Pawel Pawlikowski continua con le sue analisi cinematografiche, poetiche e amare, in rigoroso bianco e nero, del dopoguerra negli anni ’50 del Novecento: Fatherland ne è continuatore e summa. Il film racconta gli ultimi giorni di Klaus Mann e un viaggio del padre Thomas, accompagnato dalla figlia Erika, nella Germania dell’immediato dopoguerra tra rovine e divisioni. Thomas Mann viene insignito del premio Goethe sia dalla parte occidentale che dalla parte orientale della nazione. L’uomo viene tirato per la giacchetta da capitalisti e comunisti per mostrarlo come rappresentante della cultura nazionale. Nel frattempo, intorno a lui e alla figlia, si regolano conti tra ex-nazisti e collaboratori del regime e chi, come la famiglia Mann, è stata costretta a rifugiarsi negli USA per sfuggire alla persecuzione hitleriana. Il suicidio dell’insoddisfatto figlio Klaus sembra non scuotere Thomas come sembrano non toccarlo più le nuove oppressioni come quella sovietica nella Germania Est. Mann sta rischiando di diventare una bella statua da mostrare (vi è una sequenza piuttosto esplicativa al riguardo) fredda ed arida come quella di Goethe che lo sovrasta. Nel finale un lampo dell’umanità perduta lascia speranze sull’uomo e sui rapporti con i figli.
Un film che riesce in appena 82’ a mettere tanta carne sul fuoco, dando una panoramica di quello che stava diventando la nuova Germania divisa, con leggerezza ed intensità allo stesso tempo. Da regista bravo ed esperto come è, Pawlikowski ci consegna un film che scorre via veloce e breve ma che riesce a lasciarci dentro questioni accennate ma allo stesso tempo esaustive come spesso filmoni di durata doppia non riescono a fare. (voto 7)
Una Buick nera viene guidata dalla protagonista Sandra Huller (che interpreta Erika Mann) per il viaggio a Weimar in Germania Est. Non vi è altro product placement nel film.