Facebook Twitter Canale Youtube RSS
CINEMA
15 Giugno 2026 - 00:34

DIARIO VISIVO (Recuperi di film degli anni 2000)

 Print Mail
Viet e Nam; Tomorrowland; Animal Kingdom; Le cose che verranno; Cherchez Hortense
DIARIO VISIVO (Recuperi di film degli anni 2000)

Il documentarista vietnamita Minh Quy Truong esordisce nella fiction con il suo Viet e Nam (2024), film selezionato in vari festival, tra cui Cannes nella sezione Un certain regard, e bandito in patria per la motivazione dall’eco andreottiano “per la sua rappresentazione di una visione cupa, stagnante e negativa del paese”. Bisogna dire che il binomio tra realismo e allo stesso tempo rappresentazione per sineddoche, per cui la miniera in cui si svolge gran parte del film, e l’esplicito titolo che dà nome ai due protagonisti Viet e Nam è rafforzativo, non lascia molto spazio ad altro che ad un esplicito rimando ad una nazione in stato di desolazione e illiberalità. Se alla dura vita (probabilmente breve) dei due ragazzi che lavorano in mezzo a polvere di carbone, sporcizia e buio, si aggiunge che i due sono amanti omosessuali osteggiati dall’opinione pubblica (così che la miniera diventa loro rifugio amoroso e allo stesso tempo galera degradante) si capisce che il tutto è esplicita metafora del Vietnam. Ma il regista non si ferma qui perché (siamo nel Vietnam del Nord) riesuma un passato di morte e distruzione che riporta alla guerra con gli americani nella ricerca disperata da parte della madre di Nam del marito, o almeno, delle spoglie di questo sicuramente morto in guerra. Queste radici di violenza, questa vita senza prospettiva, questo amore contrastato fanno decidere ai due di andarsene, ma non è così semplice lasciare un luogo tanto pieno di dolore e legami con un passato pesante da lasciarsi dietro. Il regista riempie di densi neri (ricorda la fotografia drammatica dei film di Pedro Costa) le sequenza nella miniera, che contrastano con il verde brillante della natura rigogliosa (sembra di immergere i personaggi in un film di Lav Diaz ma… a colori). Lunghe sequenze, silenzi, momenti stranianti, cose tipiche del cinema autoriale asiatico tipo Tsai Ming-liang. (voto 7) Viene citata la Coca Cola il cui spezzone di una lattina viene utilizzato per aprire un lucchetto, ma non vi è vero product placement.

Ero riuscito ad evitare la visione di Tomorrowland 2015 per dieci anni, ma ieri sera ci sono caduto e, purtroppo, ho perso due ore del mio tempo davanti ad un giocattolone Disney fantascientifico che parla di futuro, distopia, possibile fine del mondo, con una spilletta che ti fa finire in un mondo di un’altra dimensione che sembra (è) un parco giochi. Il regista Brad Bird arriva dall’animazione (Ratatouille, Gli incredibili, Il gigante di ferro…) e in live action aveva diretto Mission impossible: protocollo fantasma. Qui mischia commediola giovanilistica, monito sul futuro per dummies e, ovviamente, azione tra robot, esplosioni e cattivi da operetta. Il tutto complicato da Damon Lindelof (Lost) con le sue elucubrazioni mentali, che qui, essendo prodotto rivolto ai ragazzi/clienti, si deve trattenere ma riesce ugualmente a darci “lezioni” deliranti di fisica tachionica… neanche fossimo nei peggiori episodi di Star Trek, quando gli sceneggiatori costruiscono trame che capiscono solo loro… Scopiazzature da Guerre stellari per il look di alcuni robot e da Men in black per gli androidi, tanto per… (voto 4,5) Beemans gum, Oreo, Chevrolet, Nasa, ma il product placement principale è, appunto, per i parchi divertimento Disney…

Ho recuperato con un certo piacere, invece, Animal kingdom (2010) thrillerone australiano scritto e diretto dall’esordiente David Michod. Tratto da un fatto di cronaca reale, vi si narra del giovane “J” Cody (James Frecheville) rimasto orfano di madre (la morte di overdose è rappresentata da una secca e freddamente inquietante inquadratura iniziale che preconizza il tono di tutto il film) che viene accolto dalla nonna che vive assieme ai suoi quattro figli maschi. La “bella famiglia” Cody è in realtà una vera e propria banda di rapinatori e assassini, in cui la figura della madre ricalca quelle derivate dalla Big Bad Mama della factory Corman, sotto sorveglianza dalla polizia. Dato che le forze dell’ordine non riescono a provare le malefatte della family, decidono di far fuori il più schizzato e pericoloso di loro, “Pope” Cody (interpretato dalla faccia da impiegato frustrato e fuori di testa di Ben Mendelsonhn che ricorda alcuni personaggi raffigurati da William H. Macy) ma, non riuscendoci perché protetto dagli altri fratelli, a freddo ammazzano quello che sembra il più saggio, il più ragionatore, con tanto di moglie con cui tenta di tornare sulla retta via, “Buz”. Ciò innesca una vendetta per cui Pope uccide spietatamente due poliziotti. Non finisce qui, naturalmente, perché il detective Leckie (Guy Pearce) si mette ad indagare sulla famigliola andando a sondare il più debole del gruppo, il diciassettenne “J”. Quest’ultimo si sta facendo trascinare dagli eventi senza esserne realmente partecipe e, volutamente, il personaggio è recitato con una passività ambigua che cambierà quando Pope, ormai terrorizzato dall’essere catturato, la combina grossa… I tesi fili della trama vengono subdolamente manovrati dalla terribile madre “Smurf” (una Jackie Weaver tutta baci e carezze da un lato e perfidia diabolica dall’altro) che rappresenta la parte peggiore di un matriarcato ossessivo, disposto a tutto per salvare i suoi… ragazzi. Il film è teso e cupo, sempre sul filo della violenza che esplode, pur non presentando lati gore, in lampi improvvisi. Il regista gira volutamente in understatement per poter poi colpire lo spettatore con dolorosi pugni nello stomaco. “La cosa che più impressiona di Michod è però il trasporto, privo di didascalismi, con cui racconta i personaggi, lasciando al gioco degli attori la stoccata incisiva e isolandoli in picchi emotivi forse convenzionali ma certo potenti. Un bel ritorno per il sottovalutato cinema australiano” (Andra Fornasiero, recensione sull’annuario 2012 di Filmtv). (voto 7)

Capita, a volte, di mettere in scaletta due film che poi si scoprono avere argomentazione simile e giungere a considerazioni parallele. Mi è successo con due film francesi, Le cose che verranno (2016) di Mia Hansen-Love (regista francese scoperta al cinema da Olivier Assayas come attrice poi diventata sua compagna di vita per un certo periodo e poi collega regista) e Cherchez Hortense (2012) di Pascal Bonitzer (un autore che ha trovato il suo posto tra quei professionisti francesi “di mezzo”, specializzato in commedie sentimentali e film sempre in bilico tra autorialità e cinema popolare). Nel primo film citato, una donna di cultura, la professoressa di filosofia e curatrice di una collana di testi filosofici Nathalie (Isabelle Huppert), giunta nel mezzo del cammin della propria vita, sposata con un altro luminare della letteratura, con due figli e una madre pazzerella da accudire a distanza, totalmente assorbita nell’insegnamento ai giovani, conduce un’esistenza quindi pacificata e senza grosse deviazioni dalla routine di madre, figlia e intellettuale. Un giorno si scopre che il marito si è trovato un’amante e se ne va di casa. I figli ormai grandi sono sempre più assorbiti dalle loro vite adulte e la madre muore. Si ritrova così completamente sola e con le sue abitudini stravolte. Riesce però a vedere questo come un’opportunità, la possibilità di condurre una vita veramente libera potendo fare ciò che vuole. Raggiunge un gruppo di giovani organizzato in mezzo alla natura da uno dei suoi migliori studenti. Un gruppo di giovani alternativi e impegnati contro il sistema. Nonostante l’empatia che prova per questi ragazzi, capisce che ormai quei tempi di speranze rivoluzionari per lei sono passati e, liberatasi anche dell’ultima cosa che la collegava al passato, il gatto nero ed obeso della madre che lascia ai giovani, torna a casa con una nuova consapevolezza, pronta a diventare nonna e vedere un futuro nonostante tutto nel nipotino. Parallelamente, nel secondo film, è un uomo di mezza età (Jean-Pierre Bacri) che viene lasciato dalla moglie e si ritrova a dover fare i conti con un cambiamento improvviso di vita. Lui troverà a sua volta una via d’uscita, una strada verso un futuro grazie all’incontro con una ragazza proveniente dai balcani per la quale si impegna a cercare di non farla cacciare dalla Francia perché ha perso lo status di rifugiata. Sono due film in qualche modo ottimisti che guardano alla perdita come opportunità, alla rottura dei legami come possibilità di guardare oltre l’abitudinarietà. Entrambi girati con economia di azione, in cui superficialmente si potrebbe dire che succede troppo poco, in realtà utili a far pensare, a condividere situazioni che potrebbero assomigliare a quelle di chiunque. Il primo (voto 6,5), più “arty”, si fa preferire soprattutto per la presenza dell’immensa Isabelle Huppert, ma anche il secondo (con il difetto di voler alleggerire troppo per essere più “commedia”) è interessante (voto 6). Product placement: nel film di Hansen-Love vengono citati Xanax e Haribo, Le Monde e Liberation, si vedono Marlboro, Renault e l’inconfondibile borsa Ikea. In quello di Bonitzer il locale Chez Casimir, ancora Le Monde e Gallimard.

STEFANO BARBACINI

© www.dysnews.eu