Giornata al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna 2026 che per me è fondamentalmente dedicata ai film di Mitchell Leisen, di cui ho visto tre film di varie epoche, tre decenni differenti.
Negli anni Trenta del Novecento Leisen fu regista di alcune commedie definite di “varietà” tra cui Il mistero del varietà (1934) che intreccia una trama gialla, dietro le scene, con i numeri di un teatro di spettacoli musicali. Non è solo un pretesto per mettere in scena quadri di canto e ballo coreografati lussuosamente e con l’apporto diretto di Duke Ellington e la sua Orchestra, ma anche la trama gialla è ben congeniata e divertente. Il protagonista è l’attore-cantante danese Carl Brisson (lo si era visto in un paio di film muti di Hitchcock), una star del teatro musicale che ha con sé la madre emigrata con lui dalla Russia dove ha ucciso, probabilmente per legittima difesa, il marito. La madre è tenuta sotto falso nome nel teatro come costumista. Il personaggio di Brisson è in procinto di sposarsi con una delle cantanti-ballerine dello spettacolo, cosa che irrita una “rivale”, Rita, che vorrebbe riesumare il passato della madre di Brisson e dire tutto alla polizia. Quando una detective privata ingaggiata da Brisson per impedire il piano di Rita e la stessa Rita vengono uccise, arriva un tenente di polizia interpretato da Victor McLaglen, in una parte ironica da “bavoso” guardone, per cercare di risolvere la questione. Brisson e la madre sono, naturalmente, i primi sospettati… E’ chiaro che però il maggior interesse del film sono i numeri musicali, tra cui spicca quello in cui un’isola con una spiaggia creata sul palcoscenico viene circondata da un mare fatto da piume movimentate da ragazze, coreografati con sfarzo scenico e con costumi ben congeniati per mettere in rilievo le gambe di un numero notevole di belle ragazze impiegate (nei titoli di testa sono presentate come le “Ragazze più belle del mondo”), alla faccia del codice Hays che sta per arrivare (per non parlare della canzone Sweet marijuana…). Film coevo a quelli musicali di Bubsy Berkeley e altrettanto scintillanti anche se le coreografie sono del tutto teatrali mentre quelle di Berkeley saranno più cinematografiche utilizzando la tecnica e i trucchi della macchina da presa e del montaggio per renderli ancor più spettacolari. Una parola per il mattatore del film, ovvero il comico Jack Oakie che con la sua faccia da finto “fesso” ha cavalcato l’onda hollywoodiana per anni e qui risolve il caso con maggior perspicacia di McLaglen interessato più alle gambe delle ballerine che all’assassino. “Bizzarra ed elegante miscela di inchiesta poliziesca e di numeri musicali, messi in immagini con ritmo rapido e impeccabili coreografie.” (Morandini) (voto 6+)
Del 1944 è invece Sinceramente tua ed è una commedia di genere bellico (siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale) in cui vediamo l’eroico pilota, tenente Bellamy (Fred MacMurray), immolarsi in un attacco “kamikaze” col suo aereo in picchiata per far esplodere una nave da guerra giapponese. Le sue ultime parole registrate sono per il suo luogo di lavoro e per Peggy a cui vorrebbe ancora dare “un bacio sul nasino”. Bellamy diventa un eroe-martire e Peggy, la collega di lavoro interpretata da Claudette Colbert, una donna simbolo delle compagne dei soldati che al fronte difendono la patria. Tutto ciò crolla quando si scopre che il tenente Bellamy non è affatto morto ma è riuscito a scampare all’attacco e sta tornando in patria e, inoltre, le sue ultime parole non erano affatto per Peggy, che lui, donnaiolo scapolone, non aveva neppure calcolato tra le sue spasimanti, ma per il suo cagnolino… Piggy! Ora come far in modo che il mito dell’eroe che torna e impalma la donna svenuta al pensiero della sua morte, non venga distrutto dalla verità? Semplicemente i due faranno finta di amarsi e di promettersi in matrimonio per un paio di settimane finché Bellamy non torna in guerra e la gente non si dimentica di loro… Nonostante poi l’amore trionfi tra i due e si sposino veramente (ai danni di un povero collega di lavoro brutto e stupidotto che desiderava Peggy), ormai la picconata alla retorica di propaganda era stata data da Leisen e il film venne aspramente criticato. Ad esempio Halliwell’s lo liquida con un “Sciocca commedia che non ingrana mai”. Ma le “picconate” di Leisen non si fermano a questo, dato che il regista ne ha anche per i colleghi prendendo in giro, in una scena divertentissima, un fotografo (alter ego di un regista) incapace e sedicente genio. Nonostante qui siamo in pieno periodo di codice Hays, Leisen non rinuncia a sottintesi sessuali come le “zie” che MacMurray deve andare a trovare per mangiare la loro “zuppa inglese” o come quando ballano si avvicina troppo alla Colbert che gli dice: “non avvicinarti troppo, i tuoi bottoni mi danno intralcio…”. “Commedia sulla guerra e sui mass media diretta con una certa arguzia e interpretata con brio.” (Mereghetti) (voto 6+)
Infine, del decennio successivo è Avvocato di me stesso (1952), che il curatore della rassegna, Eshan Khoshbakht definisce come l’ultimo film rilevante di Mitchell Leisen. Il film mette in scena la crisi dell’americano medio in cerca di affermazione in una società competitiva come quella statunitense. Il protagonista (un perfetto Glenn Ford tutto di umiltà e ritrosia) è il timido e mite Maxwell Webster, un avvocato impiegato in uno studio importante nel Montana dove però fa poco più che il galoppino nonostante sia maggiormente qualificato che non alcuni soci. La moglie, apparentemente empatica e piena d’amore per il marito e i figli, si rivela in verità una donna opprimente (con fare gentile) che vorrebbe entrare a far parte dell’elite (da cui evidentemente, visto quel che succede ad una cena di gala stupendamente inscenata da Leisen con lei che si ubriaca e dice spropositi, lei e il marito sono al momento esclusi). Lo sprona a chiedere di venir riconosciuto come socio e il povero Webster viene licenziato. La famigliola parte così per Los Angeles (“dove i meriti vengono riconosciuti e le opportunità sono maggiori”). In verità la vita nella metropoli è tutt’altro che semplice, i nostri trovano una casa in un quartiere “dove i vicini sono un po’ strani”, come dice loro la donna dell’agenzia immobiliare, casa appartenuta ad un allibratore abusivo che, lavorando per dei gangster, raccoglieva scommesse clandestine con la conseguenza che arrivano continuamente telefonate con richieste di puntate sui cavalli. Inoltre Webster deve superare un esame, non richiesto nel Montana e pure questo non è semplice. Insomma va a finire che il povero avvocato si troverà a dover affrontare i gangster, perché sempre la moglie impicciona ha accettato “per scherzo” una scommessa (naturalmente vinta…) senza avere i soldi per pagarla, due donne notevolmente belle che lo circuiscono e un secondo lavoro da… riscuotitore di crediti che decisamente non è nelle sue corde. Imbarazzi comici e implicazioni sessuali che potrebbero esser state scritte da Billy Wilder ma poi il tutto finisce nel “normalizzato” quando il nostro finisce in galera e dimostra le sue capacità come avvocato di se stesso… anche se poi, alla fine, si ritrova allo stesso punto in cui era… nel Montana! (voto 6,5)