La storia di Jafar Panahi è piuttosto nota: assistente di Abbas Kiarostami, autore di film premiati in vari festival internazionali, ha dovuto scontare un paio di anni di prigione e l’interdizione a lavorare per la legge liberticida sulla libertà di pensiero iraniana. Nonostante ciò, continua a girare opere di altissimo livello in clandestinità, fu così per Taxi Teheran e lo è stato anche per Un semplice incidente, Palma d’oro a Cannes nel 2025. Panahi vuol tornare in Iran dove probabilmente dovrà scontare altra prigionia perché sostiene che la sua espressività funziona solo guardando attorno a sé, nella sua terra. Ma non è che nelle sue opere trattenga giudizi (impietosi) sul potere e sulla società iraniana, cosa che è stata sempre rimproverata dalla critica agli altri grandi autori della nouvelle vague iraniana che dagli anni ’80 propongono comunque cinema di qualità. Quest’ultimo film ne è evidente esempio. Un “semplice incidente” d’auto fa capitare una famiglia formata da un padre, Eghbal, dalla moglie incinta e dalla figlioletta in un garage per riparare il mezzo. Qui un ex detenuto politico riconosce Eghbal, uomo con una protesi ad una gamba, come il suo torturatore. Lo segue, lo cattura e lo seppellisce per ucciderlo e vendicarsi ma, mentre sta per coprirlo con la sabbia del deserto, la vittima gli mette in testa la possibilità che si stia sbagliando di persona. Vahid, l’uomo che lo ha imprigionato, lo rimette sul suo furgone legato e bendato e riunisce altre vittime della tortura di regime, due donne e un altro uomo, per chiedere loro se l’uomo è in effetti il torturatore… E’ lui? E se è lui cosa farne? Ucciderlo e diventare come lui? E se poi addirittura ci si sta sbagliando? Il film, girato per le strade di Teheran e nella polverosa provincia, è un’osservazione feroce su un paese in cui corruzione, mancanza di solidarietà umana, maschilismo omicida e dittatura, trasformano le persone che trovano così difficile mantenere un briciole della loro umanità. Un film che spesso confina con la commedia grottesca e con l’horror per mostrare l’orrore quotidiano nell’Iran odierno. (voto 7+) Una moto Honda, abbigliamento Adidas, una macchina fotografica Canon e un furgone della marca iraniana Bahaman Group.
Jacques Audiard è autore poliedrico di interessi e di scelta di argomenti per i suoi film. Lo abbiamo visto svariare su vari fronti cinematografici entrando e uscendo da generi ed autorialità. Con la costante di riuscire sempre ad intercettare un pubblico che trae piacere dalle sue opere e se uno spettatore è particolarmente curioso, come lui, è ben felice di non saper bene cosa aspettarsi dall’autore se non un film girato bene e mai ostico alle prospettive di visione personali. Questa è la ragione del suo successo. “Io non ho il sentimento di sperimentare generi diversi con una volontà deliberata, ma sono obbligato a constatare che è così. Quando sono uscito dalla grossa macchina produttiva de I fratelli Sisters, con la sua distribuzione maschile, i suoi grandi spazi e la sua violenza, mi sono sentito portato a fare il contrario. Mi sono rifatto alla frase di Francois Truffaut: <<si fa sempre un film contro un l’altro>>. Bisogna spiegare cosa si intende con questo contro: non un’opposizione, ma una produzione normale di idee, di affetti che non hanno potuto trovare spazio nei precedenti film, o che non vi sono state messe in evidenza.” dichiara il regista in un’intervista rilasciata a Fabien Baumann e Philippe Rouyer su Positif 729 nel 2021. E’ così che, scoprendo il lavoro dell’autore di comics americano Adrian Tomine, che nelle sue opere parla di “una fauna di trentenni di cui non si sa troppo, da dove vengano o cosa vogliono fare” (id.), decide, assieme alle ormai affermate sceneggiatrici e registe Celine Sciamma e Lea Mysius (che poi lo affiancherà anche nell’ultimo successo Emilia Perez), di mettere insieme alcune sue storie per creare Parigi, 13Arr. (2021), un film che parla di sesso, relazioni, solitudini, in un quartiere particolare di Parigi, il 13° chiamato anche Les Olympiades concepito nel 1970 con stile brutalista dando nomi ai palazzi delle città che hanno ospitato le Olimpiadi, da qui il nomignolo. E’ un quartiere multietnico che ospita principalmente la comunità asiatica, una Chinatown parigina, e infatti i personaggi che appaiono sullo schermo per primi sono la sino-francese Emilie Wong (interpretata dalla sorprendente Lucie Zhang, praticamente un’esordiente) e il coinquilino nero Camille (Makita Samba) che finiscono a letto iniziando una relazione ambigua fino alla fine del film. Riprendo dall’intervista citata: “Una cinese e un nero… Sì ha un significato politico. Una parola grossa forse, ma che corrisponde alla mia visione e alla voglia di fare un film multietnico. C’è forse qui un fondo utopico, o in anticipo sulla società. Ma a me piaceva così. Volevo principalmente che fosse naturale e che lo spettatore non si ponesse il problema. Una Lucie Zhang che si innamora di Makita Samba, perché no? E’ la realtà de Les Olympiades, con tutte le sue nazionalità e tutti i colori di pelle”. In un secondo tempo farà parte dei protagonisti anche l’anaffettiva e ansiosa Nora (Noemie Merlant) e il suo alter-ego dal web, l’esibizionista porno e star di chat erotiche Amber Sweet (Jehnny Beth) praticamente la sua sé stessa opposta (Nora verrà riconosciuta erratamente come Amber da qualche studente, evidentemente spettatore masturbatorio delle esibizioni di Amber, facendo di Nora soggetto di sberleffi e insinuazioni varie). I legami tra i quattro personaggi saranno di sesso, amore, professione, liti, in un girotondo di persone libere e indecise allo stesso tempo. Immaginatevi uno dei film della trilogia del norvegese Haugerud girato dal Woody Allen di Manhattan con la spudoratezza del cinema indipendente (il film è in bianco e nero) americano degli anni ’80, anche perché il quartiere ha aspetto più newyorchese che parigino. Anche se poi i riferimenti citati da Audiard vanno da Allen, appunto, al Soderbergh di Sesso, bugie e videotapes, fino a La mia notte con Maud di Rohmer. (voto 7) La app di incontri citata non è stranamente Tinder (come solito avviene nel product placement chissà quando effettivo o non… gratuitamente citato), nel film vi sono marchi di abbigliamento visibili come Skin, Nike, Champion, Adidas e il Mac Apple.