Anche oggi iniziamo la giornata cinefila con un film anomalo, una storia d’amore non certo convenzionale. Metin Erksan, personalità non facile da incasellare nel panorama cinematografico turco, “era un creatore, un artista, un pensatore e un intellettuale, un uomo pubblicamente impegnato nelle lotte dei lavoratori, un fautore delle istituzioni e un educatore. Nel panorama del cinema turco fu, sotto tanti punti di vista, un pioniere: critico cinematografico con una rubrica fissa sui quotidiani; regista del primo film turco a vincere un importante premio internazionale (l’Orso d’oro al Festival di Berlino del 1964 per L’estate arida); tra i fondatori del primo archivio cinematografico turco, di cui il negativo di Sevmek Zaman? (Time to love, 1965) fu tra i primi elementi donati” così lo descrive la sua studentessa Zeynep Ozlem Havuzlu presente alla proiezione del film al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna 2026. La storia di Time to love è apparentemente assurda, un imbianchino mentre fa lavori di ristrutturazione in una villa si innamora della foto di un viso di donna sulla parete e passa ore a guardarla. Quando la padrona di casa, la stessa donna della foto, rientra in casa dopo qualche tempo si forma una strana situazione. Halil, l’imbianchino, seduto rimira innamorato la fotografia, Meral, la donna si mette dietro a lui e lo guarda mentre rimira la foto. Da qui nasce uno strano rapporto che porta Meral ad innamorarsi di Halil perché è ammirata dalla sua capacità di crearsi un amore platonico, ma Halil non vuole avere un contatto fisico con Meral, lui ama solo la fotografia! Potrebbe essere l’incipit di un film grottesco, invece è un film decisamente poetico, in un delicato bianco e nero ammantato da pioggia e nebbie segue i protagonisti in un vagare verso un amore impossibile, lui ha evidentemente paura della donna (se ne procura anche un simulacro sottoforma di manichino) mentre lei è ossessionata dall’uomo che dimostra un amore ideale, incorporeo, che la imbriglia sentimentalmente. Vi è anche una differenza di classe tra i due perché lei appartiene alla borghesia ed è fidanzata con un borioso e danaroso giovane che riporta i due “amanti” alla brutalità della realtà. Siamo di fronte alla destrutturazione di una storia d’amore con un soggetto che sarebbe piaciuto a Ferreri ma girato con lo stile di Antonioni. (voto 7) La marca di moda McGregor, una Mercedes e Coca cola sono le brand visibili in un possibile product placement.
Se il volto di una donna è la scintilla che fa scoppiare l’amore al protagonista del film turco, nel film indiano Pakeezah (1972) sono i piedi nudi decorati con l’henné, visti casualmente su un treno, di una cortigiana a far innamorare un guardaboschi di casta decisamente superiore. Sahibjaan è una ballerina che professa in un bordello, praticamente una prostituta di classe (paragonabile in qualche modo alla geisha giapponese) ed è, a sua insaputa, figlia del fratello dell’uomo che l’ha vista sul treno. I due si amano e lui la vuole sposare ma i loro piani sono ostacolati dal nonno dell’aspirante sposo che non permette al nipote di mettersi con una prostituta (replicando la tragica storia vista ad inizio film di Nargis, la madre della ragazza, che ha sposato il padre di Sahibjaan ed è stata costretta, per gli stessi motivi di “disonore” famigliare, a partorire senza marito, e di parto muore, costringendo la figlia a crescere facendo la sua professione). Insomma, melodramma, differenze di classe, ribellione verso la tradizione castrante e ottusa, colori iperrealisti e tanti balli, sono elementi cardine per un classicone del cinema di Bollywood quale è appunto Pakeezah. Se Shivenda Singh Dungarpur che ha presentato il film al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna lo considera “uno degli ultimi grandi musical classici del cinema indiano: visivamente opulento, emotivamente tragico, sospeso tra cinema e biografia, poiché il declino reale dell’attrice sembra rispecchiare il destino del personaggio che interpreta”, Nicoletta Gruppi, autrice del libro Lo specchio danzante, guida ragionata a Bollywood, Città del sole edizioni, sottolinea invece l’atmosfera mortuaria della pellicola. L’interprete sia di Sahibjaan che di Nargis era Meena Kumari (star del cinema indiano che ebbe una storia d’amore travagliata con il regista del film Kamal Amrohi con cui fu sposata e poi separata) ed era molto malata nel 1972 (morì pochi giorni dopo la fine delle riprese) e la Gruppi scrive: “è un film davvero inquietante. Non deve ingannare la somiglianza della trama con le innumerevoli altre storie di traviate dal cuore d’oro più o meno presenti in tutte le culture del mondo. (…) Pakeezah è un film sulla morte, anzi su qualcosa di ancora più inquietante, un’assenza, un enigma che non si riesce esattamente a definire e che sembra talvolta prender corpo e avanzare verso lo spettatore partendo, nell’inquadratura, dal punto di fuga delle linee prospettiche, insistite e sottolineate con tutti gli accorgimenti possibili. (…) Le scenografie sono estremamente raffinate, ma l’effetto complessivo non è di fasto, bensì di prigionia.” (voto 7)
Dalle cortigiane-ballerine indiane, alle geishe giapponesi tornando al nostro Daisuke Ito che in A woman of the Meiji Era (1955) inscena una trama simile con una geisha innamorata di una star del kabuchi che per far carriera deve lasciarla per lo stesso motivo, ovvero la vergogna sociale di accompagnarsi con una prostituta. Se la visione della donna povera e costretta a vendersi agli uomini è sempre stata preponderante nel cinema di Ito, in questo caso diventa l’argomento principale e la protagonista O-Ume, la meravigliosa Michiyo Kogure, diventa eroina tragica. Così come tragica e patetica è la figura di Mino, innamorato o meglio ossessionato dalla protagonista, che fa tutto per averla ma, calpestato nell’orgoglio, cercherà di ucciderla in una delle più belle sequenze mai girate da Ito, su un ponte in una notte piovosa, ventosa e piena di fanghiglia, degna dei migliori e più tesi noir. Leggo sul catalogo del Festival del Cinema Ritrovato di Bologna 2026 che il film è stato criticato perché le inquadrature “apparivano insolitamente statiche per un film di Ito, prive del suo consueto dinamismo”. La cosa mi sorprende decisamente visto che nel film la camera non sta quasi mai ferma, è vero che mancano le azzardate carrellate che davano azione in altre opere di Ito, ma qui non siamo in un film di samurai ma in un melodramma, pertanto è normale che qui vi siano piani sequenza delicati e lenti, inquadrature comunque insolite negli interni e leggeri spostamenti. Ma difficilmente troviamo piani fissi e, nel finale, la cinepresa impazzisce ondulante alla ricerca di O-Ume per i corridoi nel retroscena del teatro. Fotografia splendida che rende alla perfezione le sfumature di luce e buio. (voto 7,5)