Dieci anni prima del suo megalomaniaco capolavoro Fitzcarraldo (1982), Werner Herzog era andato nella sua amata foresta amazzonica per girare Aguirre, furore di dio (1972) un film sul conquistador spagnolo Lope de Aguirre e la sua utopica e fallimentare ricerca della mitica città d’oro El Dorado. La sua crudeltà, che lo portò a prendere il comando della spedizione con un colpo di mano e con omicidi di superiori e compagni di viaggio, più che diretta all’arricchimento personale era una cieca ricerca di potere e gloria. Il film è, al contrario di Fitzcarraldo, spettacolare e pieno di eccessi, fondamentalmente un film da “camera”, teatrale, dove il palcoscenico è la zattera che vagabonda sul Rio e le pareti le due sponde della foresta in cui nemici praticamente invisibili portano morte tra coloro che si trovano sopra il legno, tutti coinvolti in uno psicodramma fatto di avidità, razzismo, differenza di classe, crudeltà, ipocrisia religiosa e destino che porta inevitabilmente alla morte e alla sparizione degli uomini, sommersi dalla natura impietosa nella sua impassibile indifferenza. Questo è, nonostante le derive minoritarie verso film di genere cannibalico, black humour e documentario, con Klaus Kinski (“capelli biondi fluenti, sguardo azzurro sempre più allucinato, sempre in ascolto, mentre trama, ordina e infine delira forsennato davanti a un branco di piccole scimmie” *) che, nella sua solita recitazione sopra le righe, riesce ad essere, per assurdo, del tutto “realistico”, visto il tipo di personaggio. Accanto a lui potente la recitazione e la presenza di Ruy Guerra, mitico regista del novo cinema brasiliano, qui attore. “Ispirandosi a un libro di avventure storiche, con poche pagine di sceneggiatura e un budget di 370 mila dollari, Herzog girò per cinque difficilissime settimane, in Perù, lungo il fiume Ucayali e su due affluenti del Rio delle Amazzoni, con la troupe su zattere simili a quelle sulle quali sono imprigionati i personaggi, in un clima insostenibile” *. Il finale con un monologo delirante da folle in mezzo alle scimmie che stanno invadendo la zattera, ormai solo rifugio di cadaveri, fu visto così da Tullio Kezich: “Come non pensare, di fronte a questo stupendo finale metaforico, alla follia di Hitler nel bunker della Cancelleria? Herzog ha fatto un film storico dove il costume conta poco, alla maniera di Rossellini.” (voto 8)
*Emanuela Martini, FilmTv 2015 n. 7 (1152) pag. 49 (dove si può trovare una specie di rassegna stampa critica sul film)