peregrinare verso… la modernità. Incontrerà una vecchia viziosa che alla morte gli lascerà un bue con cui dividerà un lungo periodo della sua vita tra lavoro della terra e affitto dell’animale ad altri contadini. Un viaggio verso la consapevolezza di sé fatto di poche parole, sequenze lente e meditative, una colonna sonora fatta principalmente dal rumorista con vento, rumori naturali e la forza degli elementi e qualche intervento delle ultime sperimentazioni di Ryuichi Sakamoto. Lo spettatore è chiamato a perdersi nella spiritualità attraverso immagini di indubbia bellezza plastica. Senza chiedere (ed ottenere) altro. (voto 6)