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CINEMA
14 Febbraio 2026 - 20:47

DIARIO VISIVO (Due film francesi, due modi di raccontare)

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Le occasioni dell'amore; Saint Omer
DIARIO VISIVO (Due film francesi, due modi di raccontare)

Il cinema francese degli ultimi vent’anni ha avuto una varietà di stili e generi, una capacità di osare, un’autorialità forte che in quello italiano si trova in quantità ben più ridotta. Ma se al cinema italiano è stato sempre imputato di guardarsi troppo l’ombelico, il difetto di buona parte di quello francese sono quelle specie di saggi esistenziali e sul rapporto di coppia molto parolai e assai tediosi. Le occasioni dell’amore (2023) da questo punto di vista è esemplare. Mathieu (Guillaume Canet) è un attore famoso in crisi d’identità che si concede un breve periodo di riposo, in una struttura situata in un paesino marittimo, per un trattamento di talassoterapia che dovrebbe rimetterlo in bolla. Ha una moglie a Parigi molto impegnata che non ha granché tempo di dedicargli. Ad un certo punto viene avvicinato da Alice, una donna con cui è stato quindici anni prima e che ha lasciato per la moglie attuale, una bellissima donna dello spettacolo. Lei in qualche modo non ha mai superato il trauma della rottura anche se si è rifatta una vita con un marito e una figlia, ma è evidentemente insoddisfatta. Si confrontano due frustrazioni e si sa fin dall’inizio come finirà… Tra Breve incontro di David Lean (1945) e Un uomo, una donna (1966) di Lelouch (ma senza la maestria classica del grande regista inglese ne la sfrontatezza impudica del connazionale), Stephane Brizé (che ha fatto di meglio) inizia in modo promettente con inquadrature asettiche, in campo lungo, spesso dall’alto che ricordano lo stile di Ostlund e di altri registi nordici, ma poi si lascia affondare in un mare di melassa fatto di dialoghi scontati, messaggini con i disegnini ed esistenzialismo da Harmony che trova il suo punto più basso nell’inserto spurio in cui viene raccontata la storia di un’anziana amica di Alice che cerca il riscatto nel matrimonio omosessuale per riscattare una vita buttata al fianco di un uomo che non amava, tanto insopportabile nella sua ostentata “politically correctness”, quanto lo sono i due performer che durante la sequenza della festa imitano gli uccelli. Uno dei problemi dell’opera è anche Alba Rohrwacher, un’attrice indubbiamente bravissima (unico passaggio eccezionale del film è proprio la sua scena in cui racconta i suoi fallimenti con una capacità recitativa da applausi) ma che nei film che interpreta porta con sé perennemente un senso di buonismo, di “volemose bene”, di ordinarietà pelosa, di sorrisi alla vita da parrocchia della domenica,6 che ammanta un po’ tutto. (voto 5) Più che una Volkswagen, un impianto Yamaha e una bottiglia di Coca Cola, non si ravvisa altro product placement.

Ben più interessante quando gli autori, in questo caso la regista Alice Diop, mischiano, con intelligenza e ben studiate architetture cinematografiche, la psicologia individuale con il contesto sociale e di genere. Con Saint Omer (2022), film vincitore del premio come migliore opera prima alla 79^ Mostra di Venezia, la documentarista francese di genitori senegalesi è passata alla fiction partendo comunque da avvenimenti reali. Il film è basato sulla storia di Fabienne Kabou, una giovane madre che nel 2013 abbandonò il figlio di appena 15 mesi su una spiaggia per consegnarlo al mare, lasciandolo in pratica morire, che colpì molto la regista la quale partecipò come spettatrice al processo per capirne la psicologia. Il film ne è la trasposizione finzionale sostituendo il nome della protagonista, che diventa Laurence Coly (interprete Guslagie Malanda, dall’espressione intensamente gelida e dolorosa), e creando un personaggio di insegnante universitaria di letteratura, che è un po’ la rappresentazione in parte autobiografica della regista, Rama (Kayije Kagame, figura imponente quanto dolente, un corpo di bellezza statuaria: “L’estetica del film è politica, è una riflessione sulla possibilità di mettere il corpo di una donna nera al centro”), che partecipa, appunto, come spettatrice al processo. Il film è principalmente un’opera di genere processuale, gran parte si svolge dentro l’aula del tribunale con piani fissi su Laurence Coly che racconta la sua storia alla giudice con stacchi su primi piani di avvocati e spettatori, tutto con una colorazione marrone delicata che dà contemporaneamente un’aria di tranquillità e di asetticità in contrasto con il dramma di una madre infanticida. Attorno al processo si muovono flashback e pause di riflessione di Rama che ritrova nella storia di Laurence attinenze con la sua. I rapporti con la madre similari, il marito bianco come era bianco e più grande il compagno dell’imputata, la condizione di donna incinta con le preoccupazioni del caso. Questi momenti più riflessivi sono girati con piani sequenza e musica stridente e inquietante a dimostrazione dell’agitazione psicologica della donna. Ciò che a Rama probabilmente permetterà di superare i “brutti pensieri” e di capire la psicologia di Laurence (derisa un po’ da tutti e accusata di essere un mostro bugiardo perché dichiara di essere stata spinta all’atto dalla stregoneria) con la forza della letteratura (Marguerite Duras che parla di donne, dopo la guerra, umiliate, devastate, marchiate nell’onore: “Il solo luogo dove io mi sentivo me stessa, era nella letteratura francese”) e del cinema (viene citato Hiroshima mon amour e Rama guarda sequenze della Medea di Pasolini con la Callas). “Hiroshima mon amour andava al di là della colpevolezza per abbordare una verità scomoda. E’ questo che evocava in me Fabienne Kabou. Il suo crimine è abominevole, ma quando io sento la sua frase in cui dice che lei ha deposto il suo bambino per affidarlo al mare, allora il film diventa possibile”. Un’opera densa di argomentazioni nella sua semplicità: le difficoltà di donne africane emigrate “un dolore dell’esilio che ha modellato la donna che sono e molte delle donne nere francesi”, i rapporti con la madre, lo scetticismo degli occidentali sulle tradizioni africane (che giunge allo sberleffo ignorante quando una professoressa di filosofia chiede al processo a Laurence come una donna africana possa studiare Wittgenstein, così lontano dalla sua sensibilità “lei sicuramente non ha saputo misurare la violenza della sua domanda”), l’identità di donna di origini africane in una nazione come la Francia, la difficoltà quasi da martirio dell’essere madre “E’ un film sulla follia delle donne, che permette agli uomini di guardare diversamente le loro spose, le loro madri, che permette alle donne di guardare diversamente le loro madri, le loro figlie.” (voto 6/7) Tutte le frasi tra virgolette sono prese dall’intervista alla regista fatta da Dominique Martinez e Jean-Dominique Nuttens e riportata su Positif n. 742. Product placement scarso con Weber su una t-shirt, un paio di New Balance indossate da Rama e il Nesquik con cui faceva colazione da ragazzina.

STEFANO BARBACINI

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