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CINEMA
24 Gennaio 2026 - 18:39

DIARIO VISIVO (Lea Mysius)

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Ava; Les cinq diables
DIARIO VISIVO (Lea Mysius)

Grazie ad un dossier apparso su Positif n. 751 e all’articolo Elles savent d’où elles viennent et où elles vont, Heroines du cinema feminin contemporain di Dominique Martinez, che dà una panoramica piuttosto esaustiva dei film recenti diretti da donne registe, sto cominciando a scoprire autrici decisamente interessanti quasi sconosciute in Italia. Dietro alla più famose Celine Sciamma, Justine Triet, Valerie Donzelli, Coralie Fargeant e Julia Ducournau, ve ne sono altre che meritano assolutamente una visione, alcune per tecniche registiche originali, altre per come riescono a parlare “senza peli sulla lingua” di adolescenza, sessualità, psicologia, tutte con la sensibilità femminile.

Lea Mysius, che ad oggi ha diretto due lungometraggi, è una che riesce ad avere entrambe queste qualità, tecnica ed abilità di racconto. Qualcuno probabilmente in Italia avrà notato il suo nome tra i cosceneggiatori di Emilia Perez di Audiard ma difficilmente la si conosce come regista dato che i suoi film non sono usciti nella nostra nazione. L’esordio Ava (2017) è stupefacente per forza anarchica, ritratto adolescenziale e lampi surrealisti. Ava è una ragazzina di tredici anni (in realtà la sorprendente, per naturalezza, Noée Abita, l’attrice che la interpreta, era più grande, sui diciassette anni altrimenti certe scene fortine sarebbero state difficili da girare) in vacanza con la madre single e con il fratellino neonato. Durante una visita oculistica viene a scoprire che presto diventerà cieca. A questo punto comincerà ad affrontare la vita, la sua crescita personale e sessuale, mai regolata da una madre farfallona e poco affettiva, con l’istinto e la sregolatezza di una cieca che affronta il buio del mondo e dell’esistenza, cercando di prendersi tutto quello che può prima di non poterlo più vedere. Aiuta un ragazzo più grande, un gitano di origini spagnole a riprendersi dopo un sanguinoso litigio causato da un razzismo sotterraneo, e con lui parte in una fuga insensata fregandosene di regole e futuro. La regia della Mysius asseconda questo modo di vivere cambiando stile in progressione alla crescita  della protagonista. A tratti road movie alla Cohen, a tratti visionario come quando, tra reale e onirico, ci mostra la madre (Laure Calamy, un’attrice che non ha nessun pudore e concede spesso il suo corpo allo schermo senza ipocriti pudori) a gambe aperte con “l’origine del mondo” in bella vista, il neonato ucciso da poliziotti (e mi risuonano nelle orecchie le dichiarazioni odierne degli agenti ICE: noi sappiamo come trattare i bambini…) e poi l’inquadratura di un occhio che esce dalla bocca di Ava che sembra tratta dalle pagine di Bataille; in altri momenti diventa una bizzarra commedia (i due che travestitisi da selvaggi rapinano turisti in una spiaggia di nudisti) e comunque in ogni momento sfrutta le location in modo meraviglioso gestendo con perfetta visione d’insieme spazi e soggetti. *”Ho voluto mischiare i generi, ed essere sempre in linea con il punto di vista di Ava: mano a mano che lei perde la vista, noi cominciamo da uno stile molto naturalista per andare verso un racconto e il film di genere (…) volevo che il film si emancipasse dalle costrizioni narrative”. Tutto questo in un contesto in cui si sente costantemente la sotterranea paura del diverso e la presenza della polizia a cavallo, un contesto che Ava vuole lacerare e superare contro tutto e tutti, probabilmente con l’incoscienza di chi ha poco da aspettarsi dal futuro. *“Volevo che la perdita della vista fosse la metafora del mondo che si oscura. Ho girato tutto nel Médoc dove il Front National è molto presente, dove c’è razzismo” (*dichiarazioni di Lea Mysius riportate su Positif 677-678 raccolte da Michel Cieutat e Yann Tobin) “(La Mysius) ci offre la recita iniziatica cruda e solare di un’adolescente che scopre il suo corpo mentre contemporaneamente apprende come accettare la sua progressiva cecità” scrive Dominique Martinez in un rapido compendio del film. Oppure come scrive Nicolas Bauche sulla recensione (Positif 677-678) intitolata con acutezza La vestale cieca: “è una ricerca della luce sul fondo di una predizione quasi oracolare. L’occhio, figura geometrica perfetta, rinchiude il destino dell’adolescente in un fatum visuale drammatico.” (voto 7) Product placement quasi nullo, citiamo solo una Renault Nevada importante per la fuga dei ragazzi e una lattina di Coca Cola.

Cambiamento di ambientazione totale in Les cinq diables (2022): se il primo film si svolgeva in riva al mare, qui siamo in un paesino delle Alpi francesi, in Val d’Isère, ma vi ritroviamo lo stesso sottofondo di razzismo e di sessuofobia che vi era nel Médoc. Diciamo subito che il titolo, che sembra portarci in un’opera horror o qualcosa di simile, non è altro che il nome del villaggio sportivo del paese dove lavora Joanne (Adele, la divine, Exarchopoulos) come insegnante di nuoto e di ginnastica in piscina. Sportiva, ex-ginnasta, nuotatrice, sembra condurre una vita comune e modestamente soddisfacente con il marito senegalese, Jimmy, stimato vigile del fuoco, e con la loro figlioletta Vicky (l’incredibile bambina, interprete non professionista, Sally Dramé). Il ménage può essere giusto disturbato dalle cattiverie dei bambini che disprezzano la coetanea “nera” dai folti capelli chiamata con spregio “scopetta del cesso”. Ma il vero cambiamento sarà l’arrivo della sorella di Jimmy, Julia che riaprirà le ferite di un passato che svela frustrazioni sessuali, gelosie, e un atto di piromania che ha lasciato sfigurata l’amica Nadine (Daphné Patakia, la simpaticissima interprete della divertente serie tv francese OVNI(s), commedia fantascientifica vintage, vista su My Movies). Tutto ciò lo vediamo tramite gli occhi di Vicky, una bambina con “superpoteri”… infatti ha un olfatto talmente sviluppato da riconoscere gli odori meglio di un segugio, una specie di Grenouille, il protagonista del romanzo Il profumo di Suskind. Ma non basta, questo senso ipersviluppato (che è all’opposto dell’ipovedente protagonista di Ava) le dà la capacità di andare nel passato dove incontra i genitori, Nadine e Julia giovani ed impegnati in un gioco sentimentale delle coppie: Jimmy è conteso tra Nadine e Joanna ma Joanna si innamora della lesbica Julia e quando lei se ne va “ruba” Jimmy a Nadine. Proprio la presenza nel passato della piccola Vicky (che appare come un fantasma ad una terrorizzata Julia) farà esplodere gli eventi… in pratica dal futuro Vicky ha difeso la sua nascita, in qualche modo. Ora non stiamo a trovare una logica ferrea in questo gioco tra presente e passato, non siamo in un film di Nolan, qui l’elemento fantastico serve per dare un substrato di inquietudine e incertezza ad un racconto psicologico, cupo e irrisolto. Anche in questo secondo film la Mysius conferma le sue capacità di utilizzare la location come un vero e proprio personaggio e riesce a mantenersi fluttuante nel racconto ricordando il cinema della Hadzilhalilovic e proponendosi come erede di Claire Denis. Una nota per le colonne sonore scelte dalla regista (che dobbiamo ricordare opera sempre con il compagno Paul Guilhaume, cosceneggiatore e direttore della fotografia) in cui inserisce brani sofisticati, in questo caso dell’uruguaiana Florencia Di Concilio. (voto 7-) Qui è decisamente più abbondante la presenza del product placement con Dymo (il mitico creatore di etichette da ufficio), Arqana, Sony, scarpe All star, tuta da ginnastica Hummel e una scatola di fiammiferi XXL Uno che fa da piccola bara ad un canarino.

STEFANO BARBACINI

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