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CINEMA
28 Aprile 2026 - 11:41

DIARIO VISIVO (Recuperi recenti dal web)

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Vita privata; The kitchen; La bella stagione
DIARIO VISIVO (Recuperi recenti dal web)

Diritti delle donne, lesbismo e arretratezza di costumi nel contado agli inizi degli anni ‘70. Questo vediamo nel buon film di Catherine Corsini del 2015 La bella stagione ambientato nella provincia francese dove troviamo la giovane Delphine, cresciuta in una famiglia contadina e a tutti gli effetti collaboratrice alla fattoria della madre e il padre; nel 1971 la ragazza si trasferisce a Parigi e qui incontra Carole, colta, cittadina, del tutto diversa da lei, che le fa scoprire i movimenti di lotta femminile che proprio in quegli anni stanno diventando importanti. Sarà Delphine però a prendere in mano la situazione sentimentale convertendo l’etero Carole (vive con un uomo da tempo) ai piaceri di Lesbo. Le due, felici si innamorano… finché Delphine deve tornare alla fattoria perché il padre è in fin di vita e lei si deve sobbarcare il peso dell’azienda famigliare. Carole che ormai non vive senza di lei si trasferisce al paese come amica e collaboratrice e qui le due si amano di nascosto. La felicità dura poco perché la chiusura mentale del provincialismo di allora non solo non permetteva ad una donna di diventare titolare di una fattoria con poteri decisionali, ma men che meno poteva accettare una deviazione come l’omosessualità… Film girato con la forza di chi crede fermamente alle argomentazioni proposte, è anche un inno alla bellezza dell’amore saffico con le due attrici, Izia Higelin e Cecile DeFrance, che non si trattengono troppo nella rappresentazione, non arrivando all’esplicito del duo Exarchopoulos/Seydoux in La vita di Adele ma neanche peccano di eccessiva pudicizia. (voto 6,5) no product placement

Esordio alla regia a quattro mani dell’attore inglese Daniel Kaluuya e di Kibwe Tavares grazie ad una produzione Netflix. I due si impelagano nella costruzione di una Londra futuristica e distopica che sembra tanto quella odierna in cui la differenza tra poveri e ricchi è diventata insopportabile e la gentrificazione della città porta all’emarginazione delle fasce più povere, in maggioranza di colore (il film è praticamente all black). Il film The kitchen (2023) è ambientato nell’agglomerato abitativo che porta lo stesso nome del titolo, casermoni con appartamenti-loculo che la polizia, repressiva e dalle tendenze fascistiche, vuole sfollare compiendo raid improvvisi per picchiare e catturare persone e distruggere appartamenti. Qui vive Izi, un impiegato di una ditta di onoranze funebri (in cui si propone a chi non ha abbastanza soldi di ridurre i propri parenti in concime per piantarvi e crescervi alberi) che si lascia scivolare addosso le violenze e cerca di fuggire comprandosi un appartamento in una zona benestante della città. La sua vita cambia quando conosce il figlio di una donna appena defunta, un ragazzino che sospetta che Izi sia suo padre… L’uomo lo porterà con sé ed inizierà, in un’ambientazione socialmente bollente, un percorso di conoscenza e affetto tra i due. Il film è sempre indeciso su che cosa vuole mettere al centro, la parte fantascientifica? La parte sociale? Oppure il rapporto tra i due protagonisti? Tutte le parti restano insolute, il film risulta assomigliare al cinema francese di Ladj Ly ma senza la dirompenza, la potenza e l’abilità registica di questo. Nel film di Kaluuya e Kibwe tutto viene annacquato in pause eccessive, momenti di stasi che non raggiungono mai un’intensità meditativa. Insomma, buoni propositi ma anche molta noia. (voto 5/6) Anche nel futuro si immagina che Nike e Adidas siano ben presenti come lo sono nel product placement di questo film che prevede anche Honda.

Con Vita privata (2025), da poco uscito anche in Italia, ritorniamo al cinema dell’ondivaga Rebecca Zlotowski, una regista che maschera con modalità di racconto differente il vero argomento che la interessa in tutti i film: la psicologia e la crescita di una donna, spesso e volentieri mettendo in lei passaggi autobiografici. In quest’ultimo crea una commedia mystery, spesso anche trasandata nel senso che non è molto interessata alla coerenza e la verosimiglianza delle azioni, per ammantare di “uncanny”, parola che molto le piace, ovvero il misterioso anche un po’ disturbante, il suo film, invece molto intimo per come scava nella psicologia della psichiatra Lilian Steiner (Jodie Foster che ben si adatta con tutto il suo mestiere a recitare in francese), una donna che non crede più molto alla propria professione (non ascolta i/le suoi/sue pazienti ma ne registra le parole che poi archivia) ed è fredda e distante con il figlio, il nipotino e l’ex marito, questo perché non vuole che le si affezionino troppo per non provare il dolore che ha provato lei nel momento del distacco dalla madre quando era bambina. Quando una sua paziente si suicida (forse proprio perché lei non l’ha ascoltata) la sua vita ha una svolta che la porta a compiere un’indagine sulla figlia e sul marito della defunta (interpretata da Virginie Efira) convinta che tra loro si trovi un assassino/a che ha ucciso la donna, in pratica non crede al suicidio (vi è anche l’intervento di un’ipnotista che la manda mentalmente in un mondo onirico dove lei è amante della paziente stessa). “La psiche deviante, l’importanza della colonna sonora (…) come nei film di De Palma. Jodie Foster si impone di credere che un crimine è stato commesso, perché questo le dà piacere. Credere a questo attiva la sua eccitazione, la sua libido, perché è infusa di sessualità. In pratica, la fa pensare al piacere. E questo io l’adoro. Direi che è quello che io scavo di più nella mia vita, sì ho fatto un po’ la mia terapia personale” (Rebecca Zlotowski, da un’intervista sulla rivista Sofilm). Questo è il cinema della regista una continua indagine su se stessa come donna, con la volontà continua di non riproporre mai lo stesso film, ma cercando di accattivare il pubblico con diverse modalità narrative per ricondurlo poi a ciò che le interessa evidenziare. Inutile dire che dopo l’esperienza del “giallo” la protagonista cresce e, nonostante l’età non più giovanile, matura, diventa empatica con pazienti, marito e figlio. Il vero mistero del film era capire se stessa e superare i suoi traumi. “Il cuore del progetto è anche la fusione di generi e il fatto di assimilarla. L’inclinazione che io ho dato è la seguente: il pubblico è adulto, cinefilo, tutti hanno lo stesso manuale di istruzioni, sa dov’è e dove si situa. E’ come se dicessi agli spettatori: <<amici, io so che voi sapete molto bene quello che io sto per fare, ma avanti, prendete la mia mano e ci andiamo insieme>> E si parte, si oscilla tra il dramma e la commedia di riconciliazione matrimoniale passando per il thriller psicanalitico ecc.” (ibidem). Piacevoli i cameo di Aurore Clement e del regista Frederick Wiseman. (voto 6+) Volkswagen e Range Rover le auto nel product placement dove troviamo anche Dell e Amazon e quello anche metaforico del profumo Rendez vous nocturne.

STEFANO BARBACINI

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