Stuart Gordon ci riprova e per la seconda volta sbaglia il bersaglio: la fantascienza non gli riesce altrettanto bene dell’horror e del racconto gotico.
Rispetto a Robojox, però, 2013 (sic) la fortezza ha una sua un’unità di trama e alcune soluzioni che si possono anche trovare gustose. Evidentemente scottato dal tentativo di fare qualcosa di originale come nel suo precedente film ambientato nel futuro, qui il nostro resta sul classico trasponendo in gran parte i topoi del prison movie in una distopia futura.
Tutta la prima parte, dopo che una coppia viene costretta alla durissima prigione privatizzata di proprietà della fantomatica Men-tel e regolata dal supercomputer Zeta perchè colpevole di aver concepito un secondo figlio (gravissima colpa che condanna il protagonista a ben 31 anni di carcere), segue Christopher Lambert (il lui della coppia di cui sopra) che, integerrimo e non disposto a piegarsi a nessun compromesso, deve adattarsi alla dura vita del carcere e affrontare il solito forzuto cattivissimo, che lo vuole uccidere, per proteggere un compagno di cella più debole. Portato in un locale di rieducazione gli viene fatto una specie di lavaggio del cervello informatico (scena girata come fosse un incubo psichedelico degli anni settanta). Il direttore del carcere deciso ormai a distruggere la coppia perché ha qualche problema di libido e si è infatuato della bella Loryn Locklin, costringe la donna a diventare forzatamente la sua compagna per salvare l’amato Lambert.
Qui comincia la seconda parte del film dove i luoghi comuni del prison movie vengono sostituiti da quelli della fantascienza “robotica”.
La Locklin scopre che Kurtwood Smith, il cattivissimo direttore Poe (omaggio all’amato, da Gordon, scrittore americano), è una creazione del computer Zeta (in pratica i neonati “illegali” vengono sottratti alla madri e trasformati in androidi). In una scena piuttosto inverosimile (dove Smith per farsi bello con la Locklin offre e beve del MOET, evidentemente ancora in auge nei tempi futuri… e unico product placement del film, finendo a terra ubriaco) la Smith, esperta informatica, si impadronisce dei comandi di Zeta e fa in modo di entrare nella testa del compagno (riportato in cella ma praticamente lobotomizzato) e di recuperarne la psiche sepolta in un profondo pozzo (e simboleggiata, in una scena scult, dal lui bambino).
Riacquistato il senno il nostro con l’aiuto dei compagni di cella, tra cui un Jeffrey Combs genio informatico che riesce a togliere agli amici il chip con cui vengono controllati dal computer centrale, riesce ad evadere e salvare la moglie incinta tra sparatorie, lotte con uomini/macchina, e tanti penosi urli di un Christopher Lambert che ancora una volta tiene a dimostrare di non essere il miglior attore del mondo…
Girato in Australia con un look da serie tv del periodo (tra il rinnovato Star Trek e “La guerra dei mondi”) ha tra i “pro” un buon ritmo, una certa scorrevolezza e qualche trucco azzeccato e tra i “contro” …quasi tutto il resto.
“Cupo e futuribile dramma carcerario con rivoluzionarie torture a base di realtà virtuale. Non certo tra le cose migliori del Nostro” (Gae Mistretta su Nocturno 23).
“Fantascienza a medio costo che saccheggia vent’anni di cinema (…). Lambert è più simpatico dei vari Dolph Lundgren che interpretano questo genere di film, ma espressivo uguale” (dal Mereghetti).
Invece in controtendenza Psychotronic Encyclopedia che commenta “This is one of the best by Gordon”.