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CINEMA
12 Gennaio 2026 - 22:17

DIARIO VISIVO (Sacha Guitry)

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Donne-moi tes yeux; Le comedien
DIARIO VISIVO (Sacha Guitry)

“Se quel disegno di Daumier dovesse rompersi tu non lo vedrai più, io invece lo avrò sempre impresso come se fosse sempre lì, bisogna saper trarre le cose positive dalle disgrazie”, più o meno con queste parole (vado a memoria) il pittore-scultore François rassicura la sua amata compagna Catherine e, contemporaneamente, funziona da saggio (tutto il film lo è) sulla vista, sul vedere ma anche sul tatto. Il film Donne-moi tes yeux (1943) è fondamentalmente un melodramma, anche se ha un inizio da commedia, in cui i due protagonisti si innamorano nonostante l’enorme differenza d’età (28 anni), legame minato dalla prossima e certa malattia che porterà alla cecità il pittore e che per questo farà in modo di far credere a Catherine di non amarla più per allontanarla da lui. Una specie di signora delle camelie a sessi invertiti. I due protagonisti sono interpretati, dallo stesso regista Sacha Guitry, con i soliti eccessi enfatici e teatrali accentuatisi con l’età, e dalla brillante Genevieve Guitry (“non si pensava potesse raggiungere tale livello di sottigliezza” scrive Vecchiali), moglie nella vita dell’attore (anche se il matrimonio durò un solo anno): tra loro vi sono veramente 28 anni di differenza e per questo il loro legame sullo schermo può avere qualcosa di autobiografico (intendo su tutta la parte – il film è molto dialogato e un po’ prolisso – che riguarda le considerazioni di un amore con un tale squilibrio d’età). Ma come dicevo il pregio del film sta soprattutto nell’analisi cinematografica del vedere, dell’osservare, della bellezza visiva e tattile. All’inizio varie carrellate all’interno di un museo ci illustrano numerosi quadri e alcune sculture e anche a casa di François sono importanti gli oggetti e i quadri che vi si trovano. Vi è poi una scena meravigliosa quando François e Catherine camminano per strada in una notte senza illuminazione e i dettagli dei loro piedi poi del viso di lei, vengono illuminati da un cerchio di luce proveniente da una torcia. E per tutto il film vi è uno scambio di sguardi continuo e considerazioni sull’importanza di fermarsi ad osservare per trovare la bellezza. Ed è bella e terribile l’inquadratura del volto guardato da François che sfuma nel momento in cui l’uomo perde definitivamente la vista. Nonostante qualche appunto per alcune civetterie di regia, Vecchiali nella sua encinéclopedie parla molto bene del film (forse il suo preferito del regista): “Regia fluida e discreta, superbe carrellate, direzione d’attori assolutamente perfetta(…) Preciso sulla distanza, preciso nei sentimenti, discreto nella morale della favola (“nella vita, ciò che uccide è la speranza”), questo film è il capolavoro di Sacha Guitry”. Per Jean-Loup Passek (Dictionnaire du Cinema, Larousse): “è un mélo intelligente come quelli che a volte scriveva per il teatro” (voto 6/7)

Omaggio al padre, Lucien Guitry, grande attore teatrale a cavallo dei due secoli XIX e XX, che nel 1948 Sacha Guitry realizza portando sullo schermo il suo testo teatrale Le comedien. Guitry racconta velocemente l’infanzia del padre e il suo amore per il teatro maturato già a 13 anni e quando Lucien, spronato dal padre, comincia a mietere successi teatrali e recita i più importanti ruoli del teatro francese (una carrellata di pezzi teatrali ci vengono presentati), poi il film passa ad un lungo episodio che riguarda l’incontro di Lucien con una sua fan che ne diventerà l’amante nonostante i trenta e passa anni di differenza (interpretata dall’ultima moglie di Sacha Guitry l’alta e bella Lana Marconi di origini romene anch’essa giovanissima: anche nella vita Sacha replica Lucien?). Quando la ragazza pretenderà di recitare la parte di protagonista in una commedia in cui recita Lucien pur non essendone in grado il legame si romperà perché “il rispetto del pubblico viene prima dell’amore”. Ultima parte del film con gli ultimi anni del padre raccontati alla presenza del figlio come personaggio. Sacha Guitry interpreta entrambi i ruoli, padre e figlio, in una connessione e identificazione quasi assolute, entrambi sono uomini narcisisti, boriosi e grandi attori che recitano sempre, anche nella vita: “Io recito dalla mattina alla sera. Non smetto mai di recitare. Non credo che la mia vita avrebbe potuto essere diversa. Il mio doppio sono io. Il vero me è l’attore. Al ristorante, quando chiedo il pane, mi esibisco. Io recito e lo faccio anche quando sono solo. Lo considero un attore che mi dà risposta e gliela rimando”. Questo testo è una vera dichiarazione d’amore per il padre e per il mestiere d’attore ma anche una confessione di autoincensamento spudorato. “Una carriera piena di successi, una vita da nababbo. Il piacere irresistibile dell’ostentazione. Un ego smisurato (…)” scrive Edgardo Franzosini nel suo saggio La leggerezza del megalomane in appendice a Memorie di un baro di Sacha Guitry (Adelphi editore) per poi riportare la consapevolezza di questo in una frase esemplare detta dallo stesso Guitry: “Quando si vide per la prima volta sullo schermo, gli sembrò di aver capito per quale ragione non fosse simpatico a molti: <<Ho un non so che di perentorio, e direi anche di infallibile, che mi rende abbastanza odioso>>”. Questo è Le comedien e vale per Lucien e per Sacha, o almeno Sacha così ci mostra nel doppio ruolo parlando del padre ma anche di sé stesso. Il film, che risente eccessivamente dell’origine teatrale, ed è un atto d’amore per la scena assoluto, raggiunge il punto più alto quando ci propone l’aneddoto in cui Lucien mentre interpreta in sul palcoscenico Pasteur (un altro testo teatrale da lui scritto e poi trasposto anche in film) e recita il personaggio che scrive una lettera, la scrive realmente e la indirizza, dandola poi ad un altro attore che la farà avere a colei a cui è destinata e la lei è Eleonora Duse che è spettatrice in un palco del teatro. (voto 6)

STEFANO BARBACINI

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