Una giornata qualunque in un quartiere qualunque di una città americana nei primi anni ‘80. Ragazzi che giocano e litigano, due di loro, maschio e femmina, sono i figli di una coppia che non sembra più tanto solida, lui, Greg Platt (Ewan McGregor) è un inconcludente, lei, Denise Platt (Anne Hathaway), con aspirazioni da scrittrice, non sopporta più la sua “piattezza” ed essere relegata a semplice casalinga. Insomma ordinari avvenimenti per ordinari personaggi. Chiaro che il tutto è presagio di qualcosa che deve succedere in La fine di Oak Street, se non altro perché il regista è quel David Robert Mitchell che aveva sorpreso tutti con It follows e che naviga nel cinema di genere come regista/autore.
Stavolta l’ha pensata anche un po’ più grossa del dovuto, cimentandosi nel cinema di fantascienza e inventandosi che il quartiere di Oak Street, dove vive la famiglia sopracitata, viene risucchiata in un varco temporale e finisce in mezzo ad uno scenario di qualche milione di anni fa, dove vivono dinosauri piuttosto aggressivi contro gli umani che sono arrivati loro praticamente sulla testa…
Il film è un action-divertissement che richiama e omaggia il cinema anni Ottanta, naturalmente il primo riferimento è Spielberg, e che tra i produttori ci sia J.J. Abrams non ci sorprende, come non ci sorprende, purtroppo mai, l’intera opera che, appunto, a nulla può ambire che al divertimento “light” del pubblico. Logico che da Mitchell ci si aspettava di più in merito ad una certa cattiveria e inquietudine (ad un certo punto vi è uno sprazzo di crudeltà che sembra ci porti su quella strada ma poi tutto si appiana…) e anche nella costruzione dei personaggi che sono in generale mal scritti, e il problema di coppia (che esce nei momenti più impensabili, tipo intanto che un bestione sta cercando di mangiarseli…) che persiste per tutto il film e sembra essere il motivo principale della narrazione (fino a farci pensare che i mostruosi animali siano solo una metafora dei problemi che rompono la coppia e, una volta sconfitti questi, la ricompongono) alla fine risulta spocchioso. Neppure il giochetto sugli sbalzi temporali non è che ci dia fremiti particolari…
Restiamo un po’ basiti sullo sviluppo della carriera di Mitchell che sembra un po’ quella dei registi della nuova Hollywood, appunto anni Ottanta, che partirono con film originali, film che davano una svolta adrenalinica al cinema classico ma che poi, quasi in toto, si sono dedicati a film spettacolari con l’unico scopo di stupire il pubblico (non sto dicendo che non hanno fatto bei film, anche capolavori alcuni, ma mi sembra evidente che abbiano cambiato il loro target da autoriale a spettacolare). Restiamo comunque sintonizzati e vediamo che succederà al promettente regista. (voto 5/6) Il cane dei protagonisti si chiama Starbuck, difficile pensare che non vi sia un riferimento al brand e quindi product placement. Ma vi troviamo anche Polaroid (insistita fino alla scena più assurda in cui Denise – sempre mentre la coppia è in pericolo di venire azzannata da gigantesche bestie – fa una foto a Greg davanti a due di queste che stanno facendo sesso!), Heinz e Kellog’s quasi sempre presenti sulle tavole, scarpe Nike e shorts Adidas, Bauer, Panasonic, caffè Maxwell House e una Chevrolet.