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CINEMA
30 Gennaio 2026 - 00:18

DIARIO VISIVO (Film recenti e recentissimi dallo streaming)

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The gunman; La vie domestique; La moglie di Tchaikovsky; Mastermind
DIARIO VISIVO (Film recenti e recentissimi dallo streaming)

Tutto quello che tocca Besson diventa spettacolo da baraccone, uno stravolgimento di tutto quello che può essere credibile, un’omologazione dei generi in un'unica tipologia, si tratti di un noir, un action, un romance, un horror, tutto deve essere roboante, pieno di azione, lontano dal realistico. Perfino il buon  Manchette, scrittore francese di neonoir da cui si potrebbero trarre film tesi, sporchi, tragici, materiale che un regista che ha un amore per il cinema (e non meramente per gli incassi) può far diventare incandescente, viene centrifugato e “normalizzato” dentro uno scatolone vuoto come è The Gunman (2015) di Pierre Morel. Produzione appunto di Luc Besson, quindi con soldi e attori hollywoodiani e internazionali conosciuti (Sean Penn, Idris Elba, Javier Bardem, Mark Rylance, Jasmine Trinca), prende solo spunto dal romanzo di Jean-Patrick Manchette Posizione di tiro per raccontare di un sicario (Penn), pagato da un’organizzazione internazionale che scopriremo solo alla fine, incaricato di uccidere un ministro del governo congolese in Africa. Dopo l’omicidio deve scappare dal continente e lasciare i compagni (agisce in squadra) tra cui l’amico spagnolo Felix (Bardem) e la donna che ama (Jasmine Trinca, pare voluta sul set proprio da Sean Penn che l’ha vista in Miele di Valeria Golino). Dopo 8 anni, tornato in Africa, è vittima di un tentativo di omicidio, da parte di contractor congolesi. Sventata la minaccia scappa verso l’Europa per capire il motivo per cui vogliono ucciderlo e per questo arriva prima a Londra poi a Barcellona da Bardem che nel frattempo ha sposato la Trinca… Come action il film ha qualche punto a suo favore (ad esempio il finale nella corrida ma anche altri punti), ma per il resto è recitato in modo irrealistico, meccanico, Penn fa continuamente vedere i muscoli e recita sempre con lo sguardo del cane rabbioso, la Trinca è sprecata, Bardem imbarazzante, tutti costretti a recitare dialoghi di un’idiozia rara. (voto 5) Solito sfoggio di marche d’auto, Toyota, Bmw, Honda e un telefono Samsung nel product placement del film.

Una giornata di ordinaria disperazione di alcune casalinghe francesi viene descritta nel film La vie domestique (2013) di Isabelle Czajka, storia tratta dal romanzo di Rachel Cusk Arlington Park. Se una protagonista vi possiamo trovare tra i personaggi questa è Juliette (Emmanuelle Devos), moglie e madre introdotta durante una serata passata col marito in cui incontrano un imprenditore maschilista e razzista, molto, ironicamente, civile… comunque. A parte qualche piccola considerazione a latere appena arrivano a casa Juliette non ci va troppo pesante a commentare l’orrendo personaggio ed è questo a mio parere quello che ci vuol dire la Czajka, la mancanza di ribellione di troppe donne che si adattano al proprio status famigliare in secondo piano rispetto agli uomini. Juliette è un ex insegnante che ha lasciato il lavoro per seguire il marito e ora sta cercando, inutilmente, di riavere un’occupazione nel campo culturale che le ridia un po’ di vitalità e amor proprio. Ma come dicevo all’inizio lei non è la sola protagonista, attorno a Juliette girano altre madri frustrate nelle loro ambizioni, nel loro doversi occupare dei figli, nel constatare (come fa la madre di Juliette) di aver passato la vita per servire il marito e i figli. L’esasperazione della situazione viene rappresentata da una giovane che ha soffocato la bambina di due anni e l’ha buttata nel laghetto del parco. Un atto assurdo ma che non è altro che l’esasperazione della condizione di donne lasciate sole e abbandonate a sé stesse. Un film che, è vero “è un modesto però molto azzeccato ritratto del soffocamento delle vite di madri di famiglia di una periferia opulenta in cui Emmanuelle Devos rinuncia a forzare la porta della sua gabbia dorata” come scrive Dominique Martinez a pag. 103 di Positif n. 751 ma a mio parere è più modesto che azzeccato, la regista non affonda veramente mai il coltello, si limita ad esporre e non a trascinare lo spettatore verso il problema presentato un po’ troppo da saggista più che da cineasta. Avrebbe dovuto rendere ancora più estremo il racconto, asciugato di parole, ma la Czajka non è Chantal Ackerman. Vi è però la scena finale (non uno spoiler) piuttosto interessante in cui Juliette senza dirlo esplicitamente rifiuta l’invito del marito ad andare a letto perché vuole fumarsi prima una sigaretta. Dal montaggio perfetto capiamo che anche dopo aver fumato non succederà niente. E’ interessante come il fumare che di solito al cinema significa soddisfazione post coito qui sia atto per evitarlo. (voto 5,5) Una scena all’interno di un Auchan (a sua volta product placement) permette di mettere in mostra le insegne di McDonald’s, Darty e Mango; sul desco di casa di Juliette troviamo i cereali Tresor della Kellogg’s a colazione e durante una cena una bottiglia di acqua San Pellegrino.

Problema, il non saper andare oltre un’illustrazione letteraria, che in parte ha anche La moglie di Tchaikovsky (2022) di Kirill Serebrennikov e questo è più sorprendente perché il regista russo ci ha abituato a non trattenersi nelle sue opere e ad interessarsi ad argomenti forti. Serebrennikov racconta la triste storia di Antonina Miliukova sposata con il grande compositore per convenienza (per lui), ovvero per mascherarne l’omosessualità e anche per la dote di lei. Lei però lo ama follemente ed è disposta a seguirlo ovunque e ad umiliarsi davanti a tutti per lui. Si capisce bene che una storia così poteva esser materiale per qualcosa di passionale e folle, una versione aggiornata di Adele H, ma in gran parte si sente una certa calligrafia nel racconto che schizza via solo nei momenti in cui la protagonista cerca soddisfazione temporanea nel sesso. Come se la vita comune col marito sia uno sceneggiato mentre la sregolatezza dell’amore diventi cinema. Se la leggiamo così ci può anche stare. Preferiamo decisamente L’altra faccia dell’amore (1970) di Ken Rusell che fa della stessa storia qualcosa di visionario. (voto 6-) Film in costume senza product placement

Un antieroe, un perdente. Ancora una volta il protagonista di un film di Kelly Reichardt è un uomo che sta fuori dalla sicurezza un po’ flaccida della società. Nonostante sia il figlio di un noto giudice, quindi provenga da una famiglia agiata, nonostante abbia una famiglia con moglie e due figli, James Blaine (Josh O’Connor, il tennista rivale del protagonista che mira all’amore di Zendaya nel film Challengers di Guadagnino) è disoccupato e talmente amante dell’arte che pensa bene di organizzare un furto di quadri dal museo cittadino. Per far questo dovrà “sporcarsi” le mani affidandosi a mezze tacche del furto, delinquentelli che lo metteranno nei casini e lo costringeranno a darsi alla fuga. Ma non aspettatevi una fuga piena di azione, è più la fuga di un vagabondo, di un hobo che si nasconde negli anfratti per ripararsi dalla pioggia, che si arrangia con il denaro rapinando una vecchietta, che avanza ad autostop. Il film Mastermind (2024), produzione Mubi quindi con marchio di autorialità, è coerente con lo stile della regista, uno stile rarefatto, che prolunga e dilata le azioni ordinarie dei personaggi e ne segue i movimenti scoprendone la naturalezza e la fragilità. Un film che a tempi di jazz è ambientato negli anni ’70 e in cui si respira l’atmosfera fricchettona e ribelle alle convenzioni del tempo. Per capire quanto sia l’amore della Richardt per i suoi perdenti, per gli outsiders, basti ascoltare questa frase detta da uno dei personaggi: “vai lì, nella comune ci trovi renitenti alla leva, femministe radicali, tossici. Brava gente insomma”. Un film che richiede comprensione da parte del pubblico, non per una trama complicata, ma per tempi fuori moda nel cinema odierno. (voto 7) Un pannello che pubblicizza Pepsi, una birra Tuborg di sfuggita. Ma probabilmente l’unico product placement è l’insegna di Al Buona’s expert taylor che spicca in una scena.

STEFANO BARBACINI

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