Piccole commedie di costume divertenti e che andavano a cogliere l’aria dei tempi, parlando sì di ricchezza, di lusso ma anche di quel che ci stava dietro, avventuriere, allocchi, presuntuosi ricchi che pensavano di poter comprare tutto, anche le persone. Naturalmente poi alla fine quel che vince è l’amore, al pubblico che vuol solo emozioni positive e divertimento non puoi rompere il giochino della speranza, ma intanto si mostra che in quel giochino qualcosa si è rotto e poco importa se poi si è rattoppato. Play girl (1941) è una di queste commediole, prodotta dalla RKO e vista su Cineclassics tempo fa. Grace Hebert (Kay Francis) è una “digger”, una cacciatrice di relazioni con uomini facoltosi che ha sempre sfruttato il proprio fascino per ottenere soldi e regali da questi. Accompagnata dalla tipica figura della governante/segretaria che l’accompagna nelle sue avventure dietro le quinte (e solitamente è cinica e sarcastica) che in questo caso è interpretata da Margaret Milton, caratterista dal naso aquilino, si accorge che ormai fa fatica a continuare il suo “lavoro” perché gli uomini tendenzialmente perdono interesse per le over 40 come lei. E’ così che decide di “allevare” un’erede, la giovane e bella Ellen Dailey (Mildred Coles) a cui insegna le tecniche di seduzione e di… raggiro per accaparrare soldi da uomini che, comunque, vogliono solo divertirsi e non certo trattarle come donne da sposare. Ellen però è innamorata di un “vaccaro” che secondo Grace è un uomo inutile alla causa, uno “che puzza di stalla”. Le cose cambiano quando si scopre che “il vaccaro” è un allevatore che ha un patrimonio di 11 milioni di dollari… Dirige Frank Woodruff, regista di una decina di B-movie negli anni ’40 il cui più memorabile è probabilmente il cult Lady scarface girato lo stesso anno. (voto 6)
Ma che assurdità è il film She (1984), film di produzione italiana nato sull’onda di moda del genere post-apocalittico, in cui viene coinvolto, non si sa come, il regista israeliano Avi Nesher, che apparentemente non c’entra nulla con il bis italiano. Nel film il regista, partendo da una novella dello scrittore H.Rider Haggard, mette di tutto. Racconta la storia di Tom (la meteora bionda David Goss, più culturista che attore) che vede rapita la sorella dalla banda dei Norks comandata dal feroce Hector (un granitico e sfregiato Gordon Mitchell), una specie di esercito di straccioni agghindati come se uscissero da un film di Mad Max, ma più verosimilmente da uno dei vari simulacri girati da Margheriti e Massaccesi. Tom insieme all’amico Dick vanno alla ricerca della ragazza ma vengono catturati dalle “amazzoni” della dea She (Sandahl Bergman che cerca di riproporre una figura di guerriera in vestiti adamitici che le aveva dato una certa fama interpretando Valeria in Conan il barbaro). La donna assieme alla sua fedelissima Shanda (Quinn Kessler vista poche volte in seguito al cinema) diventerà in qualche modo sodale con i due e formerà un quartetto che comincerà una vera e propria Odissea per andare a scovare i Norks. Incontreranno praticamente tutti i mostri della Universal in una versione atipica (vampiri, un uomo lupo, dei mutanti che sembrano cloni de la mummia, financo un mostruoso tipo che ricorda il mostro di Frankenstein), una specie di Groucho Marx che se gli tagli un arto si replica e diventa due di se stesso, un sedicente dio che ha soggiogato vari frati e delle belle donzelle creando una vera e propria setta il quale ha un potere negli occhi (che lanciano raggi verdi…) per combattere i nemici… il tutto in un’ambientazione che sembra quella dei fumetti e dei film di Yor. Il film fa fatica a stare in piedi, montato piuttosto male e poco avvincente ma è decisamente una curiosità. La Bergman viene frustrata, si aggira per il film seminuda e in una breve sequenza ci mostra anche il seno. Incredibile che nell’operazione sia coinvolto anche Rick Wakeman che firma la colonna sonora! Una produzione con pochi soldi (e si vede) che Gordon Mitchell ricorda così in un’intervista su Nocturno n. 85 del settembre 2009: “In questo film ho detto al regista: <<questa scena non è fatta bene>>. Lui dice: <<ma io sono il regista>> (…) Io ho fatto molte scene per lui, a cavallo, sopra e giù. Ma lui gira scene con troppa superficialità. (…) Il cavallo cade sopra di me, duecentocinquanta chili. Sembrava il terremoto. Ho visto le stelle (…) Mi ero rotto due vertebre. Il dottore mi ha detto che avevo rischiato la vita. E non avevo neppure l’assicurazione (…). Il film non è uscito in Italia perché non aveva continuità” (voto 5) C’è spazio per un product placement della Kellogg’s.
A suo modo una piccola chicca, dato che è un film di Lamberto Benvenuti non semplice da vedere e rintracciare come il resto della povera produzione del regista italiano, La spia che viene dal mare (1967) passato su Italia 1 anni fa, non è certo un film memorabile; si tratta del solito spionistico all’italiana con trama ingarbugliata all’inverosimile (a grandi linee si mobilitano varie organizzazioni per impedire ad uno scienziato di andare ad un convegno e viene chiamato dagli Stati Uniti l’agente John per fermare tali propositi) con l’aggravante di un protagonista che, nonostante la faccia e il fisico da impiegato di banca in pensione, cattura donne in stile James Bond dei poveri, fa acrobazie da Mission impossible caserecce e non si sottrae a dialoghi inascoltabili. Dopo più di un’ora in cui non ti importa nemmeno più dell’intrigo dobbiamo sorbirci un finale infinito in cui vi è rappresentato uno sbarco che vorrebbe scimmiottare quello in Normandia sulle coste adriatiche e un inseguimento d’auto sulle spiagge che sembra girato da Ed Wood e raggiunge lo scult con la morte di Luciano Pigozzi travolto dall’acqua di un fiume che vorrebbe avere l’epicità di Agonia sui ghiacci di Griffith (diciamo che Benvenuti non mirava basso nei suoi propositi…). Ma allora perché dargli un’occhiata (se riuscite a recuperarlo) può essere interessante? Principalmente per il cast femminile notevole e tra cui spicca una delle attrici feticcio di Jess Franco, la ruvida e sexy Janine Reynaud dallo sguardo che rimanda perversione in ogni momento e per l’insolita ambientazione di un intrigo internazionale nella… Repubblica di San Marino! (voto 5) In una scena d’azione di sfuggita si vede una pubblicità Ferrarelle, unico possibile product placement del film.