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CINEMA
27 Giugno 2026 - 19:07

FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA 2026

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Giorno 5
FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA 2026

Personalità culturale di grande rilievo nell’Iran pre-rivoluzione, Ebrahim Golestan è stato scrittore, documentarista e regista di due film di fiction fino al 1974 quando è, a seguito della morte dell’amata moglie poetessa, emigrato in Inghilterra. I suoi film erano girati con troupe ridotte con un registro poetico, intellettuale e politico. Nel 1974 ritorna però in Iran giusto per girare il suo ultimo film, Asrar-e ganj-e darre-ye Jenni (Secrets of the Jinn Valley Treasure), lungometraggio di stile grottesco girato contro la situazione politica del momento, tutta portata all’arricchimento, alla corruzione e alla volgarità. Un film (che è stato presentato al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna 2026) volutamente di grana grossa “per poter raggiungere un pubblico più ampio” (per questo ingaggiò uno dei comici più popolari del tempo come protagonista, Parviz Sayyad), intenzione castrata dal fatto che la pellicola fu subito bloccata perché infastidì molti politici su cui erano basati i personaggi. Un contadino, che vive in povertà con una moglie e… una vacca, scopre per caso un’antica tomba piena di oggetti e statue completamente ricoperte di oro e diamanti. La ricchezza gli monta la testa e lo fa diventare una specie di parvenu ignorante e ridicolo ma ipocritamente rispettato da tutta la comunità a partire dal ricettatore, il quale prende ordini da un personaggio importante, dai compaesani e anche dalla polizia. Si prenderà anche una seconda moglie (datagli da una madre avida di denaro) “più degna”. Attorno a lui si forma un mondo di profittatori avidi che vogliono scoprire dove sia la fonte di queste ricchezze… Golesan ne ha per tutti mettendo alla berlina politici, vuoti oratori, intellettuali, poeti, religiosi, ricchi volgari, polizia… L’immagine metaforica più esplicita è quella di un notabile seppellito da polvere d’oro… Pur essendo una farsa girata con due soldi e pochi aiutanti (Golesan ne è sceneggiatore, regista, produttore, direttore della fotografia e montatore) presenta immagini curate e mai gratuite con utilizzo intelligente degli scenari naturali iraniani, brulli e secchi ma anche parti boscose presentate con colori “naturali”. Nell’introduzione al film il curatore Ehsan Khoshbakht ricorda che nel libro che Golesan ha scritto, con la sceneggiatura dell’opera, aveva aggiunto ironicamente e genialmente la frase: “ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è puramente casuale e chiunque si riconosca in uno dei personaggi, se ne vergogni” poi non inserita nel film.  (voto 6+)

Quando nel discorso di apertura del Festival del Cinema Ritrovato di Bologna 2026, Gian Luca Farinelli diceva con orgoglio che durante la rassegna, fin dagli esordi, si può trovare cinema di qualsiasi tipo, facendo l’esempio della prima edizione quando dopo un porno in 3D della sera precedente il mattino dopo venivano proiettati film di Stanlio e Ollio e dei cartoni animati, è a pellicole come Limonadovy Joe (1964) che probabilmente si riferiva. Si tratta di una parodia del cinema western con tanti inserti musicali e omaggi al cinema muto più che ad altro cinema del tipo prodotto in occidente. Vi si trovano gli stereotipi del genere (il saloon con le scazzottate, ma tipo slapstick comedy più che spaghetti western, il barman che passa il whisky lasciando scivolare il bicchiere sul bancone, la cantante e le prostitute da saloon, il pianista, il cattivo che detta legge, quello che bara a poker, la diligenza con la donzella tutta pizzi e cappellino che arriva, i duelli e le sparatorie, il becchino che è contento ad ogni omicidio perché può vendere le sue bare…) centrifugati con il comico. L’eroe è un biondo pistolero che beve solo… limonata e non una qualsiasi limonata ma quella della Kolaloka, una bevanda che fa… resuscitare i morti (letteralmente). Per lui è un po’ come le spinaci per Braccio di Ferro mentre l’alcool ne è la kryptonite per Superman. Dovrà battere i cattivi per conquistare la bella e religiosa ragazza che arriva dall’est per evangelizzare i bruti del west e, contemporaneamente, pubblicizzare e vendere la limonata Kolaloka, infatti si scoprirà che lui è il figlio di chi la commercializza… Ma il film non è solo uno sberleffo divertente al cinema di genere, è anche opera fatta intelligentemente sotto il profilo tecnico e visivo. E’ girato scimmiottando il viraggio del cinema muto (azzurrino negli interni, seppia negli esterni, quando non si diverte e mischiarli con un montaggio che li alterna), pieno di trovate visive aiutandosi da animazioni, giochi con le focali, sovrapposizioni. Un’altra delle chicche riscoperte dal festival. Il regista “Oldrich Lipsky è uno dei più celebri registi di commedie ceche innovative. In Happy End (1967) e Adela jeste nevecerela (Nick Carter quel pazzo di detective americano, 1978) ha continuato a giocare con i generi, l’animazione, i trucchi, la narrazione e le invenzioni decorative” Jeanne Pommeau sul Catalogo. Aggiungo che uscì qualche anno fa un cofanetto di dvd che si chiamava Stelle Rosse dentro a cui vi erano due film, sempre della Cecoslovacchia, di Vaclav Vorlicek che, sempre negli anni sessanta quelli della nova vlna ceca, erano parodie dei film di supereroi e degli 007, evidentemente questo tipo di cinema aveva un seguito da quelle parti e non solo in occidente. (voto 6,5) Nel film non vi sono vere e proprie marche (se non vogliamo considerare tali le pistole Smith & Wesson) ma non può non farci pensare ad una parodia del product placement la miracolosa Kolaloka, un chiaro riferimento alla Coca Cola.

Alla British New Wave appartiene invece Whistle down the wind (1961) del sottovalutato Bryan Forbes, uno dei registi meno citati del felice periodo innovativo del cinema inglese, quello di Schiavo d’amore, Qualcuno da odiare e La fabbrica delle mogli, che qui esordisce con un film che vede protagonisti tre bambini, due sorelle e un simpaticissimo e sfacciatello fratellino, che trovano, nella stalla della fattoria in cui vivono, un uomo che vi si nasconde. Lo scambieranno per Gesù tornato in terra e piano piano tutti i bambini del paese crederanno di aver a che fare con il figlio di Dio. Questo è invece un assassino che sta scappando dalla polizia… Al di là della bellezza formale del film (girato in un Lancashire piovoso e fangoso con una star-bambina Hayley Mills e gli altri ragazzini non professionisti, e per questo estremamente spontanei) è un intelligente riflessione su come installare i precetti religiosi ai giovanissimi mischiando mistero e Vangelo, Bibbia e paura della punizione finale, invece di dare spiegazioni chiare, rischi di creare ossessioni sbagliate (tratto da un romanzo di Mary Hayley Bell). Per Halliwell’s Film Guide “Un affascinante studio allegorico sull’innocenza dell’infanzia, realizzato in modo eccellente, straordinario ed esente da sentimentalismo”. (voto 6/7)

Continua il restauro delle opere di Lino Brocka e di Mike De Leon, due dei maggiori registi del cinema filippino. Altre due opere sono presenti al Festival del Cinema Ritrovato 2026, abbiamo visto prima quella di Brocka (quella di De Leon è programmata nei prossimi giorni), Tinimbang ka ngunit kulang (titolo internazionale Weighed But Found Wanting, 1974). Immaginiamo quanto possa essere stato destabilizzante questo melodramma che affonda il coltello in un ventre molle, quello della borghesia bigotta della provincia filippina. Fondamentalmente è un film di formazione del giovane protagonista, Junior, la sua presa di coscienza. Cresciuto in una famiglia ricca con madre bigotta tutta chiesa, famiglia e acidità e un padre donnaiolo impenitente (non guarda neppure se sono minorenni), politico fallito e farfallone, tipico macho ottuso. Junior ha amici della stessa classe sociale, tipici ragazzini viziati e con una cattiveria “naturale” che li porta a sfottere e maltrattare gli umili, i deboli di mente e i diversi (qualcosa ne sappiamo anche dalle nostre parti… anche oggi). La sua ragazza è una bella e vanesia che non si fa scrupoli a farsi corteggiare (e forse qualcosa di più) anche da altri uomini. In mezzo a questa malsana e ipocrita società in cui tutti odiano e invidiano gli altri, il giovane protagonista si interessa della storia d’amore che nasce tra due outsider. Lei, Kuala, è una donna traumatizzata da un aborto giovanile ed ora con problemi mentali, quella che si definisce con disprezzo “la scema del paese”, che vive da vagabonda. Lui, Berto, un emarginato a causa di una malattia della pelle che lo fa definire “il lebbroso”. Lui prende con sé Kuala, la ripulisce, la fa star bene e fa sesso con lei. La gente non vede bene questa unione in cui invece Junior trova spontaneità e solidarietà umana, una qualche forma d’amore. Quando Kuala resta incinta, sia le terribili componenti dall’Associazione delle operaie di Cristo, sia gli altri benpensanti del paese (tra cui anche il medico, spinto dalla moglie, che si rifiuta di aiutare la partoriente insanguinata), daranno il loro peggio… Brocka inizia con una sequenza shock, con le immagini grafiche di un aborto, girata con pellicola sovraesposta con effetto solarizzazione, il resto del film invece ha il look dei migliori film realisti con colori “naturali” del tempo e, come tutti i migliori film del regista, è un colpo allo stomaco alla buona società filippina (e non solo…).  (voto 7+) Un’auto Zephyr della Ford e i Mars appaiono come possibile product placement del film assieme ad un’aranciata e a un ketchup di cui non sono riuscito a decifrare la marca anche se al tempo era sicuramente riconoscibile. Vi sono poi le riviste, Women’s Mirror, Time e quella erotica Wildcat.

STEFANO BARBACINI

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