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CINEMA
16 Febbraio 2026 - 19:14

SE KITSCH DEVE ESSERE, LO SIA FINO IN FONDO!

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Cime tempestose (Emerald Fennell, UK, 2026)
SE KITSCH DEVE ESSERE, LO SIA FINO IN FONDO!

Ancora Cime tempestose nel 2026, e perché no visto che il romanzo gothic-romance di Emily Bronte è pieno di passioni, di tempeste atmosferiche e ormonali, di rapporti spinti all’eccesso. Tanto è vero che negli anni si è passati dalla versione elegante di William Wyler ad altre dozzinali e televisive, ma anche alcune d’autore insospettabili. Ricordo che anche Bunuel e Rivette vi si sono cimentati. Le versioni più recenti sono state quella del 1992, discreta, con Juliette Binoche e Ralph Fiennes, e quella ruvida e artigianale di Andrea Arnold. Davanti a tanto materiale un certo coraggio ha avuto l’inglese Emerald Fennell, regista piuttosto tosta nel mettere in scena in precedenza la donna vendicativa di Una donna promettente (2020) e, soprattutto, la dark comedy Saltburn (2023), ad affrontare nuovamente il romanzo.

L’inizio è piuttosto esplicativo del connubio sesso e morte. Su un fondo nero sentiamo dei sospiri che potrebbero essere scambiati per sessuali invece, appena si apre lo schermo, vediamo che appartengono ad un agonizzante uomo impiccato. Il piacere e il dolore si manifestano con le stesse modalità (binomio rafforzato dall’erezione che pare avere un impiccato nel suo momento fatale). Troveremo quindi sesso, sadomasochismo, passioni estreme, sangue nel film? Sì ma non con la forza che ci si aspetterebbe, come se la Fennell si sia un po’ censurata (forse è anche il problema di utilizzare due star hollywoodiane, seppur australiane di nascita, come Margot Robbie e Jacob Elordi).

Il film è diviso in due, la prima parte dell’incontro e della crescita di Cathy e Heathcliff all’ombra di un padre alcolizzato e giocatore che si è mangiato tutta la fortuna, è dominata dalla forza degli elementi, dal selvaggio che è nei ragazzi, dalla pioggia e dal vento, dalle rocce e dai picchi scoscesi sul mare delle coste dello Yorkshire. Questa prima parte dark finisce davanti ad un tramonto infuocato con la fuga di Heathcliff dopo la decisione di Cathy di scegliere la sicurezza economica sposando il ricco Edgar. La seconda parte è quasi tutta girata all’interno della magione lussuosa di Edgar e qui vi è il trionfo dei colori pop. Bianco e rosso brillante sulle pareti e i pavimenti, contrasto tra purezza e sangue, e il verde della speranza di una vita migliore indossato dal marito (ma non è un verde acceso, piuttosto un verdastro che sa di minaccioso). Comunque siamo ben lontani dal lezzo di stalla e fieno marcio di pioggia di Wuthering Heights, la casa del padre ormai in totale rovina.

Il ritorno di Heathcliff e l’amore che si riaccende è a mio modo di vedere mal gestito dalla regista che ci propina immagini leccate e romantiche di rapporti sessuali tra i due in posizioni tutte uguali in luoghi diversi, senza carne, senza vero istinto sessuale, solo rappresentazione asfittica. Per fortuna poi si riprende mettendo in scena il rapporto sadomasochistico tra Heathcliff e Isabella, la sorella di Edgar, con l’ambigua rappresentazione della sorellastra di Cathy, personaggio di traditore shakespeariano interpretato dalla tailandese Hong Chau che pensa solo alla sicurezza economica intralciando l’amore “illegale” dei due protagonisti (il fatto che il personaggio avido e creatore di discordia sia un’asiatica avrà un sottofondo politico visto il ruolo soprattutto della Cina nel panorama mondiale?) e con qualche azzeccata immagine visionaria.

Emerald Fennell gioca pesantemente con il kitsch e forse è l’unica via per uscire dalla convenzione, ovvero spingere ai limiti estremi la convenzione stessa. Peccato che ogni tanto cada nel banale, quasi ridicolo, come nelle figurine create da Isabella in un libro pop-up con una rosa che simboleggia una vagina e un fungo un pene. O come quando diluisce il racconto con immagini favolistiche e con sequenze ammorbidite (quelle già citate, ad esempio, del reincontro tra Cathy e Heathcliff) diluendo quello che avrebbe dovuto essere caricato. (voto 6)

Film in costume senza product placement possibile

STEFANO BARBACINI

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