Il formato (4:3 che sullo schermo del cinema sembra rinchiudere in una scatola i personaggi) e l’unità di set claustrofobico (l’appartamento in cui vive il protagonista, l’esterno lo si vede solo da inquadrature dalla finestra) sono già una dichiarazione d’intenti. Le vite dei tre personaggi su cui si concentra il film vengono ingabbiate nello spazio e, contemporaneamente, nelle loro debolezze. Il senso di solitudine e di morte aleggia su tutta l’opera con pochi spiragli senza sbocchi.
Lui, Leo (Luca Marinelli) è un produttore musicale con un passato da tossico che ora vive nel dolore. Il dolore che una schiena distrutta gli provoca portandolo ad eccedere con farmaci antidolorifici e tornando “per necessità” nella dipendenza. Lei, Anne (Alicia Vikander) è una fisioterapista con la vocazione della cura e del ripristino fisico e psicologico delle persone e, quando si innamora di Leo, ne diventa ombra (replicandone anche atti e atteggiamenti e girando per la casa a sua insaputa) e sostegno, nonostante l’uomo sia “respingente”. La terza “incomoda” è una vecchia star della musica Ava (Susan Sarandon) che è passata attraverso l’inferno della droga (“l’eroina mi ha salvato la vita in quel momento”) e del dolore per la perdita del marito. Ritiratasi da tempo dalle scene, viene “resuscitata” proprio dalle insistenze e dal lavoro di Leo. Leo è così salvatore (di Ava) e persona da salvare (tramite Anne).
Qui si parla di vite spezzate, di tensioni autodistruttive, di dolore. E’ dura per Anne riattaccare i pezzi rotti (metaforicamente lo fa con una tazza infranta recuperata dal cestino) e sopportare di vivere nell’ombra di un uomo che rifiuta il contatto “non riesco a condividere il letto con altri per dormire”, le dice dopo aver fatto sesso. Tutto è molto intimo, i rapporti, la malattia, l’irrequietezza, i ricordi orribili.
E’ un film che vive sulle sensazioni, quelle esplicite e quelle trattenute. Sui sensi: il gusto (il cioccolato mangiato per “consolazione”, il dito di Marinelli succhiato avidamente dalla Vikander, sostituto del blowjob), l’odorato (Marinelli che annusa la sciarpa di lei e si masturba), l’udito (la musica con cui Marinelli riesce a far tornare la Sarandon a cantare), il tatto (le manipolazioni della Vikander sulla schiena di Marinelli). Quel che manca è il lasciarsi andare in un rapporto di coppia completo e soddisfacente, spesso la masturbazione solitaria sostituisce il rapporto di cui Leo ha evidentemente paura. Solo l’immobilità porterà a compimento l’amour fou di Anne per Leo.
Il film Echo chamber di Pallaoro nasce da una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci mai trasformata in film. Qui il regista vi mette le sue ossessioni sul rapporto di coppia e il sesso (sembra la versione disperata e soffocante di Ultimo tango a Parigi) e vi traspone i suoi dolori fisici, quei dolori che tolgono la capacità di pensare, di vivere.
Film difficile, sicuramente non pro-pubblico, consigliato a chi al rock e al pop preferisce le canzoni rarefatte e dolenti di Marianne Faithfull, artista su cui probabilmente è incentrato il personaggio di Ava. (voto 7)
Product placement rarefatto in stile col film. Vi troviamo però Marshall (dove c’è musica il brand è praticamente sempre presente) e Adidas.