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CINEMA
22 Giugno 2026 - 00:12

FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA 2026

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Giorno 2
FESTIVAL DEL CINEMA RITROVATO DI BOLOGNA 2026

Quello che andava bene per il protagonista di Osho, si adatta ancor meglio per Gero no kubi (Trad: La testa del servo, 1955): il protagonista di questo film è ancora una volta “un’anima nobile in un corpo umile”. Stiamo parlando di un samurai che nel Giappone di metà ‘800 è estremamente devoto al proprio padrone. Quando questo viene ucciso da uno sconosciuto (riconoscibile in seguito dai nove nei che porta sul volto e dal fatto che una delle sue dita è stata tranciata nella lotta), il nostro diventa servo del figlio che medita vendetta e  con lui va alla ricerca dell’assassino del padre. Il padroncino è però malaticcio, debole e senza soldi, il servo è costretto a dare spettacoli per strada da saltimbanco per racimolare qualche soldo per sopravvivere. Quando incontra una bella e gentile donna che sembra avere un debole per lui, scopre che lei è la concubina proprio dell’assassino. In una schermaglia a spade, senza troppo volerlo ma semplicemente per difendersi, il nostro uccide l’uomo. Il padrone, invece di esserne grato, picchia il servo e lo insulta perché gli ha tolto la possibilità di vendicarsi lui per la morte del padre (cosa che per altro non sarebbe stato in grado di fare). Quando gli uomini del morto vengono a sapere della sua uccisione, si mettono in ricerca del servo che lo ha ucciso e il padrone di questo, dimostrandosi codardo e traditore, lo consegna agli uomini. Un film che mette alla berlina la pusillanimità di nobili senza un briciolo di onore che vessano i loro servitori che si dimostrano molto più onorevoli e “nobili” di loro, rappresentando “la storia di un cane morso dal suo stesso padrone” (Kitagawa dal catalogo del Festival del cinema Ritrovato 2026). Daisuke Ito filma con la solita capacità plastica, utilizzando la cinepresa per “scrivere” il film superandosi nell’illustrazione dei paesaggi, nelle scene collettive, nell’utilizzo degli spazi interni e finendo l’opera con una sequenza finale che riporta al western americano. Pezzo di bravura quasi sperimentale, il flusso di autocoscienza del padrone che si confessa davanti all’inquadratura fissa e prolungata di un foglio di carta bianco… (voto 7+)

Ancora Daisuke Ito con il film del 1951 Oborokago (La portantina misteriosa trad.), altra perla della corposa selezione presente al Festival del cinema Ritrovato 2026. In questo caso siamo sempre in un contesto storico, ma il film è un poliziesco anomalo tratto da un romanzo di Jiro Osaragi (scrittore dalle cui opere Ito trasse materiale per varie pellicole). Una giovane che dovrebbe diventare la favorita dello shogun, si rivolge al nobile Shinnosuke per pregarlo di fermare la sua “ascesa” che vorrebbe dire restare rinchiusa nel palazzo dello shogun e diventarne l’amante e la madre di figli che la sposa ufficiale non può avere. Misteriosamente la ragazza viene uccisa e la colpa viene data proprio a Shinnosuke. Anche il fratello di quest’ultimo lo abbandona e gli chiede di fare harakiri per non mettere alla berlina il nome della famiglia. Solo un monaco trasandato, aiutato da una locandiera ubriacona, prende le sue parti e, tra le tante difficoltà nel mettersi contro ad intrighi di corte, comincia ad indagare sulla verità. Scoprirà una rivalità tra concubine per avere il posto da favorita e famiglie nobili che appoggiano questa o quella disposti a tutto per aumentare il prestigio della casata. Il fine del film è sempre quello di criticare il sistema feudale con lo shogun che utilizza giovani ragazze come “bambole” per i propri giochi e di considerare le donne come sua proprietà. In questo film la cinepresa non sta quasi mai ferma, tante sono le carrellate laterali e i movimenti di macchina, proprio questo suo stile ha portato la critica a soprannominare Daisuke Ito “Ido Daisuki” che significa “amore per il movimento” e gioca con il suo nome. Finale con l’eroico monaco che se ne va dalla donna che vorrebbe amarlo solitario a cavallo richiamando ancora il western americano. (voto 6,5)

E di Daisuke Ito abbiamo visto uno dei pochi film muti da lui diretti salvatisi dalla distruzione. Chuji tabi nikki (trad. Diario dei viaggi di Chuji, 1927), film che è considerato uno dei più importanti film mai prodotti nel cinema giapponese dai critici nazionali. Purtroppo si è salvato solo il 50% della saga che, divisa in tre parti, arrivava a durare 4 ore. Ne abbiamo visto due di queste quattro e, nonostante non si abbia purtroppo tutto il quadro complessivo (manca tutta la prima parte e quindi come Kunisada Chuji, realmente esistito nella prima parte dell’800, diventa una specie di Robin Hood locale che aiuta i poveri rubando ai ricchi) e praticamente ne seguiamo solo la fuga dalle guardie, il suo cambio d’identità nascondendosi come lavoratore in una fabbrica di enormi botti (che diventano scenografia spettacolare per molte scene del film), come riesce a crescere un bambino, a resistere alla corte della giovane figlia del padrone della fabbrica (che lo tradirà a causa di un fraintendimento), come si ammali e resti praticamente paralizzato, come viene difeso dalla sua vecchia banda e come, infine, verrà catturato e giustiziato. Girato con una modernità sorprendente che inserisce Ito tra i migliori autori che hanno fatto grande il periodo del muto, appena prima che arrivasse il sonoro che cambierà radicalmente il modo di intendere il cinema (un nome per tutti Mauritz Stiller). Grazie al Festival del cinema Ritrovato di Bologna abbiamo potuto assistere ad una splendida copia restaurata e “colorizzata” con viraggi d’epoca, e soprattutto godere dell’esperienza dell’arte dei benshi. In pratica nelle proiezioni dei film durante il periodo del cinema muto, in Giappone “l’esperienza della proiezione era organizzata attorno a un narratore dal vivo che dava voce ai singoli personaggi, commentava lazione e fungeva da mediatore tra il film e il suo pubblico in tempo reale” (dal catalogo). In soldoni il film non era più muto ma… parlato grazie a questi narratori che interpretavano i dialoghi, e così è stato al cinema Mastroianni della Cineteca grazie al “benshi” Ichiro Kataoka dal vivo. (voto 6/7)

Non di solo Daisuke Ito si vive al Festival del cinema ritrovato di Bologna. Costringendo lo spettatore a passare da un cinema ad un altro (spesso con i minuti contati) per l’incredibile quantità di film proiettati, il festival gli permette anche di saltare da un autore ad un altro, da un genere ad un altro con sbalzi stilistici completamente agli antipodi. Ci ha sorpreso favorevolmente, ad esempio, La morte in vacanza (1934) di Mitchell Leisen, un film che sembra una commedia fantastica ma che è molto di più. Il plot prevede che la morte in persona si prenda tre giorni di vacanza in… Italia e si incarni in un principe esotico, Sirki (Fredric March) che viene invitato (anzi costringe loro ad invitarlo...) da una famiglia di nobili tra cui si trovano un paio di contesse italiane (quella di Cattolica e di Parma…). E’ indubbio che questo dia il là ad una commedia (la parte comica è principalmente sulle spalle di due nobildonne che fanno di tutto per ingraziarsi l’uomo con esplicite intenzioni sessuali) caustica per come Sirki veda gli umani con le loro piccolezza, la loro vanità e i loro assurdi comportamenti, commedia che diventa romantica quando la morte si innamora di un’altra donna, Grazia (Evelyn Venable) scoprendo che “disprezzo le vostre bassezze, i vostro capricci, ma non riesco a non volerli condividere con voi”… Ma attenzione il film è molto di più. Tratto da una commedia italiana di Alberto Casella (drammaturgo e politico fascista attivo dagli anni Venti agli anni Sessanta del Novecento) è ammantata da un’atmosfera mortuaria che porta addirittura a considerare “la morte più semplice e genuina della vita”. Questo corteggiamento ed attrazione verso la morte diventa patologico nella figura di Grazia che già all’inizio vediamo dubbiosa sul suo futuro matrimonio perché “c’è qualcosa là fuori che devo capire” e che trova nell’innamoramento con la nera signora (seppur sottoforma di un elegante uomo, ma lei fa capire che subito era conscia su chi era quello che la avvicinava) la sua via. In pratica (ed evidentemente il codice Hays ancora non era ferreamente rispettato, lo diventerà poco dopo) il film rappresenta il suicidio di una donna insoddisfatta e infelice. Leisen (che, ci dice il curatore Ehsan Khoshbakht nella presentazione del film, non stava passando un buon periodo in quegli anni) crea un’elegante commedia borghese con evidenti derive drammatiche e gotiche (Fredric March che replica le tenebrose occhiate di Mr. Hyde, l’apparizione di Grazia a Sirki che possiamo inserire visivamente tra la sposa di Frankenstein e la fantasmatica Cecilia di Malombra). Nel 1998 è stato fatto il remake del film con Brad Pitt, Vi presento Joe Black di Martin Brest. (voto 7,5)

Kon Ichikawa è conosciuto in Italia principalmente per L’arpa birmana, capolavoro lento e dolente e il primo film di guerra visto dalla parte dei giapponesi. Ma in realtà il regista nella sua lunga carriera ha affrontato praticamente tutti i generi (musical, drammatici, commedie, letterari, fantascientifici…) e il Festival del cinema ritrovato di Bologna ci presenta una splendida restaurazione della sua black comedy femminista (scritta con mano pungente e felice della moglie del regista Natto Wada) Kuroi junin no onna (Dieci donne nere, 1961). Un uomo che lavora nella neonata televisione giapponese ha una moglie e… nove amanti. Quando queste, stanche della situazione, si organizzano tra di loro, decidono di… uccidere l’uomo per liberarsene per sempre. Non sarà così semplice ma comunque per lui saranno dolori. Non è una commedia in cui si ride a crepapelle ma più un caustico attentato all’orgoglio maschile con dialoghi che sferzano le sicurezze del maschio alpha, il quale riesce a blaterale una misera scusa per giustificare la sua “incontinenza” sessuale: “è causata dai tempi e dalla televisione”. Piena di ribaltamenti di situazioni ma condotta sempre sul filo del black humour con le nove donne che, tranne una, non perdono mai la capacità di vedere la situazione con sarcasmo, è anche girata in modo atipico da Ichikawa che decide per un biancoenero da noir, per un cinemascope utilizzato in un film girato principalmente in interni e con molti primi piani (che lasciano così grandi spazi creando un piacevole effetto plastico) ed utilizzando anche la camera a mano. “Dopo un inizio da parodia del noir, il film si sviluppa attraverso colpi di scena verso un finale inatteso con uno stile ironico e paradossale, ribaltando i ruoli maschili e femminili attraverso uno stile di regia virtuosistico (…) e componendo una galleria di caratteri e stereotipi femminili con accenni di satira dell’ambiente televisivo” (Emiliano Morreale sul catalogo del festival). (voto 6+) Product placement tutto Scotch: la brand tecnologica è affiancata da Teacher’s e Long John, scotch whiskey.

STEFANO BARBACINI

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