Probabilmente incalzato dal produttore Bruno Vani (da questo momento le opere sfornate dal duo complicano le possibilità di attribuzione registica), Renato Polselli, praticamente subito a seguito di Mania, gira il suo primo porno che vista la datazione (1975) può essere considerato il primo vero hard italiano, o almeno girato da italiani, perché in realtà in Italia è inedito ed è stato prodotto per esportarlo in Francia e negli Stati Uniti d’America. Tra gli interpreti di Check up erotique, camuffati sotto falsi nomi, vi sono (https://gentedirispetto.club/t/check-up-erotique-renato-polselli-1976/41681/20) Pietro Torrisi e Anna Maria Ardizzone (vista in Rivelazioni…), attori solitamente non porno… Il film è un rozzo film hardcore con attrici dai fisici tutt’altro che… patinati… ed è diviso in scenette. La prima vede Torrisi andare da una dottoressa e fare ben altro che una visita di salute…; la seconda due prostitute/dietologhe che si presentano a casa di un benestante intento a pranzare e diventano… la sua nuova dieta tutta sessuale (è probabilmente il segmento più interessante con misto di sesso e cibo, oltre alla panna anche angurie e altro viene messo sui corpi nudi); nella terza un’annoiata ninfomane chiede aiuto al suo dottore perché le mandi due fusti a darle una “calmata”, al posto dei due arrivano però due ladri che entrano dalla finestra e si fanno signora e cameriera; l’ultimo episodio invece è sesso e basta, senza una vera trama, inizia con un rapporto lesbico che poi diventa un threesome ed infine una doppia coppia. (voto 5-) Un pacchetto di Marlboro sembra apparire più casualmente che per vero product placement.
Casa dell’amore, la polizia interviene (1978) è un vero e proprio bric-a-brac di scene montate male, pezzi di un altro film inseriti assieme a nuovo girato, generi mischiati dove troviamo thriller-giallo all’italiana (Sette orchidee macchiate di rosso aleggia come ombra sul film), horror satanico, sexploitation, inseguimenti da poliziottesco… La collaborazione con Bruno Vani continua e qui l’uomo è anche autore della pessima sceneggiatura. Tre giovani archeologi Helm (Tony Matera), Brigitte (Mirella Rossi) e Charlotte (Iolanda Mascitti) si imbattono nel rapimento di una donna e seguono l’auto, in cui è stata messa a forza, guidata da due improbabilissimi (con autoironia nel film questo viene fatto notare dal protagonista stesso) killer. I tre scopriranno sacrifici e stupri di giovani donne ad opera di adepti ad una setta votata ad Astaroth, con a capo una sacerdotessa tanto sexy nel tonico corpo nudo, quanto severa in volto (Matilde Antonelli purtroppo all’ultimo film della sua carriera), che vuol dare la caccia ad una certa Katia (ritorna Katia Cardinali dopo la sua nudissima presenza in Delirio caldo che qui replica…), la quale sembra essere, a sua insaputa, una presenza designata da una profezia a distruggere la setta… insomma un delirio. Polselli ha momenti in cui sembra studiare vie interessanti come ad esempio l’attrazione di Brigitte e Charlotte per il pericolo e per le violenze della setta (Mirella Rossi qui dà il meglio) fino all’eccitazione sessuale, oppure come la sensuale attrazione della sacerdotessa su statue di uomini nudi, vie però mai esplorate fino in fondo. Il film è poverissimo sia di budget che esteticamente. Qualche buona intuizione nel finale con un “cattivo” sepolto da una ruspa e uno dei killer ucciso da Helm, personaggio avido e violento sotto l’apparenza di giovane studioso, con una tinozza! Nonostante l’evidente pochezza del tutto, nell’intervista da me più volte citata, Polselli dà al suo lavoro significati forti anticlericali: “Era un film su una setta satanica. E, come vi ho già detto, quelli che si allontanano dalle altre organizzazioni religiose, sono coloro che hanno un buon tenore di vita. Il carisma di un uomo speciale lo eleva allo stato di leader della setta. E’ la Chiesa Cattolica che ha la responsabilità delle sette sataniche e della violenza nel mondo. Se tu entri in una chiesa ti trovi davanti un continuo invito alla violenza: un uomo che è cocifisso, un altro con una spada nel petto, un altro con piaghe. Curiosamente, il sesso è negato dalla religione Cristiana e propagato dai culti satanici, ma se ci fossero solo preti nel mondo, l’umanità sarebbe già finita…”. Cosa questo pomposo discorso abbia a che fare col film… ci è oscuro. “Quasi senza un vero plot, è il primo film italiano che viene lanciato come un hard: in questo film vedrete cose “incredibili”/Ecco il superporno che spegnerà la vostra sete erotica” (Giusti, Stracult). Nemmeno Polselli ricorda se realmente vi fossero scene hard, nella vecchia videocassetta visionata da me non ve ne sono. (voto 4/5) Finalmente il J&B anche in un film di Polselli come product placement. Praticamente unico, anche se si apprezza la presenza di auto d’epoca come il maggiolino Volkswagen e la Renault 4.
Quando dicevo che l’inizio della collaborazione con Bruno Vani portò un po’ di incertezza su come scindere i ruoli dei due tra regia e sceneggiatura, mi riferivo principalmente al film Torino centrale del vizio (1979), ufficialmente attribuito a Vani (anche sui titoli di testa) ma in realtà diretto da Renato Polselli: “Nello stesso anno di Casa dell’amore, ho diretto anche un altro sexploitation movie Torino centrale del vizio. E’ stato accreditato a Bruno Vani, ma ero io il vero uomo dietro la camera…” (*). Non che ce ne sia da vantarsene più di tanto perché registicamente è uno dei film meno interessanti dell’era exploitation di Polselli. Seppur costruito come Delirio caldo all’inizio, con la voce fuoricampo del protagonista Mirko (interpretato da Raul Martinez) che racconta il suo ossessivo amore per Helen (ritorno di Rita Calderoni come protagonista), amata da lui fin da bambina ma poi dispersa per il mondo fino ad un nuovo incontro dopo tanti anni (“non ho mai smesso di pensare a te, di cercarti”), costruzione che ricorda anche gli impianti filmici di Jess Franco negli anni dei thriller erotici con grande attenzione ai luoghi (nel caso di Polselli Torino e Roma) e lunghe scene di sesso ripetitive, poi diventa un thriller convenzionale e arraffazzonato in cui il regista non sperimenta più nulla, soltanto una buona attenzione al sonoro e alla musica (altra cosa che lo accomuna al regista spagnolo) e un pippone finale contro le classi politiche e ricche corrotte e assassine. Nel periodo in cui Helen se ne era andata via da lui durante l’adolescenza, la donna ha avuto esperienze da prostituta, lesbica, drogata, tutte cose che vuol far tastare con mano allo spasimante (“non basta che te le racconti, sarebbe troppo semplice per te perdonare, voglio che tu le veda coi tuoi occhi”) ripetendole davanti a lui… Però l’amore di lui è talmente grande che la convince a sposarlo lo stesso. Ma il passato ritorna e la donna viene ripresa dai malviventi che la sfruttano come portanome per traffici illeciti per salvare le apparenze a importanti uomini di potere… Polselli (Vani?) gira e monta in modo talmente rozzo da farlo sembrare una destrutturazione godardiana, ma è solo una stanchezza di idee e desiderio di finire il prima possibile, penso. “Trama incomprensibile per chiunque. Neppure ‘Delirium’ ci ha capito niente. (in realtà la trama pur brutta e con qualche salto logico è comprensibilissima ndr).” Scrive il Giusti che, sul suo Stracult, riporta anche uno stralcio di recensione di Aldo Viganò non certo positiva: “ammasso di pellicolaglia che vaga tra l’erotico e il ridicolo, col supporto di interpreti meno espressivi di un blocco di marmo”. (voto 5-) Se, visto il risicato budget, si fa fatica a parlare di Product placement per le brand (tipo i caschi Nolan e le moto Honda), ben più sospette sono le inquadrature che si soffermano decisamente su alcuni negozi di Torino e Roma come Ramello pellicce, Victoria e valigeria Roberto, probabile che qualche piccola somma da questi sia arrivata.
Ormai, agli inizi degli anni ’80, il grande cinema di genere sta per avere le ultime stagioni di vita, il grande periodo dal dopoguerra alla fine degli anni ’70 di Cinecittà e della Hollywood sul Tevere in cui i soldi per i produttori cinematografici giravano, di riffa o di raffa, è terminato. I registi di quei film popolari che hanno interessato tutto il mondo faranno sempre più fatica a lavorare e tra questi il buon Polselli che vede il suo Quando l’amore è oscenità, bocciato dalla censura. Per poterlo riportare in qualche modo in sala, il nostro è costretto a rimontarlo incastrando scene dal film precedente e altre per fare qualcosa che abbia un minimo senso. Ne esce Oscenità nel 1980 (il film era stato girato prima di Casa dell’amore e di Torino…, nel 1973). La trama la riporto da come è scritta sulla copertina della vhs uscita per i tipi di Nocturno nella collana Sex and Violence: “Roberts, luminare della psichiatria, convoca nel suo studio una serie di personaggi direttamente o indirettamente responsabili delle prevaricazioni subite dalla fragile Mirey (in realtà Mireille ndr). Il dibattito tra i presenti offre lo spunto per una disanima sul concetto di oscenità e sull’eterna vessazione dell’uomo nei confronti della donna, vittima di una prevaricazione che affonda le sue origini nella notte dei tempi”. In pratica ne esce una roba, almeno fino alle sequenze finali, tipo Rivelazioni di uno psichiatra… con scenette di varie pratiche sessuali, più o meno violente (tra cui una in cui la Ardizzone ha un rapporto con un… asino), alcune oltre il limite dell’hard. Diverso il discorso per il finale (probabilmente pezzo lasciato integro dal film originale) in cui si scatena un’orgia violenta sadomasochistica con la povera Mireille (Mirella Rossi tanto nuda e tanto bistrattata) frustata e fatta diventare folle fino ad autoinfliggersi dolore e ad inserirsi nella vagina una candela accesa… Questo pezzo ha ancora qualche lampo del regista a tratti visionario che Polselli è stato. “Era un profilo storico dell’oscenità e del senso dell’osceno nel mondo civile attuale. Si partiva da Adamo ed Eva nel paradiso terrestre con uno spirito maligno che, non sapendo come dominarli, gli tirava tozzi di terra nelle parti sessuali per costringerli a coprirsi, e da lì nasceva la foglia di fico. Il film partiva da questo per arrivare, in senso polemico, al profilo dell’osceno (…) Il film fu bocciato in censura per il contenuto trasgressivo, allora io ripresi tutto il materiale e senza toccare niente del girato cambiai i dialoghi e lo feci diventare un film femminista” (da dichiarazioni raccolte da Daniele Aramu e riportate sul libricino che accompagna la vhs citata). “L’oscenità è l’istituzione di problemi religiosi. Anche oggi, la religione è la vera oscenità. Ma per me gli impulsi della natura non sono mai osceni (…)” (*) Esso probabile product placement, mentre le auto del tempo (le mitiche millecinquecento Fiat, la Dyane, la Citroen DS, il furgoncino Volkswagen…) sono “giuste” per l’epoca. Così come la Kawasaki, moto utilizzata da biker sessuomani.
Siamo verso gli ultimi passi della carriera del nostro, nel 1985 esce con il suo nome alla regia la seconda parte di Marina e la sua bestia (anche Morbida Marina e la sua bestia 2) prendendo il posto di Dudly Steel (qualcuno però lo assegna ancora a lui e non a Polselli), truzzissimo pornografo nei cui film si vedevano ogni tipo di perversione (animal, pissing e… peggio) e ne continua la scelta… estetica. La trama è praticamente inesistente (Marina dopo le -fake- esperienze con il cavallo Principe che qui riprende, avvicina all’argomento anche una bionda adepta) e gioca tutto sull’esagerazione del sesso. (voto 4,5)
Ultimo film, misconosciuto ma ora facilmente rintracciabile sul web, è Frida: professione menager (2000), una commedia erotica fuori tempo massimo con protagonista Daniela Mango (scelta probabilmente per la sua somiglianza con la Calderoni), tanto ben carrozzata fisicamente quanto inetta alla recitazione. Lei è una donna in carriera che sposa tal Veio (Francesco Madonna, altrettanto… dimenticabile) chiedendo di mantenere la propria libertà di donna, ma al momento di avere rapporti sessuali si scopre Fri(gi)da. Dai e dai, respinta su respinta, l’uomo si stufa e se ne va di casa a trovare piaceri sessuali con altre donne. Lei si scopre innamoratissima di lui e rischia la follia perché non riesce a vivere senza Veio. Quando questo si ripresenta sperimenta con lei alcune pratiche sessuali “diverse” (ma neanche poi tanto, non aspettatevi il solito Polselli esagerato…) così da “liberarla” e finalmente consumare un matrimonio che si avvia verso un futuro felice… una palla clamorosa (peggiorata dalla presenza insensata di Tano Cimarosa che fa da commentatore utilizzando il dialetto siciliano e omaggio fallito alla commedia italiana degli anni ’70) in cui, se è vero che la Mango si vede nuda in alcune occasioni, non è neppure troppo spinto (ai tempi si faceva ben altro nel campo del softcore). Tutto sommato un film inutile in cui, per altro, dopo l’apertura femminista non troppo voluta da Polselli con il “rifacimento” di Oscenità (“Quello che sarebbe dovuto essere un film contro la definizione di oscenità, divenne un film contro il sessismo e questa fu la mia punizione divina, perché io sono un villano e un sessista e alla fine ho dovuto fare un film femminista” **), qui ritorna perfettamente in linea con il suo “pensiero” riguardo il sesso e le donne… (voto 4/5) Luogo di copulazioni più o meno clandestine, è il Vivaio del sole, con i suoi fiori e i suoi proprietari macchiette omosessuali. Il vivaio è realmente esistente vicino a Roma ed è il solo product placement dal film.
(*) Articolo di Massimo F. Lavagnini su Renato Polselli con commenti ai suoi film del regista stesso su Draculina n.30 del 1997.