L’esordio di Brady Corbet è lì a dimostrare che i film da lui interpretati con registi fuori dagli schemi, registi che hanno esplorato i limiti sia tecnici che del racconto cinematografico come Von Trier, Haneke, Campos, Assayas, Ostlund, hanno lasciato segni evidenti sul suo stile da regista, quando lo è diventato nel 2015, sui suoi interessi che, parallelamente, nel caso di L’infanzia di un capo, vanno ad analizzare la nascita del male, la germinazione di un dittatore nei traumi e nelle anaffettività infantili. Partendo da Sartre, Corbet con la fida cosceneggiatrice di tutti i suoi film, la norvegese Mona Fastvold anche sua compagna di vita, racconta un periodo dell’infanzia di Prescott, un ragazzino che cresce con una madre rigida, bigotta e un padre diplomatico altrettanto duro e distante. Come nel racconto di Sartre il bambino ha bisogno di scatti di violenza (lancia sassi alla gente, disubbidisce agli ordini, cerca di toccare il seno all’insegnante di francese, si rinchiude in camera per giorni, colpisce la madre a sangue…) per dimostrare che esiste e l’analisi che qui si vuole ricondurre alla nascita di un futuro aguzzino dell’umanità si potrebbe riportare anche al momento odierno, a quegli atti apparentemente assurdi e violenti di ragazzi delle cronache di tutti i giorni. Siamo in un periodo particolare della storia, quello in cui si sta mettendo fine alla Prima Guerra Mondiale con il Trattato di Versailles che il padre del protagonista, incaricato dal Presidente degli Stati Uniti d’America Wilson, sta concludendo con altri diplomatici. Si sa che la “pace ingiusta” portata all’umiliazione della Germania fu il primo passo verso l’ascesa hitleriana, pertanto la crescita del bambino diventa anche metafora dell’incapacità diplomatica di gestire il momento creando un mostro. Se il film è costruito geometricamente e con un rigore quasi giansenista, in cui, pur essendo a colori, si vedono solo il bianco e il nero e con inquadrature pittoriche che sembrano una sequela di quadri (non evitando il rischio, in alcuni momenti, di fare un po’ d’accademia), il finale esplode, anche grazie ad una musica ossessiva e in crescendo, in un delirio di glacialità alla Haneke e di follia visiva contro qualsiasi regola di forma cinematografica. Il trio Berenice Bejo, Liam Cunningham e Robert Pattison brilla per precisione d’interpretazione. (voto 6/7) No product placement.
Il secondo film si occupa dell’ascesa non più di un leader malvagio ma di una popstar dei nostri tempi, la fittizia, Celeste, interpretata in due diverse età da Raffey Cassidy (notevole nella sua metamorfosi da fragile ragazzina aspirante cantante con trauma al seguito a figlia di Celeste, come Pattison nel precedente fa due ruoli, più adulta e più segnata da una vita anaffettiva) e poi da una sorprendente Natalie Portman (interpretazione nervosa, sprezzante, acida restando fascinosa e bellissima). Vox Lux (2018), nonostante le ottime interpreti (a cui si aggiunge la sempre splendida Stacey Martin), non mi ha convinto fino in fondo. Ma di che film stiamo parlando? Non è un film lineare sulla nascita e il crollo di una star come tanti se ne sono visti al cinema e non perché è diviso in tre capitoli (nel primo l’adolescenza di Celeste segnata da un school massacre in cui resta vittima ma viva, nel secondo lei matura con una figlia e con la sua vita diventata un incubo tra celebrità, droghe, antidolorifici, pressioni, rapporti difficili con la sorella, il terzo è semplicemente un suo concerto) uniti dalla voce di Willem Dafoe (nell’originale) che fa da narratore in voice over raccontando episodi della vita di Celeste che non ci vengono mostrati (alcuni hanno accostato l’espediente, e ha senso, ad alcune opere di Von Trier); ma perché il filo narrativo contiene varie possibilità di racconto (il trauma della sparatoria alla scuola, il rapporto con la sorella, vera autrice delle canzoni e messa in ombra, il rapporto con il rocker da cui ha avuto la figlia, un massacro causato da folli che indossano maschere uguali a quelle di uno spettacolo di Celeste su una spiaggia, i rapporti madre figlia, quelli con il manager, Jude Law…) che vengono messi sul piatto, spunti potenziali da usare per film interi, ma mai consumati; piccoli frammenti che compongono un quadro che è metonimia neppure troppo nascosta di un periodo storico, non più l’ascesa del nazismo nel Novecento come ne L’infanzia di un capo, ma dei nostri tempi malati di insoddisfazione, falsi miti, violenza insensata. Vi è il Philip Roth di Pastorale americana, il Ballard delle sue distopie che in realtà sono il presente, e tutta la letteratura americana che ragiona su una realtà che sta sfuggendo via da un senso compiuto. Nonostante ciò il film non ha la rigorosità del precedente e neppure il respiro epico del successivo (The brutalist) ma ci conferma che la coppia Corbet-Fastvold ha quattro occhi che vedono il mondo con una deformazione prismatica che ricorda l’art rock psichedelico dei Pink Floyd, tra gli autori più interessanti degli ultimi anni. (voto 6+) Come gli avvenimenti accennati e non approfonditi, anche il product placement avviene per lampi veloci, Marlboro e salsa Heinz tra questo.
Anche l’esordio alla regia della compagna d’arte e di vita Mona Fastvold (Corbet è cosceneggiatore e anche interprete) non è certo scevro di stranezze. The sleepwalker (2014) vede in scena quattro personaggi e un’unità di luogo, la casa paterna di due sorellastre e il lago appresso. Kaia (la norvegese Gitte Witt) sta ristrutturando la casa con l’aiuto del compagno Andrew (Christopher Abbott) quando arriva da loro la sorellastra Christine (Stephanie Ellis), figlia dello stesso padre e di madre diversa, assieme al compagno Ira (Brady Corbet) da cui aspetta un figlio. Si sviluppa, all’interno della casa, che fu quella della loro infanzia, un dramma di rapporti che piano piano, in modo non del tutto risolutivo, per accenni, indizi e rivelazioni sommesse, mette alla luce violenze, sensi di colpa, gelosie, rimette in questione gli affetti e il passato… Il film è stiloso e pieno di pause e metafore (la ristrutturazione della casa, i rapporti sessuali, il garage bruciato…), girato dando al solito molta importanza all’architettura degli ambienti con inquadrature geometriche tipicamente “nordiche”. Molta critica lo ha giudicato negativamente perché “è difficile creare un legame emotivo con i quattro protagonisti” e perché “vi è troppo stile e poca direzione, con eccesivo uso di nudità e scene di sesso”. In pratica si vedono come negativi i punti di forza del film, il suo deragliamento dalla strada maestra del tutto comprensibile e lineare. Mi viene da dire quindi che la coppia Fastvold/Corbet abbia ottenuto ciò che voleva… Infine, ancora una volta, bisogna sottolineare il bigottismo di certa critica che si trova spiazzata dal sesso esibito al cinema che invece soprattutto le registe di sesso femminile trovano importante mettere in scena per caratterizzare i personaggi, d’altronde il sesso non è una delle componenti più importanti dei rapporti umani? (voto 6,5) No product placement
Nel successivo film di Mona Fastvold il coinvolgimento di Brady Corbet è decisamente minore, il film è tratto da un romanzo e Corbet risulta solo come assistant producer. Possiamo presumere che quest’opera, Il mondo che verrà (2020), rispecchi un bisogno espressivo della regista che va al di là della costruzione formale solita dei film del duo (solo la sequenza iniziale con quel paesaggio innevato, quella struttura solitaria in mezzo alla natura che è la casa dei protagonisti e la musica dissonante di sottofondo, ricorda le opere precedenti) per il resto è un film in cui si sta molto attenti ad enunciare il “senso” più che la forma che risulta decisamente letteraria con una voce esterna che per tutta la lunghezza dell’opera commenta ciò che succede e fa da voce interiore ad Abigail (Katherine Waterson). La donna narra la sua vita isolata nella natura fredda e ostile assieme al marito. I due sono fattori e hanno vicini piuttosto lontani e difficili da frequentare. Da quando è morta la loro bambina tutto è cambiato fra di loro e la freddezza non è più solo all’esterno della casa. Quando arrivano due vicini, marito e moglie in qualche modo specchio della loro coppia, Abigail trova nella nuova amica Tallie (Vanessa Kirby) una confidente, una donna che la capisce e Tallie a sua volta, donna che vorrebbe essere indipendente ma è costretta a vivere con un marito (ancora Christopher Abbott tra gli interpreti) che invece la vorrebbe sottomessa come da… antico testamento, trova in lei una complice. Tra le due scoppia l’amore e ancora una volta il lesbismo diventa un modo di ribellarsi al mondo maschile che non capisce le donne. Siamo nel 1856 in una zona nei dintorni di Pittsburgh poco abitata e provinciale (ma il film è girato in Romania…) e quindi si può immaginare quanto il sesso fra le due donne in un contesto del genere possa essere dirompente… anche se nel film non vi è mai uno scoppio violento, né fisico, né morale, tutto è giocato sul non detto e la sottrazione. Film femminista ben diretto che riesce a rendere compartecipe lo spettatore anche grazie alla scelta dei quattro bravi interpreti (oltre ai tre citati vi è anche Casey Affleck che interpreta il marito di Abigail) ma come detto molto alla Jane Campion, non che questo sia un difetto particolare, e quindi un film diverso da quello che ci si aspetta dal duo Fastvold-Corbet. (voto 6).
Il testamento di Ann Lee (2025) è in qualche modo il The brutalist di Mona Fastvold. Sceneggiato assieme al marito, è opera che acquista epicità nelle due ore e un quarto di proiezione grazie anche alla forza immaginifica della regista che replica quella del marito nelle scelte dietro la camera. Ma ho già scritto che è difficile, in una tale osmosi estetica, capire dove finisce l’uno e dove inizia l’altra e viceversa. Qui i due scrivono la storia di Ann Lee, santona della setta religiosa degli Shakers, da quando bambina dimostrava già una forza indipendente, all’incontro con i quaccheri (la setta nasce come continuazione ed estremizzazione delle idee religiose di questi puritani), passando per il matrimonio con Abraham da cui ebbe quattro figli, tutti morti entro il primo anno di vita, per approdare a quando, in carcere, comincia ad avere delle visioni mistiche che la faranno individuare come emanazione femminile direttamente di Gesù, di cui si professa sorella e sposa. Come sostiene la dottrina degli Shakers, se tutta l’umanità è immagine e somiglianza di Dio, allora questo non può che essere sia uomo che donna. La predicatrice, avversata in Inghilterra, decide di trasferirsi nelle terre nuove americane (siamo nel 1774 ad un solo anno dall’inizio della Guerra d’indipendenza americana) e qui, partendo con sette seguaci tra cui marito, fratello e nipote, riesce a creare diverse comunità che la seguono. Caratteristiche fondamentali della dottrina di Ann Lee sono la totale castità (cosa che le farà perdere il marito e la nipote che non resistono alle tentazioni carnali), l’ora et labora monastico con autogestione e creazione con il proprio lavoro di case e mobili (costruiti artigianalmente senza fronzoli che li fanno definire anticipatori del minimalismo e faranno diventare i mobili ricercatissimi dagli antiquari, naturalmente con il loro stile spartano non potevano non colpire la curiosità del duo Fastvold/Corbet amanti dell’architettura e dello stile geometrico nordico) ed infine le celebrazioni religiose che consistevano in canti e balli intensi e che portavano gli adepti ad uno stato estatico, tanto che il film è in buona parte un musical di canzoni religiose. La Fastvold in mezzo a ciò sguazza con coreografie e riprese di gruppo visionarie che aggiunte a quelle iniziali, in cui rende graficamente rappresentazioni di sesso e parto per rendere viva e concreta la sofferenza della donna, fanno sì che l’opera diventi di densità espressiva potente, di quella potenza epica che probabilmente oggi, oltre al duo Fastvold/Corbet, solo Paul Thomas Anderson riesce ad eguagliare. E’ anche un film (e questo è interesse precipuo della Fastvold) femminista, dato che la forza ribelle e dirompente della figura di Ann Lee, nel suo estremismo anche un po’ folle (come possa coincidere con i principi evangelici l’impossibilità di procreare dovuta alla castità di tutta l’umanità non si capisce bene…), diventa sovversione dell’ordine costituito. Ma non ho ancora detto della performance assolutamente memorabile di Amanda Seyfried, capace di trasformarsi da giovane seducente a madre sofferente per poi diventare una leader agée impeccabilmente, interpretazione che avrebbe meritato almeno una nomination all’Oscar. (voto 7+)