Il film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai è volutamente un film piatto, piatto come la pianura veneta, piatto come un lento blues. Un film che esalta il territorio in cui è girato e la voglia di non rassegnarsi al malessere del vivere della sua gente (almeno di quella dei due protagonisti). «La civiltà del Veneto è piuttosto sentimentale», ha scritto Guido Piovene nel suo bellissimo Viaggio in Italia, «che significa appagamento e delizia di sé stessi, affondamento voluttuoso nella propria natura, rifiuto di accettare l’infelicità e riconoscerla; e perciò scarsa inclinazione a mutare. Non per nulla la civiltà veneta è soprattutto coloristica, architettonica ed idillica; scarsa di apporti filosofici e letterari dello stesso valore. Lo si avverte soprattutto nel paesaggio». Potremmo chiudere qui da quanto queste considerazioni (che ho estrapolato dal n. 0NS di Cineforum nell’articolo Passaggio a Nord-Est di Tullio Masoni e Polo Vecchi) illustrino alla perfezione il senso del film.
Due disillusi ex-operai si aggirano per il veneto tra Treviso, Venezia (una Venezia plumbea e senza turisti, per una volta…), Altivole (memoriale Brion) e altri paesi di quelle parti, passando una nottata e la giornata successiva a bere fino allo sfinimento. Quando non riescono nei bar perché vi è la chiusura o perché dopo una certa ora vendono solo… birra analcolica (puah!) cercano di aggregarsi a gruppi in festa o di scroccarlo a un ricco conte millantandosi architetti. I due sono il cantautore leader de Il teatro degli orrori, Pierpaolo Capovilla (Doriano) decisamente in parte con quel volto segnato dal tempo e quella pancetta da… bevitore, e Sergio Romano (Carlobianchi), ridotto a trasandato uomo che ha superato i cinquanta.
Proprio le parole di quest’ultimo in un’intervista che si trova su Youtube spiegano bene i personaggi rispetto al luogo dove vivono, ai bar e al paese: “Noi ci troviamo sempre qua, ci siamo sempre trovati qua tutti, mio papà, mio nonno, il posto dove ti trovi per bere l’ultima, poi l’ultima, non è mai l’ultima. Anche quando c’è stata l’alluvione ci siamo trovati tutti qua. Cioè quando ero piccolo ero sempre qua e sono venuto qua anche perché sempre tutti vengono qua. Quelli dritti e quelli storti, anche quelli strani voglio dire. E questi lavorano tutti alla fabbrica, e dopo tutte le storie si mischiano, tutti sanno tutto di tutti”.
Doriano e Carlobianchi sono due che cercano, in un roadmovie molto alcolico, che ha la dolenza della ballata ed è a suo modo nichilista, di resistere, di resistere all’età, di resistere alla fine dei sogni, alla terra che ti ancora lì. Hanno visto sfumare le speranze del passato messe nelle mani del mitico Genio (veneto doc Andrea Pennacchi, colui che per Propaganda ha inventato un tipico imprenditore veneto leghista con le sue tipicità e il suo cinismo fatalistico) che fuggito in Argentina a vivere (ma poi torna messo peggio di prima…) e adesso, durante una imbucata ad una festa di laurea, incontrano un giovane studente meridionale, un giovane già vecchio, un nerd che non sa vivere la spensieratezza, la libertà dalle responsabilità. Timido, incapace di dichiararsi alla ragazza che ama, tutto studio e rettitudine. Costretto a girovagare con loro finirà per cambiare approccio alla vita.
Le città di pianura è fatto di poco per non dir di nulla ma è un film esistenzialista senza volerlo essere (“avevo scoperto una cosa importante sulla vita ma, zio can, non me la ricordo”), un film impregnato di amicizia, irresponsabilità, infelicità da superare con la volontà di buttarsi dietro tutto. Un film che “pensavo fosse amaro, ma alla fine è dolce” come commenta Carlobianchi, detto anche Charliewhite, quando assapora un gelato che credeva al limone ed invece era alla panna… Sossai che ci aveva dato un esordio acerbo e strano, incrocio tra intimismo e… cannibalismo, Altri cannibali (2021) anch’esso, come questo, in visione su Mubi, qui fa un deciso passo avanti qualitativo ed espressivo. (voto 7)
La disprezzata birra analcolica di inizio film è una Dolomiti, ma il product placement principale riguarda il Rolex con cui si apre il film, regalo all’operaio che sta per andare in pensione Sossai (come il regista) come ringraziamento ad una vita di fabbrica, poi la Jaguar S-type tutta scassata, che simboleggia un passato di sogni e ricchezza ormai svanito, un'auto iconica che accompagna il viaggio malinconico attraverso il Veneto (A.I.), la Citroen di Genio, la citazione di Google maps, una radio Philips e marche di biscotti venete come Angelo Colussi e Baicoli.