Una serie della Nikkatsu di cinque film (girati nel periodo di due soli anni, 1970-1971) intitolata Stray Cat Rock, ebbe un successo nei primi anni ’70 tra i cultori dell’exploitation. Il primo di questi fu Stray cat rock: delinquent girl boss (1970) da non confondere con i film della serie Toei, “pinky violence”, Delinquent girl boss (4 film) sempre di quegli anni. Stiamo parlando di un film enormemente influenzato dai b-movies di Roger Corman su biker donne a cavallo di grosse moto con continui innesti di musica beat e progressive tipica di quegli anni. Riferimenti al cinema americano, quindi, ma anche agli spettacolari noir della Nikkatsu, a loro volta derivativi da quelli hollywoodiani degli anni ’40. Una miscela esplosiva di donne cazzute, torture, un pizzico di sesso, inseguimenti tra moto e jeep (anche sotto una metropolitana!), sangue, violenza, puglilato e tanta musica, appunto. Protagonista è una “cavaliera solitaria”, proprio sulla falsariga degli eroi del west, giunta dal nulla, portatrice di giustizia e poi destinata a tornare a vagabondare, con la differenza che invece sotto le gambe non ha un cavallo ma una roboante Honda. L’interprete è la cantante Akiko Wada, alta e imponente con una voce rock potente, che qui è l’eroina che deve aiutare un gruppo di ragazze motocicliste ad affrontare una banda di biker maschili al soldo di una società religiosa dai loschi affari. La trama si basa su un tentativo malriuscito di truccare un incontro di boxe, che scatena una scia di violenze con morti dolorose. Coprotagonista è la vivace e glamorous Meiko Kaji che poi diventerà attrice principale nei film successivi della serie. (voto 6,5) Di Honda abbiamo detto a cui si affiancano Konica e Coca Cola come product placement.
Secondo film della serie è Stray cat rock: wild jumbo (1970), completamente diverso dal primo, nulla a che fare con l’exploitation-noir del precedente. E’ invece una specie di commedia che vede protagonisti una banda di nullafacenti (quattro uomini e una donna) che si possono situare come personaggi tra la commedia italiana (I vitelloni e Amici miei) e il free cinema inglese per i lampi di surrealtà e per quelle zoomate e quei piani sequenza azzardati che ogni tanto il regista Toshiya Fujita sfoggia (Fujita si alterna con Yasuharu Hasebe nella direzione dei film). I nostri bighellonano tra amori, canzoni, nuotate e scherzacci (girano ad esempio sulla spiaggia con il deretano scoperto) e a loro si unisce una donna, che si innamora di uno della “banda”, che è l’amante di un componente di una società religiosa (un’altra…) che odora di metodi mafiosi. Il film si trascina fin quasi alla fine con una certa leggerezza (senza evitare un po’ di noia) finché i nostri non decidono di mettersi contro alla suddetta società e organizzano un furto ai loro danni per milioni di dollari. A questo punto il film si fa tosto e violento, peccato che siamo già agli ultimi venti minuti di film che non bastano farlo considerare un film riuscito, non comunque come il primo. (voto 6-) Molti degli interpreti sono gli stessi dell’altro episodio come è la stessa anche Coca Cola nel product placement che qui vede però Suzuki, una marca di patatine scritta in ideogrammi, una riconoscibile birra, Sanyo e Sharp.
Con il terzo capitolo, Stray cat rock: sex hunter (sempre del 1970) si torna alla visione pop art, firma del regista Yasuharu Hasebe che, leggo, è influenzato dal visionario e psichedelico immaginario di Seijun Suzuki con cui ha collaborato. I riferimenti oltre al cinema noir giapponese di Suzuki, vanno ricercati ancora nel cinema occidentale, principalmente nel western questa volta, infatti è presente la figura di un hobo solitario che si presenta cantando una dolente canzone country e che lui stesso si definisce personaggio finito in un film western. La trama vede protagoniste un gruppo di bad girls che si trovano in contrasto con la banda degli Eagles, gruppo razzista di uomini che vogliono far fuori tutti gli stranieri e i mezzosangue che, a detta del leader Baron (praticamente il cattivo fisso della serie, Tatsuya Fuji che poi diventerà famoso internazionalmente nello scandaloso L’impero dei sensi di Oshima) vogliono rubare le donne ai giapponesi, le stesse donne che lui e i suoi scagnozzi vendono ignobilmente ad un gruppo di americani per farle violentare. La leader del gruppo delle ragazze, Mako, è l’iconica Meiko Kaji che qui finalmente ha ruolo di protagonista dopo esser stata in secondo piano nei primi due episodi. E la sua figura impatta con un look che la farà ricordare per sempre, un panciotto nero su camicia bianca e un cappello nero a larga tesa che la fanno assomigliare ad un Don Diego de la Vega in gonnella (nera pure questa). Vittima principale degli Eagles è proprio il vagabondo mezzosangue, Kazuma, giunto dal nulla e che sta cercando la sorella Megumi e Mako, che è amata da Baron, si infatua poi proprio del nuovo venuto gettando benzina sul fuoco. Se la prima parte è scandita dalla violenza degli Eagles e dalla ribellione “rock” delle ragazze di Mako e accompagnata dal beat del gruppo giapponese di sole donne Golden Halfs, il finale è praticamente un western che guarda a Django e al miglior spaghetti western, quello dai sottotesti psicologici (il rapporto tra la sorella e Kazuma, la difficoltà di farsi accettare dai meticci, un trauma che Baron ha subito vedendo la sua di sorelle violentata da un gruppo di stranieri che lo ha fatto diventare implacabile razzista, l’amore che questo porta per l’imprendibile Mako, l’omicidio comminato dallo stesso Baron contro il fedelissimo braccio destro che non voleva che fosse violentata Megumi che amava seppur non riamato…). Il tutto crea un insieme di violenza psicofisica, di odi, di impossibilità di un futuro e quindi una melassa di dolore e impotenza da cui si rialza solo Mako e il suo cappello, l’unico personaggio veramente “forte” nel film. (voto 7) C’è tanto product placement della Coca Cola nel film da far pensare che sia stato finanziato quasi interamente da questa. Oltre a sbucare da ogni dove, la marca americana diventa protagonista in due scene d’azione, la prima in cui una sua bottiglietta spezzata diventa arma per minacciare la castrazione di Kazumi, la seconda quando Mako e altre ragazze vanno a liberare le compagne dalle grinfie degli americani usando le bottigliette di Coca Cola come molotov. Ma non vi è solo quello, un enorme pubblicità delle Lucky Strike fa da quinta ad una scena (anche se Baron fuma sigarette Lark…), si beve birra Asahi, si cita Dior, Mako cavalca una Yamaha e si finisce con altri cartelloni pubblicitari di Firestone e Pioneer.
Il quarto episodio della serie, Stray cats: machine animal (sempre del 1970), è quello che contiene più musica con le esibizioni del gruppo Zoo Nee Voo, di Michi Aoyama, della ruvida Tomoko Ota e, naturalmente, della protagonista principale che ancora una volta è Meiko Kaji con completo bianco (camicia e pantaloni) e cappellone nero. Probabilmente le molte performance musicali sono dovute al bisogno di rimpolpare una trama un po’ sempliciotta e tirata via, ma piacevolmente le esibizioni ci danno un piccolo quadro della controcultura giovanile giapponese che guardava al mondo musicale occidentale. Meiko è Maya, leader della “solita” banda femminile in competizione con dei delinquenti spacciatori di droga le cui fila sono tirate da una misteriosa donna costretta su una sedia a rotelle. Anche in questo terzo e ultimo capitolo diretto da Yasuharu Hasebe (regia al solito pop-psichedelica, a tratti ipnotica, e con vari split screen tanto di moda negli anni ’70) entra un’accusa di razzismo ed esterofobia alla banda maschile giapponese che si manifesta contro tre fuggitivi arrivati dall’estero che vogliono scappare in Svezia per proteggere un soldato americano disertore della guerra del Vietnam! Mentre le ragazze cercano di aiutare questi ultimi e per farlo devono scontrarsi con i maschi violenti. Per la prima volta Tatsuya Fuji è schierato dalla parte dei buoni. (voto 6) Se ancora una volta è la Coca Cola a mettersi in evidenza nel product placement del film, chi stavolta fa la parte del leone è la Honda. Ad un certo punto le ragazze, per inseguire i maschietti che cavalcano grosse Yamaha, dichiarano: “adesso ci servono le Honda!” e le ritroviamo ad uscire da un grosso concessionario della marca con dei “motorini” Honda all’inseguimento, riuscito, delle Yamaha! Ma vi sono anche sigari Coronas Sumatra e Ford.
Infine l’ultimo capitolo, il secondo diretto da Toshiya Fujita, Stray cat rock: Beat ’71 (1971), che è un omaggio al western, a tratti anche un po’ ridanciano, in cui le moto sono i sostituti dei cavalli (addirittura in una scena la moto quando si accende non romba ma… nitrisce…) e buona parte del film si svolge in un set western ricostruito dove si svolge una specie di sfida all’Ok corral. Sfida che vede contrapposti i soliti soggetti di questa serie, una banda di frickettoni con tante donne all’interno (è questo l’episodio in cui si vedono più nudi della serie in una sequenza orgiastica in cui tutte le donne sono a seno nudo) entra in contrasto con una banda di assassini razzisti al soldo, stavolta, di un ricco personaggio il cui figlio fa parte degli hippies. Per farlo tornare a casa, il riccone scatena la banda contro i giovani hippies. Qui Meiko Kaji non fa la parte della leader ma è invece vittima di un rapimento da parte dei delinquenti perché donna di cui il figlio del ricco si è innamorato. Tutto finisce tragicamente con un insolito duello a due con dinamite contro fucile. (voto 6) Sempre Coca Cola nel product placement e poco altro, tranne SP pneumatici.