La femme de nulle part è considerato il capolavoro della purtroppo breve carriera di Louis Delluc (morto giovane, a 33 anni, di tubercolosi).
E’ un drammone psicologico di cui la trama è presto detta: in una villa ligure in cui vive una famiglia (marito, moglie e bambino) non particolarmente felice, arriva un’anziana sconosciuta che chiede ospitalità per un giorno perché in quella villa ha vissuto da giovane e chiede di potersi aggirare per le sue stanze e per il suo parco per rimembrare i tempi che furono. Nel frattempo il marito parte per Genova in viaggio d’affari e la “sconosciuta” capisce subito che la padrona di casa ha una tresca con un giovane e ha intenzione di andarsene con lui. Visto che la vicenda è molto simile a quella vissuta nella stessa casa molto tempo primo dalla ora anziana signora, questa si sente in dovere di dare consigli alla più giovane donna. Prima le sconsiglia di andarsene perché ciò porterà ad una fine di dolore e rimpianti come la sua poi però, rimembrando i bei momenti passati con il suo amante del passato pensa: cosa importa della tristezza se c’è stato un momento di gioia infinita?
Allora cambia idea e consiglio: vattene con lui, approfittate della gioia che la vita vi offre, è la sola legge umana. Decisamente sembra che Delluc voglia andare contro i dettami morali della famiglia prima di tutto ma poi lui (qualcuno mise in dubbio che questo fosse il suo vero intento ma fosse un ripiego verso la censura…) come la giovane moglie cambiano idea davanti alle lacrime dell’infante abbandonato e rinunciano alla fuga. La sconosciuta se ne andrà lungo il viale della villa con tutto il suo fardello di gioie e dolori passati lasciando dietro di sè la famigliola riunita.
La trama semplice serve solo al regista per mettere in pratica la teoria del cinema impressionista francese, quella che vede gli stati d’animo dei personaggi e i loro rovelli interiori esplicitati attraverso le immagini e le inquadrature. Così i dubbi e i rimpianti della “sconosciuta” sono evidenziati dagli alberi e dalla vegetazione del parco (silenzioso, immenso, eloquente) mentre vi cammina indecisa, i suoi umori dalla finestra e dall’oscurità che diventa luce dell’alba, rivelazione dopo una notte insonne. Così le incertezze e la deriva dell’ “uomo che non ha saputo farsi amare” (il marito) sono evidenziate dalla barca su cui siede e dalle oscillazioni della camera e dagli stretti “carruggi” di Genova dove vaga. Il tutto reso più inquietante dal continuo vento che sferza negli esterni della villa e dalla fredda e minacciosa scala di pietra (dreyeriana) all’interno.
Questa impostazione stride un tantino con l’interpretazione della musa di Delluc, Eve Francis, qui chiamata ad interpretare un doppio personaggio, vecchia sessantenne nella contemporaneità e ventenne nei frequenti flashback riguardanti la sua giovinezza. Stride, dicevamo, perché l’ambientazione bastava senza il bisogno dell’interpretazione esageratamente drammatica ed enfatizzata tipica del decennio precedente (quella derivata dal teatro e peculiare delle dive del cinema muto italiano quali la Borelli e la Bertini, e così evidentemente voluta da Delluc che aveva sulle prime pensato alla Duse come interprete) della Francis.
Tra le vie di Genova spicca l’ALBERGO DEL PORTO, location placement, ma forse possiamo trovare un più preciso product placement nelle bottivlie di porto VASCONCELLOS che sembrano essere l’unica bevanda servita nel locale equivoco dove il marito sembra andare ad affogare le sue disgrazie.