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CINEMA
23 Aprile 2026 - 21:48

BFM 44 x ABBAS KIAROSTAMI

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Omaggio ad Abbas Kiarostami
BFM 44 x ABBAS KIAROSTAMI

A dieci anni dalla scomparsa del regista iraniano, il Bergamo Film Meeting 2026 omaggia Abbas Kiarostami con un tributo al suo poetico cinema. Silenzioso, delicato, a tratti sommesso, ma al tempo stesso estremamente espressivo ed impattante, Kiarostami ha portato sul grande schermo la quotidianità dell’Iran e dei suoi abitanti. Per certi versi figlio del neorealismo, Kiarostami crea un ponte giocoso fra cinema e realtà ed invita ogni spettatore ad attraversarlo per approdare in un mondo fatto di umanità e speranza. Parafrasando Martin Scorsese, nel guardare i film di Kiarostami ci viene voglia di passare del tempo con le persone che vediamo sullo schermo.

 

Close Up (1990) racconta la storia di un uomo che, spacciandosi per il regista Mohsen Makhmalbaf, truffa una famiglia promettendo di realizzare un film su di loro mentre viene ospitato in casa. Kiarostami realizza un’opera che ondeggia fra finzione e realtà. Viaggia fra i momenti salienti della vicenda senza rispettare l’ordine cronologico, alterna le riprese del vero processo a Hossein Ali Sabzian con ricostruzioni girate successivamente utilizzando però i veri protagonisti. Il confine fra cinema e realtà è sempre meno netto e, nel meraviglioso finale, il vero regista Makhmalbaf va a conoscere Hossein, per poi portarlo di nuovo davanti alla famiglia che ha truffato, che lo perdona. Kiarostami celebra l’umanità attraverso la storia di un uomo che, a suo dire, vive per l’arte, e lo fa attraverso un film che trasuda realtà da ogni inquadratura.

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E la vita continua (And life goes on, 1992) è il secondo capitolo della Trilogia di Koker (il primo, Dov’è la casa del mio amico, è già stato analizzato da Gerardo Corti). Kiarostami porta nel film di finzione in gioco di cui sopra. Un regista -alter ego di Kiarostami- e suo figlio, dopo il tragico terremoto nella regione di Gilan del 1990, partono alla volta del villaggio di Koker per accertarsi che il protagonista di Dov’è la casa del mio amico sia salvo. I due protagonisti viaggiano per un Iran distrutto, in cui vedono soltanto macerie, polvere e persone che scavano. Kiarostami opta per un taglio molto vicino al documentario, eliminando tagli o ellissi temporali e ci immerge in una realtà di dolore e sofferenza. Nonostante questo, ciò che emerge dal film è ancora una volta la fratellanza, la speranza e l’umanità delle persone. Non c’è egoismo, sciacallaggio, senso di arresa. Nemmeno di fronte alla morte di una sorella e tre nipoti si perde la voglia di continuare a vivere, perché “la coppa del mondo è ogni quattro anni e la vita va avanti…”.

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Sotto gli ulivi (Through the Olive Trees, 1994) chiude la trilogia. Ambientato nel territorio distrutto dal territorio, una troupe cinematografica “vera” cerca attori non professionisti per girare un film. Kiarostami si affida nuovamente ad un personaggio-doppione, l’attore Mohamad Ali Keshavarz, e sviluppa ulteriormente i collegamenti ai propri film precedenti. In primis, smaschera subito l’identità di film su un film (a differenza de E la vita continua in cui lo scopo del viaggio non è chiaro fin da subito) attribuendo anche qui un tenore documentaristico, riporta il maestro de Dov’è la casa del mio amico in quanto attore e ambienta il film nel villaggio distrutto che abbiamo esplorato nel capitolo precedente. Se volti e luoghi ci sembrano familiari (prima su tutte la nonna della ragazza scelta dal regista), Kiarostami eleva ulteriormente la sua narrazione metacinematografica. Durante una scena di riprese, la troupe gira parte di E la vita continua, facendoci capire che anche quello fosse effettivamente un film. Kiarostami non si accontenta, ed aggiunge un altro livello. Il regista Keshavarz sta girando un film su due neosposi immediatamente dopo il terremoto. Il protagonista del film, Hossein, è realmente innamorato della collega Tahereh e ha chiesto più volte alla nonna la mano della ragazza, ricevendo sempre un rifiuto. Keshavarz scivola lentamente dalla storia d’amore sullo schermo a quella dietro le quinte, interessandosi alla vita di Hossein e al suo rapporto (praticamente inesistente dato che non gli parla, se non quando recitano) con Tahereh. Il giovane è analfabeta, quindi rifiutato come ipotetico marito dalla nonna di Tahereh perché non potrebbe dare un futuro degno alla ragazza. Tuttavia, non è possibile non emozionarsi di fronte alla purezza dei sentimenti del ragazzo, tanto ingenui nelle promesse quanto profondi e sinceri. Kiarostami tratteggia nuovamente con infinita delicatezza un Iran rurale, a tratti arretrato, ma, al tempo stesso, quasi immacolato nonostante il passare del tempo e la tragedia del terremoto. Il regno fiabesco che si crea, pur attendendosi fermamente alla realtà, viene elevato nella scena finale. Un’infinita distesa di ulivi, la musica, la natura e la speranza che Taheren abbia almeno rivolto la parola all’innamorato Hossein.

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Il sapore della ciliegia (Taste of cherry, 1997) vede una variazione del registro collaudato con la Trilogia di Koker. Kiarostami tratteggia il possibile ultimo giorno di Bad?, un uomo alla disperata ricerca di qualcuno che, per una ricca somma di denaro, lo seppellisca il giorno dopo. Bad? è infatti intenzionato a stendersi in una buca e suicidarsi. Appare evidente che Kiarostami non abbracci la quotidianità che ha raccontato precedentemente, ma voglia inscenare il travaglio di un uomo stanco della propria vita. Il viaggio di Bad?, fisicamente reso in una sorta di road movie in una cava a tratti concentrica, si struttura su tre tappe. La prima, rappresentata da un giovane militare, simboleggia la paura e l’incomunicabilità di fronte ad un dramma simile (infatti il ragazzo non finisce di ascoltare Bad? e scappa). La seconda è costituita da un teologo ed affronta il suicidio da un punto di vista religioso, affrontando l’annoso tema sull’effettivo proprietario della vita e sul diritto alla felicità. Il terzo, ovvero colui che accetta la richiesta di Bad?, è una sorta di controparte del protagonista. L’anziano Bagheri (non a caso tassidermista) ha avuto un’esperienza analoga a quella di Bad?, ma nel momento in cui stava per impiccarsi, si è reso conto della bellezza della vita attraverso le piccole gioie quotidiane (tra cui il sapore della ciliegia). Non sappiamo se Bad? si sia suicidato, perché Kiarostami conclude il film con un filmato di “backstage”, ma l’ultima cosa che vediamo con lui è un bellissimo cielo notturno.

Seppur in un film dalle tinte più cupe, Kiarostami non rinuncia alla speranza. Ciò che fa tentennare Bad?, che fino a quel momento era apparso più che risoluto, è l’aver trovato chi cercava in chi può capirlo. Bagheri non vuole salvare Bad?, ma semplicemente gli offre -non impone- il suo aiuto per evitare il suicidio. Kiarostami non giudica in alcun modo Bad?, non lo mostra come un uomo folle o depresso. La decisione di Bad? viene certamente discussa ed affrontata su più piani, ma sempre trattata con il massimo rispetto. Kiarostami firma una pellicola dal carattere certamente più cupo (soprattutto se si pensa ai finali dei film precedenti), ma al tempo stesso è quella in cui, probabilmente, eleva al massimo la dignità umana.

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Il vento ci porterà via (The wind will carry us, 1999) può essere inteso come una sintesi dei precedenti lavori. Kiarostami torna nei villaggi rurali, ma con uno spirito ed un’intenzione figli de Il sapore della ciliegia. Il protagonista, chiamato ingegnere, si reca in un villaggio per documentare un rituale funebre di un’anziana prossima al trapasso. L’attesa della morte della donna è il pretesto per conoscere il villaggio e i propri abitanti, in particolare un bambino che fa da guida all’ingegnere. Kiarostami ci mostra ancora una volta un Iran rurale, lontano dalla caotica Teheran. Lo sviluppo del film, così come quello dell’ingegnere, è associabile al cosiddetto giro lungo, ovvero uno dei pilastri dell’antropologia espresso da Lévi-Strauss. “Capire la cultura lontana per poi mettere in discussione la propria”... è quello che fa l’ingegnere. Arrivato nel villaggio per descrivere un evento a lui lontano, lentamente esplora il dedalo di stradine, scale, tetti, colline e distese di grano. Il tutto mentre attende la morte. Il tema è proprio questo: attendendo la morte, l’ingegnere perde di vista la vita. La vita, così come dice il signor Bagheri nel film precedente, è fatta anche di piccole cose. Ecco che il pane fresco, una mela, del latte appena munto o la natura stessa diventano le cose più importanti per l’ingegnere. E tutto ciò è presente nel villaggio fin dal primo momento.

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Francesco Sosta

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