Individuare in un film di Sorrentino l’argomento, il fine, è difficile perché, per fortuna, le sue opere sono piene di cose. E’ vero, le ricorrenti sono il tempo che passa, l’amore, i ricordi, la decadenza, l’assurdità del mondo che ci circonda. Ma ad esempio come si può isolare un argomento più importante degli altri in una serie multi-senso e mutaforma come The pope? Con La grazia è un po’ la stessa cosa.
Sappiamo che, collocato nella sua filmografia, fa parte dei film “politici” (Il divo, Loro ma anche La grande bellezza), ritratti di uomini politici esistenti o simili ad esistenti (questo è il caso), film politici che utilizzano l’attualità e le istituzioni per raccontare altro, raccontare gli uomini dal punto di vista delle loro debolezze, della loro, triste decadenza.
Il presidente della Repubblica Italiana, interpretato dal fido Toni Servillo, è quasi arrivato alla fine del suo mandato. E’ vedovo e vive con la figlia esperta di diritto come lui. L’uomo sente il peso delle decisioni e vorrebbe poter vivere in modo più leggero, vorrebbe trovarsi a galleggiare nello spazio, senza la gravità di problemi da risolvere, sempre nel dubbio di far bene o male. Ma il suo ruolo, naturalmente, non glielo consente. Vorrebbe poter vivere nei ricordi (in pratica dice in due momenti diversi: “quando ricordo per me è come morire ma allo stesso tempo non posso vivere senza ricordare, non mi sentirei vivo” con un ossimoro apparente) della moglie Aurora, “la donna perfetta per me, quando camminava la vedevo sollevare i piedi in aria”, ancora quella leggerezza agognata. E poi c’è quel tarlo, il tradimento che 40 anni prima Aurora gli ha fatto. Non sapere perché e non sapere con chi, lo tormenta da allora. E poi ci sono i rapporti con i figli, Dorotea (Anna Ferzetti) che sta dedicando la sua vita a lui rinunciando ad affetti e tempo libero e il figlio emigrato a Montreal a far musica. Figli che dichiara di non capire, perché non riesce a capire il cambio generazionale, un uomo che avrebbe voluto indossare una giacca rossa su pantaloni bianchi ma non ne ha mai avuto il coraggio ed è restato l’uomo grigio che è sempre stato.
Capite bene che l’umano prevale sul resto, ma la attualità entra nel film eccome. Vi entra con le problematiche di politica interna che da anni appaiono sui giornali. Il presidente deve decidere su tre cose fondamentali per la vita del paese e degli individui. Deve firmare o meno la legge sull’eutanasia e deve decidere se dare la grazia ad una donna che ha ucciso il marito perché la torturava e ad un altro che ha ucciso la moglie perché aveva l’Alzheimer e non poteva sopportarne il dolore. Fine vita, violenza sulle donne, esclusione sociale, temi evidentemente di oggi. Cosa farà? Lo sapremo a fine film e la risposta sta ancora una volta non in cavilli legali (“il diritto ci fa vedere le cose da lontano”), ma nell’amore.
Siamo davanti ad un Sorrentino maturo che ormai si destreggia con sicurezza nel proprio cinema, nel proprio linguaggio e che sa dosare la modernità con la classicità, la pacatezza con la forza del ritmo. Specchio e metafora del suo intendere il cinema sono le sequenze (ormai una firma personale del regista) in cui ad un rallenty delle immagini si accompagna una techno scatenata in colonna sonora. Quello che il video 4k ultra-definito toglie alla densità della pellicola, Sorrentino lo recupera con la tecnica registica, ma standardizzata, mai scontata. (voto 7)
Sicuramente il product placement principale è Vogue con le sue giornaliste che da inizio film cercano di intervistare il protagonista. Poi la Apple con Mac e Iphone (anche se il “vecchio” presidente usa ancora un Nokia…). Vi è infine una scena girata in via Condotti dove si vedono alcune importanti firme di moda come Ferragamo, Max Mara, Bulgari, Hublot, Moncler.