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CINEMA
15 Ottobre 2012 - 23:08

Diaz

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Forse era una scuola
Diaz

Il motivo per cui migliaia di giovani si siano riuniti a protestare è ignoto, alla faccia del clamore dell’evento. Poi, ad un certo punto, arriva uno sbirrone che inizia a dar fiato alla bocca dicendo: “Ammazziamoli tutti!”. E qui il dubbio sorge spontaneo: “Chi dobbiamo ammazzare?” E’ presto detto: “Le zecche comuniste!”, risponde il coro di altri duemila pulotti più grandi di Maciste, placidamente pagati dallo Stato. E giù botte per oltre un’ora e dieci. Che a dar le botte è facile, con quei manganelli targati POLIZIA, in grado di colpire le palle di un'allodola a occhi chiusi, sbarrati o non vedenti.
Questo è “Diaz”, film di Daniele Vicari. Un uomo indubbiamente all’oscuro delle dinamiche che articolarono gli anni ’70, periodo durante il quale fatti come quelli raccontati nel film nemmeno si contavano.
La Diaz, cosa che Vicari precisa fino ad un certo punto, è stata una scuola usata dai ragazzi del movimento no global come quartier generale, dormitorio e media center durante le giornate del G8 del 2001 a Genova.
Qui si svolge tutta la filmica mattanza. Ma, rispetto alla mattanza, c’è anche un prima che puzza per chilometri di semplicismo narrativo. Stupisce in alcune sequenze, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, (citato una sola volta in tutto il film) la tranquillità con cui le avvocatesse del Genova Social Forum affrontino il dramma che sta accadendo. E in generale non si capisce perché un vecchietto sulla scia di Tutankhamon, con pappagallo e catetere appresso, si ritrovi in mezzo ai fricchettoni alloggiati all’interno della scuola, dopo aver versato salatissime lacrime sopra una lapide mortuaria del cimitero cittadino, tenendo per sè il segreto sull'identità del caro estinto. Così come non si comprende il motivo per cui il "Biascica” di "Boris", uno tra i protagonisti del film, diventi all’improvviso, in “Diaz”, quell’aguzzino pseudo-poliziottesco che in Boris non è mai riuscito a essere. Certo, il caso di Biascica è una faccenda attoriale, visto che un attore recita ciò che gli viene richiesto di interpretare da chi lo paga. Tuttavia, pensandoci bene, tra il Biascica di Boris e lo sbirro di Diaz la differenza corre a passi lesti, nel senso che un tecnico della fotografia analfabeta, interpretato in una fiction, può anche diventare, in un film, un poliziotto violento. Non c'è nulla di più facile, tanto nella realtà quanto sul grande schermo.
E poi, naturalmente, c’è anche il poliziotto buono, figura archetipica rara quanto l’acqua nel deserto: ragazzi, avete mai visto un poliziotto buono? Io ho forse una volta incrociato un’aurora boreale, ma non ho mai sorseggiato una stilla di bontà in un poliziotto.

Insomma, 'sta roba qua è Diaz, un'accozzaglia di evidenze che cantano una canzone che si conosce da decenni e le cui strofe sono assai note: "La polizia picchia duro, e il suo strumento è il manganello."

Io e un mio amico, ex detenuto politico, dopo la visione del film, pensavamo che Vicari fosse un piccolo borghese cresciuto ai Parioli, piuttosto che un regista. Apprendere il contrario ci ha atterriti.

Ciò non di meno abbiamo scelto di restarcene democratici fino all'uscita del suo prossimo film.

Speriamo bene. La democrazia è faticosa.

Si consiglia, appena pigiato il tasto "play", l’ingestione di massicce quantità di Buscopan, per evitare gastrici rimestamenti di pellicola.
Hasta la victoria, de nada.

Brunello

Diaz - Don t Clean Up This Blood

Regia: Daniele Vicari
Produzione: Fandango
Data di uscita: 13/04/2012

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