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CINEMA
28 Giugno 2021 - 12:03

NAMYS FIGHT CLUB

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Atbai's fight (Adilkhan Yerzhanov, Kazakistan, 2019)
NAMYS FIGHT CLUB

Atbai è un uomo pieno di rabbia, un deraciné che ha perso più occasioni nella vita, non è riuscito a diventare l’atleta che voleva, non è riuscito a tenersi la donna che ama. Un uomo che ha “la bestia” dentro e le frustrazioni che la scatenano. Violento, reagisce a pugni e rabbia tutte le volte che le cose non vanno come lui vorrebbe. Non gli interessa se spesso ci lascia pelle e ossa per i colpi presi. Affronta anche l’impossibile con la stessa forza incosciente.

Quando in città viene istituito un torneo-farsa di MMA in cui il campione locale deve vincere in ogni caso per lanciarlo a livello internazionale, Atbai vuole comunque accettare la sfida “impossibile” come si diceva. Costringe gli organizzatori ad iscriverlo ed è pronto alla sfida finale con il suo alterego, un rivale che ha la strada già aperta, pulitino, burattino dei media e della pubblicità. In realtà il rivale non è altro che l’altra faccia della stessa medaglia, cosciente di essere un “prodotto” dei politici e dei faccendieri locali, con un ginocchio malandato si trascina verso un futuro da perdente, se non uguale, simile e contrario ma nella pratica identico a quello di Atbai.

Il film è lungo perché si cerca di dare un loro spazio “psicologico” a tutte le figure in campo, non tralasciando le due eroine tragiche, figure secondarie ma assolutamente significative, la moglie tartassata di Atbai alla ricerca di una nuova possibilità di vita soprattutto per la piccola figlia e l’agente del campione disposta a tutto per ottenere un’indipendenza non facile in una società corrotta e maschilista come viene dipinta quella del Kazakistan.

Atbai’s fight, visto all’EstAsia di Reggio Emilia, è il terzo film visto quest’anno nei vari festival cinematografici insieme a Yellow cat e A dark, dark man di Adilkhan Yerzhanov. Regista prolifico, con una sua poetica ben precisa e dalle potenzialità assolutamente notevoli. Sono molti gli autori a cui viene paragonato, sul catalogo di EstAsia Nicola Montali cita Kitano e Roy Andersson e intravvede Lynch e Fellini nei “momenti onirici e grotteschi” (arrivando anche a citare Fracchia la belva umana come se questo non fosse già derivativo…). Ci sta tutto e io aggiungerei Kaurismaki e Winding Refn (il personaggio principale ha molto da spartire con il suo Bronson e alcuni piani sembrano ricalcati dal Refn più recente, quello di Too old too die young), ma insomma chi non avesse mai visto opere di questo interessantissimo regista può farsi un’idea, il suo cinema è di quel tipo lì. Con in più la peculiarità del paesaggio kazako e la critica ironica della società corrotta e scarsamente democratica mentre lo sguardo sui perdenti e sui poveri sognatori sono gli stessi degli autori citati.

La Octagon Promotion e il Namys Fight Club di Almaty sono sicuramente i più evidenti product placement del film anche perché sono quelli che hanno messo a disposizione ring e palestre, poi abbiamo tute Adidas, un Macbook, una macchina fotografica EOS e una buona pubblicità per una vetrina della Geox.

Stefano barbacini

©www.dysnews.eu

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