Oscurità, violenza, sporcizia, crudeltà. Sangue nero, membra, teste, occhi lacerati in combattimenti fisici faticosi, tutt’altro che spettacolari. Robin Hood il prezzo del sangue (The death of Robin Hood, 2026) inizia nell’orrore quasi insostenibile; il tutto amplificato dalle potenti composizioni folk di Jim Ghedi. I primi raggi di sole nella quiete di un convento, dove comincerà un percorso di confessione, pentimento e rassegnazione alla morte, invocata come quiete finale, arrivano come un sollievo per lo spettatore.
“Io sono Robin, il fuorilegge, sono un mostro” confessa il protagonista in questa demitizzazione dell’eroe, parallela a quella dell’Ulisse di Nolan. Demitizzazione e prosaicità, l’eroe che si confronta con la carne che si lacera, che imputridisce. La carne violentata, le uccisioni di esseri umani “facili come recidere un fiore”, riprendendo quel libro-monito, metafora delle torture e della violenza umana, che nel 1906 scrisse Kazuko Okakura, Il libro del tè, in cui, nel sesto capitolo, scrive del trattamento crudele che l’uomo fa dei fiori. Sì, perché nel 1200, come alla fine dell’800, come nei secoli XX e XXI si continua così, nulla è cambiato da questo punto di vista. Uccidere, seppur fosse per dare monete ai poveri o per qualche causa ritenuta giusta, dà il via ad un inarrestabile anello di vendette, di altre uccisioni per potersi difendere, fino a che queste diventano indifferenti a chi le commina: “dovrò uccidere ancora e ancora, è una maledizione”.
C’è una scena fondamentale in cui, nel pieno della pacificazione e della confessione dei propri delitti, nel momento del possibile amore e del perdono trovato nella priora del convento Sorella Brigida (Jodie Comer), Robin, dopo averlo ucciso, eviscera un cinghiale immergendo le mani nel sangue, nelle budella. “In questo mondo importa solo del sangue”, non è possibile per lui uscire da questa spirale di sangue versato e di versamento di sangue altrui. Eppure grazie a quel cinghiale ben arrostito ci mangiano i bambini e gli infermi ricoverati nel convento.
E poi c’è la bimba, figlia della madre morta sempre a causa di violenze passate di Robin Hood e del compare Little John (padre della bambina). Margherita si chiamano madre e figlia, brave creature rosse come il sole al tramonto. La piccola Margherita deve assistere alle violenze fatte ai suoi genitori, alle rudi uccisioni di Robin Hood. Traumi per nuove generazioni che perpetueranno violenza, vendetta, crudeltà: disumanizzazione.
Demitizzazione di un eroe dicevamo. Ma auto-demitizzazione anche di Hugh Jackman, interprete di Robin Hood, che da virile e prode combattente di figure muscolari hollywoodiane, qui si immedesima alla perfezione con il vecchio e malandato anti-eroe del film. Già nel 1976 la vecchiaia e decadenza del personaggio fu raccontata da Richar Lester in Robin e Marian ma quella era una decadenza in cui il tempo corrodeva i corpi e gli animi, non il senso di colpa. Una decadenza romantica mentre quella del film di Michael Sarnoski (autore in precedenza del bizzarro e dolente Pig nel 2021 e di Quiet place giorno 1 nel 2024) è una decadenza feroce, dolorosa e non redentiva. Prodotto dalla coraggiosa A24, uscito praticamente nello stesso periodo dell’Odissea, non ha avuto altrettanta fortuna, immeritatamente perché è un prodotto sentito e forte. Chi lo va a vedere si lasci anche incantare dai paesaggi rozzi e spettacolari delle coste dell’Irlanda del Nord, da quella natura che sopravviverà alla nostra minutezza. (voto 6/7)